JUDITH HERRIN.
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BISANZIO.
Storia straordinaria di un impero millenario.
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Parte 2.
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Titolo originale: Byzantium.
Traduzione di: Brian Andrea Bemi e Gastone Breccia.
2008. Edizioni Mondolibri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista
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Indice di questa parte.
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PARTE SECONDA. Il passaggio dall’antichità al Medioevo.
Capitolo 8. Il baluardo contro l’Islam.
Capitolo 9. Le icone, una nuova forma di arte cristiana.
Capitolo 10. L’iconoclastia e l’adorazione delle immagini sacre.
Capitolo 11. Una società colta e articolata.
Capitolo 12. I santi Cirillo e Metodio, «apostoli degli Slavi.
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PARTE TERZA. Bisanzio diventa uno stato medievale.
Capitolo 13. Il fuoco greco. Capitolo 14. L’economia bizantina.
Capitolo 15. Eunuchi.
Capitolo 16. La corte imperiale.
Capitolo 17. I figli dell’impero, «nati nella porpora».
Capitolo 18. Il monte Athos.
Capitolo 19. Venezia e la forchetta.
Capitolo 20. Basilio secondo, «lo sterminatore dei bulgari».
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Fine Indice.
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PARTE SECONDA.
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IL PASSAGGIO DALL’ANTICHITÀ AL MEDIOEVO.
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Capitolo 8.
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IL BALUARDO CONTRO L’ISLAM.
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Sulayman, re degli arabi, disse: «Non smetterò di lottare contro Costantinopoli finché non
riuscirò a conquistarla, oppure non condurrò alla rovina l’intero dominio degli arabi».
Dionigi di Tel-Mahre, Cronaca siriaca, settimo secolo
Durante il settimo secolo Bisanzio venne quasi sopraffatta da tribù del deserto che, partendo dalla
penisola arabica, si lanciarono alla conquista del Mediterraneo orientale. Questa sfida inaspettata
giunse al termine di quasi un decennio di lotte contro la Persia (negli anni venti del settimo secolo) e di
ricorrenti incursioni slave nelle province balcaniche. Le conseguenze di quanto detto sopra furono
talmente pesanti che intorno al 660 l’imperatore Costante li lasciò Costantinopoli per la più sicura
Sicilia ma alcuni senatori rifiutarono di abbandonare la capitale bizantina, e la loro fiducia nel potere di
resistenza dell’impero fu confermata nel 678 da una grande vittoria sugli arabi. Nonostante ciò, questo
periodo turbolento trasformò il vecchio mondo romano, e la creazione a Damasco di un califfato
islamico rappresentò la nascita di un rivale permanente della Bisanzio cristiana.
Al fine di comprendere questi devastanti cambiamenti (o trionfi, secondo il punto di vista),
dobbiamo considerare gli sviluppi del tardo sesto secolo e degli inizi del settimo. Sotto l’imperatore Maurizio
(582-602) la minaccia simultanea costituita dagli slavi nei Balcani e dai persiani in Oriente portò le
difese bizantine a un punto di rottura. Verso il 580 tribù slave e avare attraversarono la frontiera   del
Danubio, conquistando le maggiori città fortificate, come Singidunum (Belgrado), cosa che permise
loro di puntare a sud con le proprie famiglie e le proprie greggi in cerca di pascoli migliori.
All’inizio del settimo secolo assediarono Tessalonica, il cui patrono, san Demetrio, secondo la
tradizione ebbe un ruolo cruciale nell’impedirne la conquista. A poco a poco vennero conquistate, e
uscirono temporaneamente dal controllo imperiale, grandi aree dei Balcani, della Grecia e del
Peloponneso occidentale. Il risultato immediato di questa pressione fu che le truppe romane si
rifiutarono di svernare in armi oltre il Danubio nel 602 e, dopo aver rovesciato l’imperatore,
marciarono su Costantinopoli.
Poco tempo dopo questo colpo di stato, i persiani attraversarono la frontiera orientale e
devastarono le maggiori città dell'Asia Minore. In questa situazione di grave difficoltà, il senato di
Costantinopoli fece appello all’esarca di Cartagine, che inviò truppe guidate dal figlio Eraclio e dal
nipote Niceta per riportare l’ordine a Bisanzio. Nulla potè tuttavia fermare gli attacchi persiani:
Antiochia cadde, e Gerusalemme fu selvaggiamente saccheggiata nel 614. Dopo il massacro della
popolazione locale, il patriarca e i restanti cristiani che custodivano le reliquie della Vera Croce furono
avviati alla prigionia in Persia, che essi paragonarono alla cattività babilonese degli ebrei. Nel 619 i
persiani occuparono Alessandria, interrompendo i rifornimenti di grano a Costantinopoli.
Con l’aiuto del patriarca Sergio (610-638), che lo incoronò imperatore nel 610, Eraclio
concentrò tutti i suoi sforzi nella lotta contro la Persia. Per oltre dieci anni cercò di migliorare
l’efficienza delle truppe bizantine ed elaborò nuove strategie che furono poi messe in pratica durante la
lunga campagna del 622-628, quando si mantenne per lunghi anni lontano dalla capitale intrecciando
alleanze con tribù caucasiche e pianificando attacchi ben all’interno del territorio persiano. Tuttavia,
durante la sua assenza, i persiani fecero causa comune con gli avari, che dominavano i loro alleati slavi,
spingendosi fino alle rive del Bosforo. L’assedio del 626 fu un momento critico nella storia
dell’impero, come abbiamo visto nel capitolo 2. I bizantini credettero che la Madre   di Dio in persona
avesse difeso la città, passata allora sotto la sua speciale protezione.
Meno di due anni più tardi, Eraclio entrò in Persia da settentrione, catturando le principali città
di Ninive e Ctesifonte. Nel 628 Cosroe II, il Re dei Re, fu spodestato; il suo palazzo di Dastergard
saccheggiato; la Vera Croce venne recuperata e dovette essere data alle fiamme una grande quantità di
bottino, che l’esercito non poteva trasportare. L’annuncio ufficiale della vittoria fu inviato a
Costantinopoli e letto alla popolazione radunata dal patriarca in Santa Sofia: «Che tutti i Cristiani
rendano grazie all’unico Dio (...) perché è caduto l’arrogante Cosroe avversario di Dio». Il racconto
prosegue nella descrizione del ritorno dell’esercito dalla Persia, e conclude: «Confidiamo in Gesù
Cristo nostro Signore, nel buon Dio onnipotente, e nella nostra Signora, la Madre di Dio, affinché
dirigano tutte le nostre vicende secondo la loro santità». Eraclio restituì probabilmente la Vera Croce a
Gerusalemme nella primavera del 630, prima del definitivo ritorno nella capitale, dove si festeggiò il
magnifico trionfo. Il patriarca Sergio, il giovane principe Eraclio-Costantino e la popolazione al
completo uscirono per omaggiarlo, e lo accompagnarono in città «danzando con gioia», come racconta
Teofane nella sua Cronaca.
Proprio nel momento di maggior successo di Eraclio, moriva in Arabia il Profeta Maometto
(632). La sconfitta finale del più serio nemico di Bisanzio coincise con la nascita di un altro: i persiani
zoroastriani furono sostituiti dagli arabi musulmani. Nella loro sicurezza generata dalla vittoria gli
ufficiali imperiali si rifiutarono di pagare il tradizionale sussidio alle tribù che sorvegliavano i confini
del deserto, garantendo un sistema di allarme preventivo: Bisanzio si trovò quindi piuttosto impreparata
di fronte a un’invasione da sud. Le autorità militari nominate da Eraclio dopo il 630 nelle riconquistate
province di Siria, Palestina ed Egitto furono colte di sorpresa, incapaci di affrontare la sfida militare
delle tribù arabe, precedentemente in lotta costante fra loro, che Maometto era riuscito a unificare.
La morte del Profeta poté solo confermare la determinazione degli arabi nel diffondere la
dominazione islamica in tutto il   mondo conosciuto. Essi adottarono una datazione basata sull’anno
della fuga di Maometto (hijra) dalla Mecca a Medina (622), che divenne il primo del loro calendario
lunare, cominciando così a datare da quell’anno le conquiste seguenti. Servendosi dei cammelli,
abituati al deserto, svilupparono sia tattiche militari di successo basate su rapide incursioni, sia efficaci
tecniche di assedio.
Le grandi città del Vicino Oriente caddero una dopo l’altra: Damasco nel 634, Gaza e Antiochia
nel 637 e Gerusalemme nel 638. Sul fiume Yarmuk, in Siria settentrionale, l’esercito bizantino subì una
terribile sconfitta nel 636; Eraclio ordinò di ripiegare su Antiochia, ma ben presto anche questa città
venne abbandonata. Sebbene nessuno a Costantinopoli immaginasse che queste enormi perdite fossero
destinate a essere permanenti, si rivelò impossibile rovesciare la situazione. Nel 661 i musulmani
stabilirono a Damasco la propria capitale, e cominciarono a lanciare campagne annuali contro Bisanzio.
Nello spazio di un singolo decennio (632-642) gli arabi avevano occupato la Siria, la Palestina e
la ricchissima provincia d’Egitto, comprese Gerusalemme e Betlemme, luoghi sacri al cristianesimo.
Questa fu una svolta decisiva nella storia bizantina. Gli arabi si erano impossessati di circa i due terzi
del territorio imperiale e chiaramente intendevano proseguire nella loro conquista attraverso l’Asia
Minore e la costa nordafricana. Essi giunsero vicini a distruggere Bisanzio. La presa di Gerusalemme
inflisse una profonda umiliazione al prestigio cristiano, mentre la conquista dell’Egitto pose fine a un
sistema economico costruito da Roma ed ereditato da Costantinopoli. Mettendo a frutto la loro
padronanza dell’astronomia sviluppata viaggiando attraverso il deserto, gli arabi si adattarono senza
difficoltà alla navigazione e cominciarono ad attaccare le isole e le terre costiere dell’impero.
Grazie ai contatti commerciali con gli abitanti del Vicino Oriente, i comandanti arabi
familiarizzarono con il glorioso passato dell’impero romano. Sotto il proprio controllo, essi ne vollero
ricreare l’antica unità attorno al Mediterraneo. Agli occhi degli storici occidentali, questo può sembrare
come un tentativo di «cancellare la civiltà cristiana», ma gli arabi lo videro diversa  mente. L’Islam
aveva sostituito il cristianesimo così come il cristianesimo aveva rimpiazzato il giudaismo e messo
fuori legge i culti pagani: tutti furono spinti alla conversione a questa definitiva rivelazione divina. Ma
gli arabi avrebbero dovuto conquistare la Nuova Roma, prima di rivolgersi contro l’antica, e Bisanzio
si dimostrò il principale ostacolo capace di vanificare il loro iniziale tentativo di conquistare il mondo
allora conosciuto.
Le ambizioni degli arabi furono confermate dalla loro distruzione dell’impero persiano:
Ctesifonte, Tabriz, Ninive, Isfahan e Persepoli furono tutte conquistate entro il 648, e le nuove città di
guarnigione a Kufa, Basra e Mosul servirono da basi per successive avanzate. Gli arabi combinarono la
spinta orientale verso Kabul in Afghanistan (664) all’avanzata a occidente attraverso il Nord Africa
verso Kairouan, nei pressi di Cartagine (670). Entro il 711 attraversarono sia il fiume Oxus, con la
successiva presa di Bukhara e Samarcanda, sia lo stretto di Gibilterra, per invadere la Spagna. Le
moschee azzurre di Samarcanda e Tashkent, insieme alle grandi moschee di Kairouan e Cordoba
simboleggiano la vastità di tale espansione. Dalla sua culla in Arabia, la nuova religione islamica non
solo sostituì il cristianesimo nelle terre in cui aveva avuto origine, ma estese anche il proprio dominio
sulla maggior parte del mondo conosciuto.
Quasi settant’anni fa il grande storico belga Henri Pirenne sottolineò il significato
dell’espansione araba con una frase memorabile: «Senza Maometto, Carlomagno sarebbe
inconcepibile». Egli sosteneva che lo sconvolgimento musulmano dell’antica rete commerciale che
aveva unificato tutte le coste del Mediterraneo, spinse il Nord Europa a sviluppare una base economica
propria, indipendente dal Meridione. I rapporti, attraverso il mare del Nord, con la Gran Bretagna e la
Scandinavia finirono per portare allo sviluppo della Lega Anseatica, che mise in contatto la Germania
con le regioni baltiche. Pirenne non riuscì tuttavia a riconoscere il ruolo ricoperto da Bisanzio
nell’impedire il proseguimento dell’espansione musulmana attraverso l’Asia Minore, i Dardanelli e in
Europa. Invece di analizzare le modalità con cui l’impero combattè per la propria sopravvivenza, egli
ne diede per   scontato il ruolo di protezione dell’Occidente. Tuttavia, se Costantinopoli fosse caduta
nelle mani degli arabi a metà del settimo secolo, questi ne avrebbero utilizzato la grande ricchezza e la
potenza imperiale per avanzare direttamente in Europa. Il grande successo delle prime conquiste
musulmane sarebbe stato ripetuto in tutti i Balcani e ancora più a ovest, dove le popolazioni slave e
germaniche non sarebbero state in grado di opporre resistenza.
Anche Roma, senza il suo retroterra cristiano, si sarebbe sicuramente convertita. Senza
Bisanzio, l’Europa come noi la conosciamo è inconcepibile.
Bisanzio sopravvisse. Tuttavia dovette scendere a patd con un nuovo nemico che aveva
provocato un cambiamento permanente nel mondo tardoantico, un nemico che non poté né sconfiggere,
né assimilare. Invece della dominazione romana sul Mediterraneo, una triplice divisione diede vita a un
Meridione islamico, un Oriente cristiano bizantino e un Occidente cristiano latino. Senza dubbio le
lunghe guerre tra Bisanzio e la Persia avevano indebolito entrambe le antiche strutture imperiali,
creando un vuoto parziale in cui si inserirono gli arabi, sfruttando al massimo le proprie energie per
altre campagne militari. Tuttavia la conquista, inizialmente provocata da pressioni economiche in
Arabia, dovette gran parte della propria forza alla nuova religione dell’Islam, che significa
«sottomissione» (alla volontà di Allah). Le rivelazioni di Maometto, che si identificò come ultimo
Profeta di Dio, unirono tra loro i guerrieri del deserto, sotto un’insegna certo capace di dare loro forza e
coesione, ma al tempo stesso limitante. Le sue parole furono le prime a essere scritte in arabo, in
contrasto con la ricca tradizione poetica orale propria di coloro che fino ad allora avevano adorato
numerosi idoli. Il Qur’an (Corano), in arabo classico, costituisce non solo il più antico, ma anche lo
splendido esempio di una lingua che precedentemente era solo parlata. Le tribù arabe divennero quindi
un popolo eletto, che aveva ricevuto la parola definitiva di Dio e l’aveva fissata nella propria lingua.
L’insistenza sul monoteismo e sull’adorazione spirituale in rituali facilmente praticabili ispirò i
credenti, disciplinò i convertiti, quantunque riluttanti, e diede a tutti i fedeli un nuovo senso della loro
missione.
Sebbene la guerra santa, jihad, non costituisse uno dei cinque pilastri dell’Islam (confessione di
fede, preghiera quotidiana, pellegrinaggio, digiuno nel mese di Ramadan ed elemosina), essa divenne
rapidamente un aspetto distintivo della nuova religione.
Gli arabi che presero parte alla prima grande ondata di conquiste avevano bisogno di seguaci,
nonché di forze aggiuntive, per sostenere le proprie campagne in Occidente e Oriente. Inizialmente i
guerrieri, che erano pagati e incoraggiati dal bottino, vivevano in guarnigioni separate dalle popolazioni
conquistate. Ebrei e cristiani, le genti del Libro (l’Antico Testamento), poterono mantenere la propria
religione anche sotto la dominazione islamica, a condizione che accettassero di versare un tributo
straordinario: nonostante ciò, molti si convertirono. Come dimostrato da Patricia Crone e Michael
Cook, la storia di questo sorprendente processo dev’essere ricostruita da fonti contemporanee esterne,
dal momento che quasi tutta la documentazione araba superstite è di vari secoli più recente, ed è inoltre
ricca di aspetti dal carattere mitico.
Le campagne arabe finirono per estendersi oltre i limiti delle conoscenze geografiche
occidentali del settimo secolo. È difficile per noi comprendere quanto velocemente la religione islamica si
sia diffusa dall’Arabia fino ai confini del mondo allora conosciuto.
Nel 712 gli arabi assoggettarono Toledo, capitale visigota, creando uno stato musulmano in
Spagna. Quarant’anni dopo sconfissero a Talas, in Sogdiana, le forze cinesi, assicurando così
l’estensione dell’Islam nell’Asia centrale. Questo nuovo mondo era collegato da carovane di cammelli,
che seguivano le piste del deserto da Ceuta, di fronte a Gibilterra, fino all’Estremo Oriente. Il fanatismo
della guerra santa si scontrò tuttavia con le seduzioni della vita da conquistatori nelle città occupate; i
guerrieri cominciarono a stabilirsi nei centri urbani, sposando fanciulle locali e perdendo gradualmente
la propria identità tribale. Il processo generò quasi inevitabilmente divisioni e guerre civili.
Ma già molto tempo prima, nel corso delle proprie campagne, quando gli arabi avevano tentato
di conquistare Bisanzio, erano stati bloccati dai monti fortificati del Tauro, che separano l’Asia Minore
dall’Asia vera e propria. Bisanzio divenne allora zona di   frontiera, barriera tra Islam e cristianità, tra
Europa e Vicino Oriente. Nel periodo di massima potenza araba, dal 660 al 740, l’impero dovette
affrontare annuali incursioni attraverso il Tauro, e contro Costantinopoli furono dirette tre grandi
campagne via terra e via mare. Come dichiarò il califfo Solimano (715-717), Costantinopoli era una
magnifica preda, e nel 717 era deciso a conquistarla. La sconfitta, dopo l’assedio durato un anno, fu di
estrema importanza per la sopravvivenza di Bisanzio. Gli arabi furono respinti, e la loro ambizione di
rendere Costantinopoli la base di un’ulteriore espansione a ovest fu vanificata.
Gli arabi che si insediarono in Spagna capirono che i Pirenei avrebbero costituito il limite della
propria avanzata in occidente.
Nel 733, durante una loro incursione più a nord, le milizie congiunte dei franchi sotto la guida
di Carlo Martello li sconfissero nei pressi di Poitiers, costringendoli alla ritirata. Da allora, per i
successivi settecento anni, gli arabi si mantennero dietro la barriera naturale dei Pirenei, dando vita in
Spagna a una società estremamente sofisticata, soprattutto nell’odierna Andalusia.
Due catene montuose segnarono quindi l’estensione della conquista musulmana del mondo
romano, e questi confini rimasero stabili per secoli. Intorno all’800, si sviluppò in Occidente una nuova
società cristiana che identificò il proprio territorio come «Europa», laddove Bisanzio rimase garante
della fede in Oriente.
Ambedue fiorirono al di là dei nuovi confini dell’Islam, che fecero poi arretrare.
All’estremità orientale del mondo mediterraneo, Gerusalemme era caduta in mano musulmana;
il patriarca Sofronio aveva consegnato la città a Umar (634-644), il secondo califfo (successore del
Profeta), piuttosto che permettere che si ripetessero la dissacrazione e il massacro persiano del 614. Nel
Corano Gerusalemme è citata come il luogo da cui Maometto venne condotto in un viaggio nei cieli
dopo esservi giunto dall’Arabia durante una miracolosa visita notturna. La roccia sulla Montagna del
Tempio sulla quale egli si posò fu racchiusa in un edificio. Nel 691-692 il califfo ’Abd al-Malik lo
sostituì con un magnifico santuario, la Cupola della Roccia. L’interno è decorato con mosaici in
stile   bizantino, eseguiti da artigiani bizantini, anche se recano un messaggio strettamente islamico.
Alcuni versetti in arabo del Corano, scritti su una fascia che sovrasta decorazioni interamente
aniconiche rappresentanti giardini idilliaci, alberi, fiori e urne ornamentali, sono diretti contro i
bizantini: «Il Messia, Gesù, figlio di Maria, fu solo un messaggero di Dio, e della Sua parola che Egli
affidò a Maria, e uno spirito proveniente da Lui. Quindi credi in Dio e nei Suoi messaggeri e non dire
‘tre’ (in riferimento alla Trinità cristiana): evitalo, è meglio per te».
Tale monumento simboleggia il decisivo spostamento sia del potere che dell’osservanza
religiosa nel Vicino Oriente.
Testimonianze indirette della contemporanea reazione bizantina sono contenute in storie
apocalittiche riferite alla fine del mondo, che implicano il fatto che le tribù arabe fossero antesignane
dell’anticristo. Sulla base di antiche predizioni, quali l'Apocalisse di Giovanni, queste narrazioni
reinterpretano la storia dell’ultimo imperatore romano, che si recherà a Gerusalemme e deporrà la
propria corona simboleggiando la fine dei tempi. In una delle versioni, la colonna di Costantino nel
Foro di Costantinopoli sarà l’ultimo monumento a sopravvivere alle inondazioni che distruggeranno la
terra. Servendosi del nome di Metodio, vescovo di Patara, che si diceva avesse scritto un’Apocalisse in
siriaco, i testi pseudo-metodiani riflettono l’ansia dei cristiani del settimo secolo per la conquista araba
della loro capitale.
Questo fu in verità l’obiettivo musulmano, che tuttavia non si realizzò. La resistenza bizantina
ebbe successo grazie alla forza militare, alla coesione dinastica e a elementi culturali e religiosi.
Le gigantesche mura di Costantinopoli, i fossati e le difese marittime generarono un profondo
senso di sicurezza tra i cittadini, rafforzato anche dalla loro fiducia nell’appoggio della Madre di Dio.
Gli abitanti fornirono anche le risorse umane necessarie alla manutenzione delle mura, che assicurarono
l’inespugnabilità della città. La profonda forza dell’impero fu nutrita dalla devozione cristiana, dalla
fiducia nel fatto che le vittorie militari bizantine fossero garantite da Dio e dal fatto che, grazie a una
sincera devozione, Egli avrebbe continuato a proteggerli.
Alle spalle della barriera naturale dei monti del Tauro, le poche truppe rimanenti che
provenivano dalle province del Vicino Oriente furono raggruppate e insediate in zone dell’Asia
Minore.
In luogo dei tradizionali metodi romani di reclutamento e pagamento, si sviluppò gradualmente
un nuovo sistema, che oggi definiamo medievale: alle forze combattenti venivano assegnate terre di
una regione militare, detta thema (plurale themata), su cui vivevano le loro famiglie e grazie allo
sfruttamento delle quali potevano equipaggiarsi per le annuali campagne estive. I primi tre fra questi
themata (o temi), identificati come Anatolikon (orientale), Armeniakon (armeno) e Opsikion (dal latino
obsequium, termine utilizzato per indicare i membri di un’unità militare) sembra siano stati istituiti nel
periodo dal 630 al 680. Poco dopo, furono creati quello di Thrakia (la Tracia, la regione a ovest di
Costantinopoli) e il thema (o tema) navale sulla costa meridionale dell’Asia Minore detto Kibyrraioton
(«dei Cibirreoti»), dalla città portuale di Kibyrra. L’Egeo continuò a essere pattugliato da una forza
navale indipendente (Karabisianoi) che sembra non aver tuttavia mai formato un tema.
In queste nuove circoscrizioni di governo militare, il generale (strategos) deteneva ogni potere.
Gli ufficiali civili erano subordinati alla sua autorità, e la loro funzione principale era quella di reclutare
i soldati, i cui nomi venivano registrati sulle liste militari (katalogoi). Oltre a questo aspetto essenziale,
il loro compito consisteva nella misurazione della terra, nel calcolo, nella registrazione e nella
riscossione delle tasse su tutto il territorio imperiale.
Ciò costituì la base dell’amministrazione bizantina fino alla caduta dell’impero ottocento anni
più tardi. Tuttavia, l’instaurazione della nuova amministrazione provinciale si protrasse per parecchie
generazioni, e non impedì le regolari incursioni delle forze musulmane provenienti da Damasco.
Bisanzio dovette mutare il proprio metodo di finanziamento e di organizzazione difensiva, adattando il
proprio sistema di governo alle ridotte dimensioni dello stato. L’impero dovette far fronte alla perdita
dell’Egitto, che per secoli aveva fornito grano per il nutrimento delle metropoli, così come delle ricche
città e delle regioni di Siria e Palestina.
Questo decisivo mutamento plasmò tutta l’età successiva e contribuì a dare forma alla Bisanzio
medievale. Nonostante queste perdite l’impero continuò a coniare affidabili monete d’oro e a vivere
sotto il proprio sistema giuridico. La legge romana fu tradotta in greco, e anche il sovrano abbandonò il
proprio titolo latino, imperator, per adottare quello greco, basileus. Anche Eraclio emanò nuove leggi, e
riformò la monetazione in bronzo.
Verso la metà del settimo secolo gli arabi salparono alla volta di Cipro, Cos e Rodi, che caddero
sotto il loro controllo. Da queste basi intensificarono la navigazione nell’Egeo, saccheggiando le isole e
i villaggi costieri, talvolta depredando anche il legname da costruzione delle navi. Nel 655 essi
sconfissero il giovane imperatore Costantesecondo(641-668), nipote di Eraclio, al largo della costa
meridionale dell’Asia Minore. In seguito, nel 662, Costante decise di spostare la propria corte nella più
sicura sede di Siracusa, in Sicilia. Il Liber Pontificalis romano descrive come Costante visitò Roma,
dove fu ricevuto in pompa magna da papa Vitaliano e offrì alle chiese molti doni, tra i quali un pallio
d’oro che pose sull’altare di San Pietro. «Egli si trattenne a Roma dodici giorni; smantellò le
decorazioni bronzee della città; rimosse le tegole bronzee dal tetto della chiesa di Santa Maria ad
martyres (...) Arrivato in Sicilia si stabilì a Siracusa. Impose sofferenze talmente grandi alla
popolazione (...) per anni e anni (...) come mai prima d’ora. Il 15 luglio, nella dodicesima indizione,
questo imperatore fu assassinato nel suo bagno.» Quando un pretendente rivendicò il trono, il Senato a
Costantinopoli incoronò immediatamente il figlio maggiore di Costante, Costantino quarto (668685), e
Siracusa tornò al proprio ruolo di capitale provinciale.
Sicilia e Italia meridionale rimasero sotto il controllo imperiale, sebbene nel nono secolo l’isola
soccombesse lentamente al dominio arabo. Molto tempo dopo la sconfitta militare di Bisanzio, alcuni
tribunali ancora redigevano in greco le loro sentenze, singoli individui fondavano monasteri ortodossi e
centri di copisti producevano manoscritti greci.
Fin dall’inizio del regno di Costantino quarto, Costantinopoli fu minacciata da continui attacchi
arabi; in una campagna durata   cinque anni gli assedianti svernarono a Cizico, impegnando in
combattimento ogni estate la flotta bizantina. Durante queste battaglie fu utilizzato per la prima volta
con efficacia il fuoco greco per distruggere le navi nemiche. Finalmente, nel 678, Costantino quarto
respinse definitivamente la montante marea musulmana, non solo dimostrando quanto fosse saldamente
difesa la sua capitale, ma anche persuadendo i mardaiti, tribù indipendente delle montagne del Libano,
ad attaccare gli arabi.
Costantino impose un trattato di pace trentennale al califfo Mu’awiya, che accettò di pagare un
tributo annuale di tremila pezzi d’oro, cinquanta ostaggi e cinquanta cavalli purosangue.
In questo modo l’imperatore pose fine a ciò che pareva un inarrestabile assalto contro Bisanzio,
sebbene il califfo ’Abd al-Malik (685-705) avrebbe più tardi ripreso le ostilità. Costantino quarto concluse
accordi favorevoli con i longobardi in Italia e gli avari nell’Europa centrale, ristabilendo buoni rapporti
con Roma. Escludendo i propri fratelli dal potere, insistette sul fatto che solo il figlio Giustiniano II
avrebbe dovuto succedergli come imperatore.
Questo punto di svolta nelle relazioni arabo-bizantine permise a Costantino quarto di spostare
l’attenzione dalla minaccia musulmana a quella di natura estremamente diversa posta dagli slavi nelle
province occidentali. Benché anch’essi fossero in grado di assediare città importanti, gli slavi
tendevano maggiormente a stabilirsi nelle terre fertili in gruppi definiti dalle fonti bizantine come
sklaviniai. La loro graduale infiltrazione nei Balcani costrinse molte comunità indigene a fuggire nelle
città fortificate, sui monti e nelle isole. Nel 584 Monemvasia, la «città con un unico ingresso», fu
edificata su uno sperone roccioso collegato al Peloponneso da uno stretto sentiero. La popolazione di
Argo si spostò verso Orove, isola del golfo Saronico, e gli abitanti di Patrasso fuggirono via mare fino
in Sicilia. Sia l’ampiezza dell’insediamento slavo, che può essere rintracciata nei toponimi e nelle
testimonianze archeologiche, sia la sua durata nel tempo, rimangono incerte. Ma quasi tutti gli slavi
finirono per trasformarsi in bizantini, o perché costretti dalla forza militare o attraverso legami
commerciali e sociali.
In questo processo di assimilazione e conversione, il nuovo   sistema amministrativo e la
Chiesa giocarono un ruolo significativo. Entro il 695 l’Ellade, nella Grecia centrale, costituì un tema
col suo proprio generale comandante e uno stato maggiore che sosteneva il clero locale, come i vescovi
di Atene e Corinto, nel mantenimento delle tradizioni ortodosse per mezzo di parrocchie e monasteri.
Inizialmente, attraverso contatti commerciali, gli slavi impararono la lingua greca; vennero poi
gradualmente assorbiti nell’impero, servendo nell’esercito, adottando il cristianesimo e pagando i
tributi a Costantinopoli come tutti gli altri sudditi. La loro acculturazione arricchì Bisanzio e consolidò
l’identità cristiana della Nuova Roma.
I nomi e le origini slave sono annotati nelle fonti in modo neutro; Niceta, patriarca di
Costantinopoli (766-780), era un eunuco slavo; Tommaso lo Slavo fu un generale che tentò di diventare
imperatore. Epiteti come questi ricadono nella categoria delle designazioni derivate dall’origine
geografica, da caratteristiche personali o da attività commerciali spesso considerate ridicole a Bisanzio.
Coloro che furono detti Paflagoniti (dalla Paflagonia) furono spesso dipinti caricaturalmente come
sporchi mangiatori di maiale, mentre aggettivi quali Simokattes (naso camuso), Sarandapechys
(quaranta cubiti) o Podopagouros (piede di granchio) potevano tutti essere intesi in senso canzonatorio.
Lo sviluppo dei cognomi segnò tuttavia un processo sociale che dava una maggiore identità agli
individui, benché potessero essere di estrazione umile. Nell’undicesimo secolo il patriarca Michele Cerulario
(produttore di candele) raggiunse la dignità senatoriale, ma doveva evidentemente avere dei fabbricanti
di candele tra i suoi antenati. In una visione d’insieme della storia medievale questo uso precoce e
diffuso dei nomi di famiglia distinse Bisanzio dagli altri stati come società dotata di una evoluta
coscienza dell’importanza delle genealogia e delle relazioni personali.
Nel processo di trasformazione degli slavi in bizantini, anche la Chiesa giocò un ruolo critico,
espandendo i vescovati ed edificando luoghi di culto. Fu un processo lungo e irregolare, segnato da
rallentamenti quali l’assedio di Patrasso nell’806, quando pirati arabi, per attaccare la città, si unirono
ai ribelli slavi. Grazie al   miracoloso intervento del santo locale, Andrea, e all’aiuto di un generale di
stanza a Corinto, gli assedianti furono sconfitti. Gli abitanti di Patrasso, fuggiti in Sicilia, furono
invitati a ritornare insieme al loro vescovo per rioccupare la città. Sappiamo dagli scritti di un erudito
del nono secolo, Areta, che i suoi genitori furono tra coloro che tornarono.
Oltre ad aver convertito le tribù slave al cristianesimo, i patriarchi di Costantinopoli tentarono
di imporre una definizione più uniforme della fede ortodossa. Durante l’invasione persiana del
611-619, molti cristiani monofisiti delle province orientali, che rifiutavano di accogliere i dettami del
concilio di Calcedonia (451), non sostennero le forze imperiali, ritenendo che un regime zoroastriano si
sarebbe rivelato più tollerante di quello bizantino.
Le controversie religiose si riflettevano così nelle questioni politiche. Servendosi delle
definizioni formulate per conquistare le comunità monofisite, il patriarca Sergio I e il suo successore
Paolosecondoemanarono editti teologici nel 634, 638 e 648, che estesero il dibattito relativo alla natura di
Cristo anche al problema della Sua energia e volontà. Tuttavia, la dottrina del monotelismo (secondo
cui Cristo possedeva un’unica volontà) provocò grande opposizione sia a Bisanzio che in Occidente,
fallendo nel tentativo di convincere i monofisiti.
Fu forse l’espansione dell'Islam, che minò il senso di sicurezza dei bizantini, a dare avvio alla
ricerca di definizioni teologiche più chiare. Le autorità cristiane di Costantinopoli da una parte
condannarono la nuova rivelazione come eretica, ma dall’altra si chiesero ansiosamente il motivo di
perché mai Dio permettesse agli infedeli di vincere così tante battaglie. Contemporaneamente lo sforzo
volto a ricondurre le Chiese monofisite alla comunione con Costantinopoli fu indebolito dalla conquista
musulmana che, in effetti, si impadronì delle aree che sostenevano la gerarchia delle Chiese e dei
vescovi rivali. Molti si convertirono all’Islam.
Altre comunità cristiane che rimasero fedeli a Costantinopoli sono oggi spesso identificate
come «melchite», dal termine siriaco per «imperiale». Sotto la dominazione dell’Islam tutti questi
cristiani furono tollerati e considerati gruppi protetti (dhimmi).
Essi adottarono gradualmente l’arabo come lingua liturgica, e molti sopravvivono tutt’oggi.
La campagna ufficiale a sostegno del monotelismo portò al processo e alla persecuzione di
oppositori come Massimo il Confessore e papa Martino I, che condannò la dottrina al sinodo
lateranense del 649. Sia Massimo che Martino furono condotti a Costantinopoli, processati dal Senato e
banditi, causando uno scisma tra l’antica e la Nuova Roma. Il papa morì in esilio a Cherson, sul mar
Nero, mentre Massimo fu mutilato e trasferito di prigione in prigione patendo grandi sofferenze. I loro
scritti conservano un racconto di questo disastro teologico, che coinvolse anche papa Onorio e molti
altri patriarchi di Costantinopoli.
Il monotelismo fu infine condannato al sesto concilio ecumenico convocato da Costantino quarto
nel 680, che concluse lo scisma con Roma. L’imperatore stesso presiedette a molte delle riunioni, in cui
i testi citati in supporto della teologia relativa all’unica volontà furono analizzati e considerati scorretti.
Egli ordinò che tutte le copie di tali scritti fossero bruciate, eccetto un esemplare destinato a essere
conservato sotto chiave nella sezione della biblioteca patriarcale dedicata alle eresie. Tale procedura
confermò il ruolo vitale della Chiesa nel sostenere la struttura imperiale di governo. Di contro, gli
imperatori ortodossi si servirono dei concili ecclesiastici per consolidare il proprio dominio dinastico.
Nel 692 Giustinianosecondoconvocò, allo scopo di revisionare la legge canonica, un altro concilio
generalmente definito in Trullo, poiché si riunì sotto la cupola del Gran Palazzo. Quest’assemblea di
duecentoundici vescovi, tra cui i rappresentanti dei cinque grandi patriarcati, emanò centodue canoni
destinati a imporre definizioni di fede più coerenti, e a rinnovare le norme volte a uniformare gli usi
ecclesiastici. Questi canoni compresero la condanna di molte attività precristiane, quali la celebrazione
delle Calende (anno nuovo), la festività del 1° marzo, caratterizzata da danze pubbliche femminili,
travestimenti e l’uso di maschere teatrali; ancora, vennero condannate l’invocazione di Dioniso durante
la spremitura dei grappoli d’uva; la predizione del futuro attraverso il comportamento di orsi o altri
animali, la lettura delle   nuvole, da parte di maghi, esperti di amuleti e di arte divinatoria, che
pretendevano di conoscere la fortuna, il fato o le genealogie.
Ma evidentemente si dimostrava difficile sradicare le tradizioni più antiche.
Il   concilio, inoltre, legiferò per la prima volta in materia di arte religiosa: il canone n. 100
stabilisce il divieto di esporre qualsiasi artefatto che possa suscitare sentimenti lascivi, e il canone n. 82
definisce le caratteristiche per la raffigurazione del Salvatore nella Sua forma umana come Verbo
incarnato, in contrapposizione al simbolo paleocristiano dell'Agnello di Dio. La prima regola poteva
essere applicata tanto alle icone di divinità pagane, quanto ai ritratti di prostitute e concubine che
abbellivano molte città accompagnate da versetti che descrivevano i loro talenti; la seconda ebbe un
influsso immediato sulla produzione di icone religiose, spesso realizzate dai monaci. Essa era rafforzata
dalla nuova rivoluzionaria monetazione aurea di Giustiniano, che presentava il volto di Cristo su un
lato e il ritratto dell’imperatore sull’altro. Ne vennero coniati due tipi: il primo utilizzò un’immagine di
Cristo con la barba, il secondo un modello del Cristo più giovane caratterizzato da capelli corti e ricci,
entrambi comuni nell’arte musiva.
I    pittori di icone avevano già in quel tempo sviluppato il primo stile pittorico, attestato in un
magnifico pannello del monte Sinai.
Il fatto che il Concilio in Trullo si sentisse obbligato ad affrontare tali questioni artistiche indica
che queste ultime avevano assunto un significato sempre maggiore, come effetto dei contatti sempre
più frequenti con l'Islam. Alla luce dei continui successi militari degli arabi, l’accusa di idolatria rivolta
esplicitamente all’adorazione delle icone assunse un certo rilievo, a causa dell’osservanza musulmana
del comandamento veterotestamentario contro la produzione di immagini.
Sebbene Giustinianosecondorappresentasse la quarta generazione della famiglia di Eraclio, nel 695
fu spodestato da un colpo di stato ed esiliato a Cherson sul mar Nero. Nonostante la mutilazione del
naso e della lingua, che gli avrebbe impedito di regnare ancora, sopravvisse e tornò al potere portando
un naso d’oro e servendosi di un interprete per parlare. Tentò di assicurare la successione del   figlio
Tiberio, ma il suo secondo regno, dal 705 al 711, fu caratterizzato da tali crudeltà e vendette nei
confronti dei propri nemici che l’intera famiglia fu sterminata in un altro colpo di stato.
Nondimeno Bisanzio, durante la mitica fase iniziale del confronto con l’Islam, ricavò dalla
dinastia fondata da Eraclio un senso di continuità e forza. Pur tra mille difficoltà, un’unica famiglia
imperiale mantenne il potere dal 610 al 695, assicurando una successione più ordinata di padre in figlio,
fatto che contribuì a rendere più sicuro l’impero nella trasformazione da stato tardoantico a stato
medievale. A Costantinopoli, il Senato mostrò la propria importanza assumendo ogni responsabilità nei
momenti di crisi. Fu il Senato a inviare la richiesta d’aiuto a Cartagine che salvò Bisanzio da
un’amministrazione caotica; fu il Senato a costituirsi come suprema corte di giustizia quando papa
Martino e altri accusati di eresia furono processati; fu ancora il Senato a impedire a Costantesecondodi
portare la propria famiglia in Occidente; dalle sue fila provenivano, infine, gli esperti patrizi che
conclusero molte importanti trattative diplomatiche. Il Senato fu tuttavia incapace di contrastare le
ambizioni dei capi militari rivali che aspirarono a controllare il trono tra il 695 e il 705, e ancora tra il
711 e il 717. I nuovi centri di potere, creatisi nei temi, annientarono l’autorità civile del Senato ed
entrarono in competizione fra loro per l’imposizione dei propri candidati all’impero.
Sotto l’assalto islamico, l’impero fu ridotto a uno stato medievale di dimensioni molto ridotte,
identificabile per la sua fedeltà alle tradizioni imperiali romane, al cristianesimo ortodosso e all’eredità
culturale greca. Esso adottò anche il principio della sovranità dinastica per rafforzare il nuovo sistema
di governo. Resistendo agli arabi, i bizantini sostennero la cristianità nel Mediterraneo orientale e
impedirono un’ulteriore espansione dell’Islam in Asia Minore. Da questa base estremamente limitata,
avviarono la conversione delle tribù slave, che avrebbe avuto conseguenze di grande portata.
Ma il principale risultato della nuova Bisanzio medievale fu di avere vanificato gli sforzi
musulmani di impadronirsi di Costantinopoli, fatto che avrebbe aperto la strada a una rapida conquista
dei Balcani, dell’Europa centrale e, forse, di Roma stessa.

Capitolo 9.
LE ICONE, UNA NUOVA FORMA DI ARTE CRISTIANA.
Quando il marito (che aveva commissionato un’icona lignea di san Michele Arcangelo) si sentì
vicino alla morte, prese la mano della moglie e la mise sopra quella dell’arcangelo dicendo: «O
arcangelo Michele (...) guarda, nelle tue mani io affido mia moglie Eufemia come un pegno, affinché tu
possa vegliare su di lei». E dopo la sua morte, Eufemia continuò a offrire incenso all’icona, a tenere
sempre una lucerna accesa davanti a essa e a rivolgerle preghiere tre volte al giorno, nelle quali
chiedeva al santo di aiutarla e proteggerla dal diavolo.
Sermone di Eustazio di Tracia, probabilmente settimo secolo
Questa semplice storia ci mostra come un’anziana coppia manifestasse la propria fede grazie a
un’icona di san Michele Arcangelo. Il dipinto che avevano commissionato venne conservato dalla
vedova Eufemia nella sua camera da letto, dove la donna praticava atti di devozione. Non solo
l’immagine la difendeva dai tentativi del demonio di distruggere la sua fede, descritti con vividi
dettagli, ma dopo la sua morte essa venne anche posta sul suo volto come forma di protezione. Il
vescovo del luogo assistette in seguito all’apparizione dell’Arcangelo stesso, accompagnato da molti
altri angeli abbigliati con vesti dorate, venuti per trasportare l’anima di Eufemia in Paradiso. L’icona
scomparve temporaneamente, ma venne più tardi trovata sospesa in aria nella chiesa episcopale, dove
compì molti miracoli.
Bruciare incenso e accendere un lume dinnanzi a un’immagine era un antico modo di
dimostrare venerazione. Tutti i ritratti imperiali dovevano essere onorati in tal modo, e a cavallo tra il
terzo e il quarto secolo il fatto che i cristiani non compissero tale atto scatenò le persecuzioni contro di loro.
Le statue pubbliche di divinità e imperatori, talora colossali, dominavano il panorama urbano e
ricevevano omaggi nel corso di particolari riti. Durante le festività pagane i simulacri degli dèi
venivano lavati, abbigliati e portati in processione attraverso le città; venivano innalzati su altari,
decorati con ghirlande floreali e adorati. Nei templi di Asclepio i pazienti dormivano vicino alla statua
del dio, offrendo preghiere per la richiesta di guarigione. Anche nelle abitazioni private venivano
venerati i lares familiari (divinità domestiche); furono in particolare le donne a curare questi santuari
domestici compiendo offerte agli dèi. Questa forte tradizione di bisogno di protezione all’interno della
propria casa fornì un contesto in cui le icone cristiane sostituirono gradualmente quelle antiche.
Sebbene non ci sia prova di tale processo, sembra possibile che, quando i cristiani adottarono la nuova
fede monoteista, essi avessero già rimosso gli antichi lares per sostituirli con nuove immagini
protettrici. Quando il cristianesimo si consolidò, le immagini di Cristo, della Vergine e dei santi
assunsero la funzione di assicurare il benessere della famiglia. Anche se raramente si pone l’accento su
questa forma di venerazione domestica, essa può essere stata il motivo per cui i fedeli presero a
considerare indispensabili le icone cristiane.
Recentemente Thomas Mathews ha dimostrato che nella tarda antichità le icone degli dèi
pagani venivano messe in mostra anche nelle case. Potevano essere incorniciate e appese al muro; a
volte possedevano pannelli laterali o coperchi che potevano celarne la parte dipinta. Furono realizzate a
encausto, utilizzando la cera calda colorata e applicata a sottili strati di legno per creare ritratti fedeli
alla realtà. Queste immagini di dèi e divinità locali possiedono occhi grandi e intensi che fissano
direttamente lo spettatore.
In loro onore si accendevano lucerne e si bruciava incenso. Spesso erano associate a pratiche
funerarie. Alcuni corpi mummificati   della regione egiziana di Fayyum conservano ad esempio ritratti
posti sul viso del defunto. Tali ritratti non rappresentavano solo ricche matrone con i propri gioielli
d’oro, ma anche anziani, bambini, atleti e divinità pagane. Le mummie si sono conservate nella zona
del Fayyum grazie alle condizioni ambientali favorevoli, per la secchezza del clima; altrove, benché
fossero diffusissime in tutto il mondo romano, sono andate perdute.
Mathews suggerisce che tali ritratti furono i predecessori delle icone cristiane dipinte con la
stessa tecnica, e che le immagini di Iside funsero da modello per le raffigurazioni della Madre di Dio, e
quelle di Giove e Serapide per le prime effigi di Cristo. È possibile trovare queste antiche icone sia in
ambienti privati, domestici, sia nei luoghi di culto. La prova che le icone siano derivate da modelli
pagani può essere confermata dalle storie di miracolose punizioni inflitte ai pittori, quando questi
cercavano di ritrarre Cristo alla stregua di Giove (una o entrambe le loro mani venivano
temporaneamente immobilizzate). Perfino durante gli anni Ottanta del sesto secolo furono scoperti pagani
che commissionavano icone al fine di sembrare devoti di Cristo, pur mantenendo invece la devozione
ad Apollo. Questa finzione causò processi, nei quali i pagani adoratori di Apollo furono condannati a
morte; essa implica anche il problema della difficile distinzione tra i pannelli a encausto raffiguranti dèi
pagani e le icone di Cristo.
Gli artisti si chiesero inoltre se si dovesse mostrare Cristo con i capelli lunghi e la barba, o con i
capelli corti e ricci. Laddove alcuni autori cristiani preferivano l’immagine con la lunga chioma
secondo la tipologia detta «del Nazareno», altri rivendicavano la maggiore autenticità dell’acconciatura
con i capelli corti e mossi.
Il termine greco eikon può essere riferito a qualsiasi immagine, ma pare indicare, in particolare
dal quarto secolo, i primi ritratti a encausto di Cristo, della Vergine, di santi e martiri locali, di vescovi e
monaci. In contrasto con l’uso domestico delle icone all’interno della casa, proprio in quest’epoca le
immagini religiose furono formalmente introdotte nelle chiese. I cristiani sepolti in sarcofagi (bare
marmoree dotate di coperchio) scelsero simboli e immagini che riflettessero le loro convinzioni
religiose: spesso   questi monumenti in marmo o porfido venivano successivamente collocati nelle
chiese. Il patrocinio imperiale, unito alla presenza di reliquie sacre, fornì spesso incentivo all’arte
cristiana come quando, ad esempio, Leone I (457-479) e la consorte Verina portarono a Costantinopoli
la cinta e il velo della Madre di Dio, edificando speciali sacelli per custodirli all’interno della chiesa
delle Blacheme, appena fuori dalle mura cittadine. Queste cappelle furono decorate con grandi icone
della Vergine, della coppia imperiale e dei due senatori responsabili dell’identificazione delle reliquie.
Durante celebrazioni meno ufficiali, anche le immagini di uomini venerati, vescovi, martiri e santi
venivano commemorate in mosaici e affreschi affissi in luoghi pubblici. I pannelli dipinti furono
rapidamente riprodotti in metallo, mosaico, smalto e con materiali meno preziosi, incorniciati e
ricoperti con piastre d’argento impreziosite da gemme: inoltre, per proteggerne la parte dipinta, si
appendevano dei veli di seta di fronte alle icone.
Queste diedero vita a una nuova forma di arte, che rimane particolarmente associata a Bisanzio.
Esse non furono solo di straordinaria importanza all’interno dell’impero, ma esercitarono anche
un’immensa influenza al di là dei suoi confini.
In che modo le icone hanno raggiunto a Bisanzio una posizione così importante? Nonostante
alcune riserve teologiche, connesse alla proibizione dell’Antico Testamento riguardante la produzione
di immagini, raffigurazioni religiose sono menzionate nei primi testi cristiani. Benché non vi sia prova
della loro esistenza durante la vita di Cristo, tali icone furono associate alla sacralità dei loro soggetti
dal racconto secondo il quale san Luca avrebbe eseguito un dipinto della Vergine con il bambino, e
dalla credenza che su tutte le copie successive si riverberasse lo stesso carattere di autenticità. Altre
immagini create miracolosamente, come il Mandylion, il telo sul quale si credettero impresse le
sembianze di Cristo, furono dette acheiropoietai (non realizzate da mano umana), e furono
particolarmente venerate. A Edessa (in Siria) e a Kamouliana (nell’Asia Minore centrale) le icone
ispirate al sacro telo assunsero il ruolo di protettrici della città e vennero portate in processione attorno
alle mura ogni volta che compariva un nemico. Allo stesso modo, dopo il primo concilio ecumenico, si
pensò che la protezione di Nicea fosse dovuta alle immagini dei 318 padri; mentre la celeberrima icona
della Madre di Dio giocò un ruolo molto significativo nella difesa della capitale. Come abbiamo visto,
ciò diede origine all’ulteriore denominazione di Costantinopoli: Theotokoupolis, la città custodita dalla
Theotokos, colei che generò Dio.
La fiducia nel potere delle icone era legata alla teoria secondo la quale queste potevano in
qualche modo catturare la sacra essenza della persona raffigurata, e che proprio attraverso l’immagine
sacra fosse possibile entrare in comunicazione con essa. San Basilio di Cesarea (ca. 329-379) ripropose
questa credenza in un famoso commento sulle immagini imperiali: l’onore reso alle raffigurazioni si
trasferiva al prototipo. Le icone potevano quindi servire da intermediarie; le preghiere loro dirette
giungevano alle sante figure che rappresentavano. Tale interpretazione fu rafforzata dal modo in cui le
icone si rivolgevano allo spettatore. Le figure rappresentavano un’autorità frontalmente, in modo
diretto, con grandi occhi che foravano il pannello come se volessero invitare al dialogo. Per mezzo di
questo contatto immediato, le icone richiedevano attenzione. In risposta, i cristiani offrivano alle
immagini la propria totale devozione. Si narra che dinanzi alle icone cristiane si siano verificate visioni
e conversioni. Ad esempio, quando una coppia senza figli visitò il santuario di Santa Gliceria a Eraclea,
il marito sostenne che la santa gli apparve e gli parlò, rassicurandolo del fatto che avrebbe avuto un
figlio: poco dopo nacque santa Elisabetta. Le icone, quindi, facilitavano un metodo di interazione
spirituale che non si basava sull’intermediazione di sacerdoti o vescovi. Esse operavano nelle case
come nelle chiese e, come dimostrano vari racconti, garantivano particolare conforto a chi vi era
privatamente devoto. In questo senso ebbero la stessa funzione delle divinità domestiche precristiane.
Le icone furono create anche con altri mezzi: gli artigiani mantennero l’antica abilità
dell’incisione dei metalli preziosi e di costosi materiali - avorio, gemme, smalti e cristallo di rocca.
I    dittici eburnei commissionati dai consoli romani scomparvero con loro nel sesto secolo,
sebbene gli imperatori continuassero a ordinare pannelli d’avorio per la commemorazione di
un’incoronazione o di un matrimonio. Molte placche d’avorio medievali ritraggono soggetti cristiani
come san Michele Arcangelo o scene della vita di Cristo. Esse conservano spesso la forma del dittico
consolare unito da cerniere centrali, o del trittico, con la possibilità di coprirne la parte centrale; su
alcuni trittici sono intagliate sia la superficie interna che quella esterna. Talvolta, singoli pannelli
venivano uniti assieme per la decorazione di grandi pezzi d’arredo ecclesiastico, ad esempio troni
d’avorio quali l’esemplare del sesto secolo appartenente al vescovo Massimiano di Ravenna.
Quando il prezzo delle zanne d’elefante crebbe, furono impiegate ossa di tricheco o di altri
animali per la fabbricazione di pettini, aghi e piccoli contenitori circolari. In Occidente gli avori
bizantini di soggetto cristiano venivano spesso reimpiegati come coperture di codici: montati su comici
di metallo decorate con gemme e cammei antichi, essi costituivano così le splendenti custodie dei
manoscritti su pergamena.
Una serie di piatti d’argento decorati con scene della vita di Davide riflette l’ispirazione
veterotestamentaria dell’arte bizantina: l’uso di marchi d’argento per garantirne la qualità rende
possibile datare molti di questi pezzi ad anni precisi del regno di Eraclio (610-641). È possibile
identificare altri oggetti argentei grazie alle dediche fatte incidere dagli abitanti dei villaggi siriani.
Tali oggetti erano destinati alle chiese rurali della zona che, a loro volta, possono essere datate
sulla base delle iscrizioni contenute nei pavimenti a mosaico. Croci, patene, calici, cucchiai, coperte
d’altare e di libri destinati ad uso liturgico ci suggeriscono che questo tipo di doni fu molto diffuso a
tutti i livelli sociali.
Come il culto degli antichi dèi si era propagato grazie all’arte (sculture e dipinti), allo stesso
modo anche le icone si dimostrarono un modo efficace per far conoscere le storie di particolari santi. I
pellegrini che si recavano in cerca di cure miracolose, ottenibili grazie al contatto con le reliquie dei
santi, trovavano spesso chiese decorate con varie immagini - di Demetrio a Tes  salonica, Artemio a
Costantinopoli, Menas accompagnato dai suoi cammelli nei pressi di Alessandria, e Simeone sulla sua
colonna nelle vicinanze di Antiochia. Talvolta le icone emanavano un liquido terapeutico che si
dimostrava una cura efficace; anche l’olio che bruciava nelle lampade poste dinanzi a esse possedeva
poteri taumaturgici. Alla fine del sesto secolo il patriarca Sofronio di Gerusalemme fu testimone diretto di
fatti di questo tipo ad Alessandria, dove osservò folle di pellegrini, molti dei quali, dopo aver ricevuto
una cura, acquistavano bottiglie d’argilla o d’argento decorate con l’immagine del guaritore. Le icone
portatili erano realizzate con coperchi che proteggevano la superficie decorata, mentre icone più
piccole venivano agganciate a collane per la protezione personale. I flaconi dei pellegrini e le
medagliette di materiale poco costoso ebbero un ruolo determinante nella diffusione della fama dei
santi guaritori, pari a quello delle Vite che circolavano per iscritto.
Nonostante tale produzione di immagini religiose, gli artigiani bizantini non persero mai la
propria abilità nel ritrarre personaggi e storie pagane, e i loro clienti continuarono a commissionare ciò
che desideravano. Recenti scoperte nelle province tardoantiche di Siria, Palestina e Transgiordania
confermano il fascino che continuavano a esercitare gli antichi miti; l’amore maledetto di Ippolito e
Fedra, Prometeo che genera i primi uomini o la sfida tra bevitori tra Dioniso ed Eracle, raffigurati in
mosaici realizzati nell’ottavo secolo sotto il dominio musulmano. Su contenitori d’avorio furono dipinte
con grande realismo immagini del ratto di Europa o degli amori di Zeus. Allo stesso modo gli artisti
che lavoravano l’oro e l’argento, tradizionalmente raggruppati in corporazioni che ne limitavano il
numero e garantivano la qualità, continuarono a decorare i propri prodotti con immagini tratte dalla
mitologia antica o con rappresentazioni di Bacco e Sileno assieme a menadi discinte. L’uso
dell’encausto per i ritratti profani continuò ancora nel sesto secolo; molti di essi vennero inoltre
accompagnati da versi: «Fui una meretrice nella Roma bizantina, e davo a tutti i miei favori. Sono
Calliroe la versatile che Tommaso, spinto dall’amore, qui raffigurò, mostrando che gran desiderio ha
nella   sua anima, poiché come la cera si scioglie, così si scioglie anche il suo cuore». La gamma dei
soggetti che la Chiesa considerava inadatti ci ricorda il gusto bizantino per le immagini precristiane,
che si protrasse fino al dodicesimo secolo e oltre.
A parte simboli come la croce, le immagini cristiane non vennero introdotte sulle monete fino al
692-695, quando Giustinianosecondoconiò emissioni dorate con ritratti di Cristo, servendosi sia
dell’immagine con i capelli lunghi, sia di quella con i capelli corti.
Successivamente furono più comunemente rappresentati sulle monete la Vergine o i santi, per
invocarne la speciale protezione e assistenza; l’imperatore Alessandro (912-913) introdusse, ad
esempio, sul retro delle monete un’effige di san Giovanni Battista che lo incoronava imperatore.
Durante gli anni Sessanta del nono secolo il sigillo del patriarca Fozio mostrava un’immagine della
Vergine con il Cristo bambino in forma di medaglione, noto come il tipo della « Blachernitissa», da
una famosa icona situata nella chiesa delle Blacheme; poco dopo anche l’imperatore Leone sesto pose
un’icona della Vergine sulle proprie monete auree. Il fatto che Fozio avesse copiato l’immagine di
un’icona per il proprio sigillo riflette l’importanza di questo tipo di immagine a Bisanzio.
Già nel nono secolo le icone costituivano la quintessenza dell’arte bizantina, e ispiravano, allora
come oggi, la devozione dei fedeli ortodossi.
Quasi tutti gli aspetti dell’arte bizantina erano di ascendenza classica e si ispiravano a tecniche
più antiche. Nel caso delle icone, l’encausto venne utilizzato con successo per la commemorazione
delle divinità pagane e di cittadini romani di ogni livello sociale.
Nella Bisanzio cristiana l’icona devozionale inaugurò tuttavia una nuova forma artistica, che ne
divenne la caratteristica più peculiare. Insieme ad altri oggetti di lusso in oro, argento, avorio o in seta
colorata, le icone furono apprezzate dai cristiani come prova della superiorità della cultura bizantina.
La stessa tradizione artistica avallò inoltre l’ideologia imperiale attraverso immagini che raffigurano i
sovrani come elargitori di doni, oppure attraverso monete in cui essi venivano associati a figure sacre, o
infine nelle opere d’arte profana in cui erano raffigurati imperatori vittoriosi,   committenti di
manoscritti, corone e altri simboli del potere imperiale. In questo modo l’arte sostenne l’impero nella
sua transizione verso lo stato medievale, e i prodotti artistici rimasero un emblema di Bisanzio anche
dopo il 1453. Inoltre, a causa della devozione che suscitavano, le icone cristiane furono al centro del
grande dibattito che scosse l’impero tra il 730 e l’843.

Capitolo 10. 
L’ICONOCLASTIA E L’ADORAZIONE DELLE IMMAGINI SACRE.
Ciò che viene falsamente chiamato «icona» non ha fondamento nella tradizione del Cristo né in
quella degli apostoli né in quella dei Padri, e non esiste neppure alcuna preghiera di consacrazione che
possa mutarne la qualità da comune a sacra.
Rimane invece comune e senza valore, così come l’ha dipinta il pittore.
Definizione, concilio iconoclasta del 754
La creazione e l’adorazione delle icone non è una nuova invenzione, ma un’antica tradizione
della Chiesa (...) È per noi impossibile pensare senza usare immagini fisiche (...) attraverso la vista
corporea noi raggiungiamo la contemplazione spirituale. Per questo motivo Cristo assunse sia l’anima
che il corpo, poiché l’uomo è formato da entrambi.
San Giovanni Damasceno, ottavo secolo
Iconoclastia, letteralmente «distruzione delle icone», è uno dei pochi termini bizantini tuttora in
uso nelle lingue europee. Questa è di per sé una testimonianza dell’importanza estesa nel tempo del
conflitto cui dà nome: la lotta relativa ai pericoli e ai poteri delle immagini religiose. A Bisanzio
l’iconoclastia fu ispirata dal secondo comandamento della legge mosaica, che recita: «Non ti costruirai
degli idoli, né li adorerai». La ripresa di questa legge nel libro del Deuteronomio è ancora più severa:
«Non ti costruirai alcuna immagine, né alcuna effige di entità che è solo in cielo o   sulla terra o nelle
acque al di sotto di essa. Non ti inchinerai davanti a loro, né le servirai, perché io, il Signore tuo Dio,
sono un Dio geloso». Non furono tuttavia né la tradizione ebraica, né quella cristiana a dare avvio
all’iconoclastia bizantina. Fu la visione islamica di questo comandamento contro l’idolatria che lanciò
una sfida al mondo delle immagini all’interno dell’impero cristiano.
A Bisanzio si era diffuso un profondo attaccamento alle icone dei santi, come abbiamo visto, e
le immagini di Cristo circolavano per tutto l’impero sulle monete imperiali. Nel 692, quando il
Concilio in Trullo insistette sul fatto che Cristo fosse raffigurato secondo la sua forma umana,
argomentò che l’incarnazione giustificava la rappresentazione personale del Cristo, che era molto più
istruttiva delle immagini simboliche dell’Agnello di Dio. Gli scribi dei manoscritti della prima età
cristiana illustravano regolarmente scene bibliche, che indicavano come essi confidassero nella capacità
delle immagini di insegnare la Sacra Scrittura. In questo, seguirono l’ammonimento di papa Gregorio primo
ai vescovi occidentali: le immagini potevano istruire chi non era in grado di leggere. Questa nozione,
che i dipinti fossero le «Bibbie degli illetterati», incoraggiò un’arte narrativa che si rifaceva alle storie
del Vangelo piuttosto che all’icona devota in forma di ritratto.
Entrambi i tipi di rappresentazione erano largamente diffusi a Bisanzio già nell’ottavo secolo.
Dal momento che i bizantini tenevano in gran conto la propria arte sacra e le icone, perché
d’improvviso vi si opposero? Il fenomeno dell’iconoclastia, in cui la popolazione distrusse le immagini
che aveva precedentemente adorato, richiede una spiegazione. Esistono varie teorie, dall’affermazione
che l’intera responsabilità vada addossata a Leone terzo (717-741), fino a una recente interpretazione (di
Paul Speck) secondo la quale vi furono effettivamente coinvolte poche persone - mentre la maggior
parte dei fedeli rimase indifferente alla questione. L’iconoclastia fu tuttavia una delle più grandi dispute
ideologiche della storia. Lo scontro durò oltre un secolo; a Bisanzio sono documentati due periodi
distinti di distruzione delle immagini, dal 730 al 778 e ancora dall’815 all’843, con testimonianza di
alcune morti e martìri.
Quanto al potere delle immagini nell’ambito della religiosità popolare, esso fu forse valutato nel
modo più corretto dai comandanti sovietici negli anni Trenta del 1900: quando fu loro ordinato di
muoversi contro l’influenza della Chiesa, si narra che abbiano allineato le icone, le abbiano condannate
a morte e quindi fucilate.
Per comprendere l’introduzione dell’iconoclastia è essenziale ricapitolare le questioni militari
che afflissero Bisanzio agli inizi dell’ottavo secolo. Leone terzo (717-741) fu l’ultimo di una serie di
imperatori, generalmente poco qualificati, imposti dalle truppe provinciali dei temi, che
ricorrentemente marciavano sulla capitale e creavano a loro piacimento i sovrani. Nei ventidue anni tra
il 695 e il 717 ci furono diversi avvicendamenti tra regnanti: la conseguente instabilità sviò l’attenzione
dalla pericolosa espansione degli arabi in Asia Minore e dei bulgari nei Balcani.
Già al tempo di Anastasiosecondo(713-715), gli arabi stavano organizzando un grande assalto alla
capitale, cui l’imperatore potè resistere soltanto riparando le mura e immagazzinando rifornimenti. Una
rivolta delle truppe del tema Opsikion, coadiuvata dalla flotta, portò al trono, contro la sua stessa
volontà, un esattore delle tasse proveniente dall’amministrazione provinciale (Teodosio terzo, 715-717).
Ciò condusse le armate dei temi Anatolikon e Armeniakon a tentare di porre fine alle costanti rivolte
con la nomina di un sovrano militare più competente.
Nel marzo del 717 Leone, generale delle forze anatoliche, riuscì a ottenere il potere venendo a
patti con Teodosio terzo e il patriarca Germano, e fu incoronato imperatore a condizione di non
intervenire sulla Chiesa e di permettere al proprio predecessore di ritirarsi dalla vita pubblica come
monaco. Una volta riconosciuto sovrano, Leone terzo preparò immediatamente la città ad affrontare
l’atteso attacco. Sapendo che da decenni gli arabi intendevano fare di Costantinopoli la propria capitale,
egli diede ancora maggior vigore alle misure già prese, accumulando ulteriori approvvigionamenti di
cibo, preparando la flotta e rafforzando le difese cittadine. Nel corso dell’assedio del 717-718, durato
dodici mesi, la strenua resistenza di Leone, unita all’abile   impiego del fuoco greco, all’aiuto bulgaro
e all’intercessione della Vergine, portò a una grande vittoria sugli arabi. Tale vittoria rivelò sia
l’esperienza militare di Leone, sia la fiducia popolare nella protezione divina della città, e da allora
venne commemorata annualmente.
Per prevenire ulteriori attacchi arabi dal mare, Leone terzo dedicò particolare attenzione alle forze
navali, con la creazione del nuovo tema di Thrakesion sulla costa occidentale dell’Asia Minore, la
promozione dei cibirreoti allo status di tema e l’istituzione di nuovi comandi navali nel mar Egeo e a
Creta. Egli represse inoltre una rivolta in Sicilia, e rafforzò il controllo imperiale sull’Italia
meridionale. L’imperatore dimostrò anche la propria ortodossia tentando la conversione forzata degli
ebrei e degli eretici cristiani detti «montanisti» (seguaci del profeta frigio Montano, delsecondosecolo).
Infine, con l’incoronazione del figlio Costantino, di un anno d’età, come coimperatore, rivelò
l’intenzione di istituire una nuova dinastia imperiale che avrebbe regnato per generazioni. Per la
diffusione di tale messaggio furono coniate nuove monete. Ma le province dell’Asia Minore
continuarono a subire ripetuti attacchi, che le forze tematiche non erano in grado di contenere,
nonostante gli sforzi di Leone. Poiché i bizantini ritenevano che Dio concedesse la vittoria in battaglia,
e che in passato li avesse aiutati contro l’impero di Persia, si dovettero necessariamente interrogare sul
motivo per cui Egli concedesse ora il trionfo agli arabi. In qualità di popolo timorato di Dio, cercarono
una spiegazione della collera divina nelle loro umane mancanze.
Nel 726, dal profondo dell’Egeo, una grande eruzione vulcanica scagliò nell’atmosfera lava
incandescente e pietre pomici «grosse come colline», che oscurarono il cielo per giorni, per poi
giungere galleggiando fino alle spiagge dell’Asia Minore, della Grecia e delle isole. Una nuova isola
emerse tra Thera (Santorini) e Therasia. Quando Leone si interrogò sul significato di questo segno
divino, i suoi consiglieri lo interpretarono come un avvertimento contro l’idolatria, e gli suggerirono di
bandire le icone dalle chiese e dai luoghi pubblici. Non è chiaro se l’imperatore sapesse che il vescovo
Costantino di Nakoleia, in Asia Minore,   aveva già notato il fallimento delle icone nel proteggere le
città assediate dagli arabi, e che alcune immagini miracolose avevano cessato di operare gli attesi
prodigi; comunque, successivamente, Costantino fu identificato come uno dei consiglieri di Leone.
Quando l’imperatore si convinse che il favore divino veniva rifiutato a causa dell’eccessiva
venerazione delle icone, considerata simile all’idolatria, «iniziò a esprimersi contro le sante icone»,
secondo la testimonianza del cronista Teofane. Questi cita inoltre l’editto del califfo Yezid che nel
722-723 ordinava la distruzione dell’arte cristiana, sostenendo che Leone fosse stato ispirato dalla
stessa idea e quindi «pensasse come un saraceno». Per Leone era necessario assicurarsi l’aiuto di Dio in
battaglia contro gli arabi: se ciò significava imporre l’iconoclastia, allora si doveva farlo. L’iconoclastia
fu adottata quale via per riguadagnare il sostegno divino in un momento critico per la sopravvivenza di
Bisanzio.
Non aveva nulla a che vedere con la visione che Leone aveva della teologia, ma indicava
piuttosto che aveva ben compreso quali erano i metodi che i suoi avversari impiegavano per ottenere la
disciplina e l’efficacia militare.
La prima fase dell’iconoclastia si aprì nel 730, quando Leone terzo ordinò ai capi delle chiese di
rimuovere le icone. Quando il patriarca Germano rifiutò di acconsentire, questi venne deposto da un
tribunale giudiziario composto da senatori e ufficiali civili.
Anastasio, già suo assistente, fu nominato alla direzione della nuova chiesa iconoclasta. A
Roma, tuttavia, papa Gregorio II
(715-731) e il suo successore Gregorio terzo (731-741) reagirono con ostilità alla lettera ufficiale
sui pericoli posti dalle icone. Il loro antagonismo fu inoltre incentivato dalle dispute relative alla
tassazione in Italia, che era stata innalzata dopo un nuovo censimento imperiale della popolazione.
Oltre alla rimozione di una vistosa icona collocata nel palazzo imperiale, si ricordano pochi casi
specifici di distruzione di immagini, come se per un tale cambiamento nella pratica religiosa si sentisse
il bisogno di una base teologica più definita e solida. Più tardi il figlio di Leone, Costantino V, fornì
tale giustificazione nei   propri scritti e diede avvio a una vera e propria campagna per imporre
l’iconoclastia.
Dopo un lungo regno di ventiquattro anni, Leone terzo morì in pace nel 741. Tra i notevoli
risultati del suo governo vi furono una decisiva vittoria sugli arabi l’anno precedente, ad Akroinon; un
nuovo codice legale, l'Ecloga, che - tra le altre riforme destinate a rafforzare il sistema giuridico -
istituiva un salario per i giudici provinciali in modo da evitare la corruzione; e il trasferimento della
provincia ecclesiastica dell’illirico orientale dal controllo romano a quello di Costantinopoli. Ciò
riportò le regioni di lingua greca dell’Italia meridionale, della Sicilia, dei Balcani, della Grecia, con le
loro rendite fiscali, nell’orbita della capitale bizantina, e fu ovviamente osteggiato dai vescovi romani.
Nel 731 papa Gregorio terzo tenne un concilio locale per la condanna dell’iconoclastia, che inaugurò un
nuovo scisma tra Roma e Costantinopoli, e i suoi successori continuarono a rivendicare i territori
dell’illirico.
Il regno di Leone portò tuttavia stabilità a Bisanzio, consolidò le difese imperiali e contrastò
efficacemente l’espansione musulmana. L’iconoclastia parve avere successo nel suo principale scopo di
riguadagnare il favore divino in battaglia, senza la necessità di ricorrere a una massiccia distruzione di
immagini sacre.
Il secolo tra il 743 e l'843 fu dominato dalla lotta per le icone.
Dopo una breve ma violenta guerra civile, Costantino quinto(741-775) assunse il controllo della
capitale e iniziò a sviluppare la propria personale teoria sull’iconoclastia, sostenendo una forma di
devozione più spirituale che evitasse qualsiasi adorazione idolatrica del legno dipinto. Questa teologia
relativa a una fede cristiana priva di icone fu elaborata nelle sue Peuseis («Inchieste»), che
evidenziavano il fatto che l’Eucaristia fosse la vera immagine di Cristo, e la Croce il simbolo cristiano
più potente. In vista della celebrazione di un concilio ecumenico che consolidasse la credenza e le
pratiche iconoclaste, Costantino quintoorganizzò una serie di dispute per controbattere l’opposizione
iconofila, e per far sì che tutti i vescovi sostenessero la teologia corretta. Quando l’incontro ebbe
finalmente luogo, a Hiereia, nel 754, i vescovi iconoclasti denunciarono la venerazione delle icone
come idolatria, citando testi   delle Scritture e sottolineando il dovere dei cristiani di praticare la
propria fede senza il bisogno di vili oggetti materiali come le immagini dipinte sul legno. «Poiché la
Chiesa cattolica di noi cristiani si pone nel mezzo tra il giudaismo e il paganesimo, essa cammina sulla
nuova via della pietà e della venerazione (...) senza accettare i cruenti sacrifici (...) del giudaismo;
condannando inoltre l’intera pratica della fabbricazione e della venerazione degli idoli, della cui arte
abominevole il paganesimo è creatore ed esempio.» Roma non partecipò al concilio, e ne rifiutò le
decisioni. Anche se gli atti dell’assemblea furono successivamente distrutti, eccetto la Definizione,
preservata per essere esplicitamente condannata nel 787, risulta chiaro che Costantino rivestì un ruolo
fondamentale. Ne seguì la persecuzione e la morte di irriducibili adoratori delle icone, principalmente
monaci che dipingevano le immagini religiose e ne incoraggiavano il culto. Santo Stefano il Giovane fu uno dei più famosi.
Dopo un’epidemia di peste bubbonica negli anni quaranta dell'ottavo secolo, Costantino radunò
molti operai nella capitale per ripararne i maggiori acquedotti, così come per ristrutturare i monumenti
danneggiati durante un grave terremoto. La chiesa di Sant’Irene, fondata da Giustiniano, fu ricostruita
nello stile iconoclasta con una croce a mosaico nell’abside: può ancora essere ammirata come esempio
impressionante dell’arte simbolica allora in voga. La croce fu ovviamente venerata anche dagli
iconofili come l’emblema più efficace della potenza di Cristo; fu utilizzata sia dagli iconoclasti che
dagli iconofili per benedire, proteggere, curare ed esorcizzare i demoni. Nel 751, tuttavia, l’imperatore
iconoclasta non fu in grado di salvare Ravenna dai longobardi; come notato in precedenza, non fu
inviato in Occidente alcun aiuto militare. Ciò fu in parte dovuto alle campagne di Costantino quintocontro
arabi, slavi e bulgari, concluse da importanti vittorie e che lo tenevano impegnato sul fronte orientale.
Come conseguenza dei suoi trionfi militari, l’idea di vittoria imperiale finì per coincidere con la
politica religiosa dell’iconoclastia, e chi combattè nelle guerre ne divenne un fervente sostenitore. Alla
sua morte, nel 775, Costantino quintolasciò un regno molto   più solido al figlio Leone quarto (775-780), che
aveva fatto sposare con Irene, una fanciulla ateniese.
Nonostante i quarantacinque anni di politica iconoclasta, l’imperatrice Irene, rimasta vedova nel
780, decise di revocarla, compiendo un audace e sorprendente cambio di rotta che venne sostenuto
dagli iconofili esiliati, specialmente monaci. In nome del sedicenne figlio Costantino sesto, Irene convocò
un nuovo concilio ecumenico a Costantinopoli. Furono invitati papa Adriano I e i tre patriarchi
orientali, che inviarono i propri rappresentanti all’assemblea, presieduta da un patriarca di recente
nomina. Irene aveva promosso alla carica Tarasio, capo della propria amministrazione civile. Dopo un
primo incontro disastroso nel 786, che venne fatto fallire dai vescovi fedeli all’iconoclastia, il concilio
si riunì nuovamente a Nicea nel 787, denunciando l’iconoclastia come un’innovazione rispetto alla
tradizione ecclesiastica. Fu ripristinata la venerazione delle icone, giustificata dalla citazione dei
miracoli registrati principalmente nelle vite dei santi, e furono emanati ventuno canoni secondo cui
nessuna chiesa sarebbe stata costruita senza reliquie e icone di santi. L’argomento principale degli
iconofili fu che l’incarnazione del Figlio di Dio permetteva la raffigurazione di Cristo secondo le
sembianze che Egli aveva preso in terra. Quell’immagine poteva essere venerata con i relativi onori
(proskynesis), ma l’effettiva adorazione (latreia) era riservata soltanto a Dio. «La santa Chiesa di Dio,
che professa giustamente che vi è una sola ipostasi di Cristo in due nature: è stata istruita da Dio a
rappresentarLo nelle icone, perché essa si ricordi della Sua grazia redentrice» (sesta sessione del
Concilio del 787). Ogni testo iconoclasta doveva essere distrutto.
L’imperatrice Irene sfruttò indubbiamente la divisione generata da mezzo secolo di iconoclastia,
e approfittò dell’opportunità di riportare Bisanzio alla venerazione delle icone, poiché ciò le avrebbe
garantito un controllo maggiore. La sua sollecitudine nella restaurazione del culto delle immagini non
sembra comunque indicare un particolare spirito di carità cristiana. Infatti, quando Costantino sesto si
liberò dalla sua influenza e provò a regnare da solo, l’imperatrice lo fece accecare nella stessa
sala   purpurea in cui lo aveva partorito ventisei anni prima. Dal 797 all’802 lo sostituì, regnando come
imperatrice, promulgando leggi e trattando con il califfo Harun al-Rashid e con Carlo Magno. Il suo
ritratto è visibile su entrambe le facce delle monete auree coniate in suo nome, in uno stile unico che
trascura ogni immagine o simbolo cristiano. Quando il suo ministro delle finanze la spodestò in una
congiura di palazzo, aveva regnato più a lungo del marito Leone quarto.
Nell’815 l’imperatore Leone quintodiede avvio alla seconda fase dell’iconoclastia, un ritorno
intimamente connesso alla promessa di successo militare, che venne allora strettamente associato alla
figura di Costantino V. In una cerimonia accuratamente preparata, alcuni soldati fedeli alla sua
memoria fecero ingresso tra le tombe imperiali del mausoleo annesso ai Santi Apostoli, chiamando il
loro eroe a condurli alla vittoria. Sotto Leone quinto(813-820) e Michelesecondo(820-829) le forze iconoclaste
affrontarono con successo i bulgari, e il patriarca Giovanni, detto il Grammatico (grammatikos) per la
sua profonda cultura, elaborò nuove giustificazioni per la distruzione delle immagini. Durante il regno
dell’imperatore Teofilo (829-842) si assistette a una più vigorosa persecuzione di chi persisteva nella
pittura o nella venerazione delle icone.
Alla morte di Teofilo, la sua vedova Teodora assunse il potere imperiale in nome del giovane
figlio Michele terzo. Nonostante l’aperta opposizione di alcuni ufficiali dell’esercito e dei suoi stessi
parenti maschi, l’imperatrice riuscì a stringere una forte alleanza con la gerarchia di corte guidata
dall’eunuco capo, Teoctisto, e con monaci iconofili precedentemente esiliati: e ancora una volta fu
un’imperatrice a revocare l’iconoclastia. Teodora scelse come patriarca Metodio, che era stato torturato
e imprigionato, e gli ordinò di comporre una nuova liturgia (il Synodikon dell’ortodossia) per segnare il
ritorno alla giusta fede. Riaffermando la validità delle conclusioni del concilio del 787, la venerazione
delle icone fu ristabilita il 10 marzo 843, e fu nuovamente ordinata la distruzione di tutti i testi
iconoclasti. Teodora insistette inoltre affinché la Chiesa concedesse al marito Teofilo l’assoluzione
postuma per   la sua iconoclastia, cosicché il giovane principe Michele non fosse danneggiato da una
qualche associazione con l’eresia. Il Synodikon fu recitato con i nomi degli iconoclasti Leone terzo e
Costantino quinto(ma non di Teofilo) collocati in una lunga lista di eretici condannati; esso è ancora parte
del rito delle chiese ortodosse durante la prima settimana di Quaresima.
Il   «Trionfo dell’ortodossia», come divenne noto l’evento, fu commemorato nelle icone, anche
se del nono secolo non ne sopravvive alcuna. Una copia del quattordicesimo secolo, che oggi si trova al British
Museum, ritrae l’imperatrice con Michele terzo e il patriarca Metodio, mentre adorano un’icona della
Vergine col bambino al di sopra di un gruppo di martiri iconofili, di alcuni monaci e di una suora
(fittizia), Teodosia. Anche i salteri miniati riflettono la rinascita dell’arte figurativa, con numerose
illustrazioni nei margini che spesso ritraggono la controversia iconoclasta (ad esempio, il patriarca
Giovanni Grammatico calpestato dagli iconofili). Tre manoscritti di questo genere, tra cui il famoso
salterio Khludov, risalgono al periodo immediatamente successivo all’843, e servirono da modello per
copie posteriori. Nei monumenti, d’altro canto, l’arte simbolica iconoclasta perdurò per alcuni anni:
nessun iconofilo infatti poteva muovere obiezioni all’uso della croce.
Solo nell’866 la decorazione absidale di Santa Sofia a Costantinopoli fu rinnovata con un
mosaico della Vergine in trono col bambino. Il patriarca Fozio la inaugurò la domenica di Pasqua con
un sermone che ne riassumeva il significato; essa è ancora in situ e può essere venerata ancora oggi. In
altri luoghi i dipinti e i mosaici che erano stati cancellati o ricoperti furono ripristinati. In modo
miracoloso un lampo rivelò l’originale mosaico della visione di Ezechiele nella chiesa di San Davide a
Tessalonica. Anche se il patriarca temeva ancora il ritorno dell’iconoclastia, il «Trionfo
dell’ortodossia» garantì la venerazione delle icone. Il loro ruolo e la devozione loro tributata non
verranno più messi in questione.
Da questa panoramica dell’iconoclastia dev’essere però chiaro che tutte le ricostruzioni
moderne del suo impatto sono basate su una documentazione inadeguata. Questo perché i vittoriosi
iconofili insistettero sulla distruzione delle tesi dei propri oppositori.
Come abbiamo visto, nel 787, e ancora nell’843, essi richiesero la totale obliterazione della
teologia iconoclasta, con il rogo di tutti i testi. Questa sistematica distruzione spazzò via la maggior
parte delle testimonianze di ciò che gli iconoclasti avevano tentato di ottenere. Il testo completo delle
Peuseis, composte da Costantino V, gli atti dei concili iconoclasti del 754 e dell’815, e gli scritti
teologici di Giovanni Grammatico sono andati tutti perduti. Oggi conosciamo la fondamentale
Definizione di fede emanata dai teologi iconoclasti nel 754 solo perché venne letta pubblicamente nel
787, quando fu condannata capoverso per capoverso. In campo artistico, vari mosaici absidali che
rappresentavano croci monumentali realizzati dagli iconoclasti finirono per essere sostituiti da
immagini della Vergine con il bambino, lasciando solo un’ombra di contorno. Anche la maggior parte
dell’arte profana del periodo iconoclasta, ad esempio scene di corse di carri e cavalli, venne giudicata
irriverente e rimossa.
L’iconoclastia, per sua stessa natura, implica distruzione. Ma il numero di icone, dipinti,
affreschi e manoscritti miniati che furono effettivamente destinati alle fiamme, ridipinti o cancellati è
sconosciuto. Le stime moderne non sono concordi. Documentare le perdite e ricostruire l’arte del
tempo è ovviamente impossibile.
Ma la distruzione iconoclasta è testimoniata: nel patriarcato di Costantinopoli, le figure sacre
che precedentemente ne decoravano le stanze vennero sostituite da croci, anche se non prima degli anni
Sessanta dell’ottavo secolo. I manoscritti superstiti di epoca iconoclasta oggi sono privi delle immagini,
che furono tagliate via, e i salteri prodotti immediatamente dopo l’843 presentano pitture iconoclaste
sovrapposte alle icone.
L’unico modo per comprendere questo secolo di controversia iconoclasta è collocandolo nel suo
contesto più ampio. I bizantini si rivoltarono contro le proprie immagini sacre tra il 730 e l’843 con un
grande slancio innescato dalla sfida posta dalla conquista islamica, dalla crisi dell’impero e dalla
prospettiva della fine del mondo. Quando Bisanzio accettò la sua nuova situazione e riprese fiducia
nella propria capacità di sopravvivere, ritornò alle icone - nel 787 prima e poi ancora nell’843, quando
le imperatrici Irene   e Teodora imposero la loro volontà. Nel momento in cui si sentì di nuovo
minacciata, agli inizi del nono secolo, Bisanzio adottò la politica che più profondamente era connessa alla
vittoria in guerra, affidandone la guida a dei militari. La seconda fase dell’iconoclastia, dall’815
all’843, è spiegabile solamente come riflesso della reazione di Bisanzio a un’ulteriore sconvolgente
minaccia alla sua esistenza.
Se guardiamo più da vicino gli argomenti che furono addotti da entrambe le parti possiamo
notare quanto direttamente essi fossero legati alla sfida islamica. Gli iconoclasti sostennero che le
immagini religiose erano pericolose, e portavano la popolazione all’idolatria, un peccato per il quale
sarebbero stati puniti. Essi puntarono inoltre sul fatto che le icone non erano più efficaci, avendo perso
il loro potere di difendere e curare i veri fedeli cristiani. Entrambe le motivazioni furono usate nel 730,
quando Leone terzo introdusse l’iconoclastia come politica ufficiale dello stato. Contro questa linea di
condotta gli iconofili elaborarono sofisticate argomentazioni basate sull’incarnazione, che permisero
agli artisti di raffigurare il Cristo come uomo. San Giovanni Damasceno e altri credevano che i cristiani
potessero essere innalzati a una consapevolezza più alta del divino attraverso la venerazione delle
icone.
Nel corso del dibattito sulle icone, Bisanzio finì per utilizzare le immagini sacre per definire la
propria arte contro l’influenza degli arabi iconoclasti. I bizantini conoscevano le rivendicazioni
islamiche di superiorità rispetto alle precedenti rivelazioni di Dio agli ebrei e ai cristiani, rivendicazioni
che erano impresse sulle monete musulmane e su monumenti come la Cupola della Roccia. Le sure del
Corano ripetevano il messaggio che Gesù era solo un profeta fra gli altri, non il Figlio di Dio. Gli artisti
cristiani combatterono queste idee rappresentando la crocifissione, per enfatizzare la propria fede nella
resurrezione. Nel monastero sul monte Sinai, completamente circondato da musulmani che negavano
che Cristo fosse resuscitato dai morti, icone risalenti al periodo dell’iconoclastia mostrano il Cristo
morto sulla croce. Esse intendevano rimarcare che Gesù morì, fu sepolto e tornò in vita prima
della   sua ascensione ai cieli. Il dibattito su quale rivelazione divina fosse vera si estese a tutte le
regioni e si rifletté in tutti gli aspetti della propaganda politica, così come nei monumenti e nelle icone.
L’iconoclastia ebbe ripercussioni su molti livelli della società, non solo sui pittori di icone, per
la maggior parte monaci perseguitati per aver continuato a produrle, o sulle comunità che vi si
opposero apertamente, come i cenobi di Studio e Chora, entrambi nella capitale. I monaci iconofili
furono esiliati in varie regioni; altri, che avevano accettato la nuova dottrina, vennero insediati in questi
e altri centri precedentemente iconofili. Allo stesso modo, tutti quelli che continuarono a venerare le
icone in casa, in particolare le donne, rischiarono la prigione o peggio. Quando santo Stefano e i suoi
compagni furono incarcerati per ordine di Costantino V, si dice che la moglie del carceriere avesse
portato loro le proprie icone in segreto, affinché potessero continuare a venerarle. Gli uomini di Chiesa
di entrambe le fazioni che rimasero fedeli alla propria teologia e rifiutarono il compromesso ne
subirono le conseguenze: i patriarchi iconofili Germano e Niceforo furono costretti a ritirarsi; Paolo
abdicò (una cosa molto inusuale a Bisanzio); i vescovi iconoclasti che fecero fallire il concilio del 786
vennero puniti e il patriarca Giovanni Grammatico, che si rifiutò di ritirarsi nell’843, fu mandato in esilio.
Ma forse il settore più significativo a essere coinvolto fu l’esercito, come dimostrano i molti
soldati che divennero iconoclasti convinti sotto Costantino quinto  quando questi li guidò in grandi vittorie
sia sugli arabi che sui bulgari alla metà dell’ottavo secolo.
Ai loro occhi, la corretta teologia iconoclasta aveva garantito i trionfi militari sui nemici esterni
di Bisanzio.
Fuori dall’impero le reazioni registrate in altri centri cristiani indicano quanto la venerazione
delle icone venisse presa sul serio.
Nel suo monastero nei pressi di Gerusalemme, san Giovanni Damasceno (ca. 675-753/4)
compose un’apologia delle sacre immagini. A Roma la teologia iconoclasta fu vista come un’altra
eresia orientale, come il monotelismo, e fu fermamente osteggiata.
Più a nord, tuttavia, i teologi franchi furono scossi dall’aspetto idolatrico delle giustificazioni
iconofile, quando ne vennero a   conoscenza in un’approssimativa traduzione degli atti del concilio del
787. Anche oltre le frontiere imperiali le dispute e le conseguenze dell’iconoclastia furono considerate
significative.
Forse il segno più rivelatore delle profonde ripercussioni dell’iconoclasmo è costituito dagli
sforzi degli iconofili per cancellarne ogni nozione. Per diversi decenni dopo l’843 il patriarca Fozio
temette una rinascita dell’iconoclastia e scrisse dei pericoli che comportava, lasciando intendere come
tale politica avesse mantenuto forza e vigore anche dopo essere stata condannata.
Venne smentito, ma la distruzione della teologia iconoclasta non ebbe completamente successo,
poiché durante la Riforma europea i protestanti critici nei confronti delle immagini religiose citarono
precisamente gli stessi testi e i concetti derivati dall’esperienza bizantina. Il confronto con successive
forme di iconoclastia conferma inoltre le cause latenti delle preoccupazioni cristiane riguardo alle
immagini religiose: le icone possedevano una funzione simile alle rappresentazioni degli antichi dèi
pagani. Nella venerazione delle icone erano riprodotte tutte le antiche pratiche: esse venivano baciate e
adorate; di fronte a loro si accendevano candele e si bruciava incenso, e si rivolgevano preghiere ai
santi che vi erano rappresentati. Gli iconoclasti condannarono tale comportamento come una nuova
forma di idolatria pagana, che generava la credenza superstiziosa secondo cui il legno dipinto potesse
rispondere alle aspettative del fedele. Anche i musulmani avevano notato la somiglianza e sostenevano
che questa pratica rendeva il cristianesimo «pari alla religione del popolo degli idoli». Da qui la
determinazione degli iconofili di distinguere le icone cristiane da quelle pagane e la loro venerazione
dalla vera adorazione, riservata a Dio soltanto. Questo è ancora oggi un problema delicato presso alcuni
circoli ortodossi.
Sostenere che l’iconoclastia ebbe un’importanza fondamentale non riduce il significato di altre
conquiste del periodo. La maggior parte degli abitanti dell’impero, ormai molto ridotto in estensione,
vissero l’ottavo e il nono secolo come un periodo di accresciuta minaccia militare. Sconfiggendo le forze
arabe e bulgare, Leone terzo e Costantino quintogarantirono la sopravvivenza dello stato bizan  tino. Gli
abitanti delle province di frontiera sia in Oriente che in Occidente non vennero più esposti
regolarmente a una simile devastazione. Costantinopoli sarebbe stata assediata di nuovo, ma avrebbe
sostenuto tutti i successivi attacchi fino al 1204. Le riforme giuridiche, il consolidamento del governo
militare dei temi, la restaurazione della sovranità dinastica e il ristabilimento di Costantinopoli come
uno dei maggiori mercati del Mediterraneo orientale furono più importanti per la vita di Bisanzio
dell’iconoclastia. L’intima connessione tra la vittoria militare e l’iconoclastia forgiata da Costantino v e
imitata dai suoi successori dev’essere ritenuta responsabile della sistematica distruzione dell’arte
figurativa - sopravvive a malapena una sola icona cristiana prodotta a Costantinopoli prima del 730 - e
della persecuzione, della tortura e dell’uccisione degli artisti iconofili e dei monaci.
Le battaglie iconoclaste attirano inoltre l’attenzione su un affascinante contrasto tra il sostegno
maschile alla distruzione delle immagini e l’opposizione femminile, incarnata nelle imperatrici Irene e
Teodora, che la revocarono con successo. Le due donne parvero agire sulla base di considerazioni
politiche piuttosto che di credenze personali. Irene in particolare stabilì un significativo precedente
quando assunse l’autorità imperiale nel 780, convocò il settimo concilio e successivamente risolse la
situazione durante la sovranità del figlio. Ciò non fu certamente accettato ovunque.
Alcuni osservatori occidentali rifiutarono di credere che Irene potesse governare da imperatrice,
e sostennero che la carica imperiale fosse vacante, per promuovere l’autorità superiore di Carlo, re dei
franchi. Il giorno di Natale dell’800, quando Carlo si recò a pregare sulla tomba di san Pietro, papa
Leone terzo improvvisò la sua incoronazione ed egli fu acclamato «imperatore dei romani». Il papa
sapeva che Irene regnava, e che il nuovo titolo non sarebbe stato considerato accettabile a Bisanzio.
Carlo stesso cercò di affrontare la rottura delle relazioni causata da tale cerimonia rispondendo
favorevolmente ai negoziati di Irene per un matrimonio di convenienza, che avrebbe permesso a
entrambi di usare il titolo imperiale nelle loro rispettive sfere politiche. Questo fu l’evento che provocò
il complotto contro di lei. Il suo   esempio fu nondimeno seguito non solo da Teodora, ma anche da
imperatrici successive. A Bisanzio le imperatrici madri rimaste vedove continuarono ad agire da
reggenti per i propri giovani figli, come avevano fatto Irene e Teodora.
Nello sviluppare il proprio culto delle icone, la cristianità bizantina si distaccò dalla consolidata
interpretazione di cosa fosse un’immagine sacra prodotta dall’uomo. Tutta la successiva arte bizantina
fu basata su principi elaborati in questo periodo. La fede nelle icone venne celebrata sia in
impressionanti realizzazioni di arte pubblica, come i mosaici di Santa Sofia raffiguranti Costantino e
Giustiniano ai lati della Vergine, o il Cristo sull’entrata principale, sia in ambito domestico. I periodi
dell’iconoclastia rafforzarono forse questo culto, incoraggiando donne come la moglie di un carceriere
a conservare le proprie icone nonostante la politica ufficiale della Chiesa. È quindi paradossale che
Irene e Teodora, che revocarono l’iconoclastia bizantina, lo abbiano fatto tanto per il loro amore del
potere quanto per la loro devozione.
Forse inavvertitamente, esse incoraggiarono anche tradizioni artistiche che avrebbero portato
alla grande fioritura della pittura di icone, dell’incisione dell’avorio, della decorazione dei manoscritti,
della produzione di mosaici e affreschi, opere che sono diventate il segno distintivo dell’arte bizantina.
Se gli imperatori iconoclasti salvarono Bisanzio dagli arabi, le imperatrici iconofile assicurarono la
possibilità di realizzare gloriose rappresentazioni dei personaggi sacri cristiani per seicento anni - e
ancora più a lungo fuori dall’impero.

Capitolo 11. UNA SOCIETÀ COLTA E ARTICOLATA.
Leggi i manuali militari, le storie e le opere che riguardano la Chiesa (...) Se vi porrai attenzione
potrai raccogliere da essi (...) massime di ingegno, di moralità e di strategia; perché quasi tutto l’Antico
Testamento è fatto di storie di strategia. Un lettore diligente potrà raccoglierne anche (...) molte dal Nuovo Testamento.
Cecaumeno, Strategikon, consigli ai suoi figli, undicesimo secolo
Una ragione per credere che le opinioni sul ruolo delle icone fossero largamente conosciute,
testardamente mantenute e tramandate attraverso le generazioni, è che ad ogni livello della complessa e
articolata società bizantina la cultura letteraria venne sempre tenuta in gran conto. Le scuole di
villaggio e le scuole episcopali, i sacerdoti, i monaci e i singoli insegnanti fornivano i mezzi per
imparare a leggere. L’istruzione era accessibile al di là del semplice leggere e scrivere e nella capitale
essa raggiungeva i livelli più alti, producendo uomini altamente qualificati destinati
all’amministrazione civile, all’esercito e alla Chiesa. Poiché le posizioni dominanti in tutti gli ambiti
erano aperte al talento, l’istruzione fu vista come mezzo di mobilità sociale, una chiave per accedere ai
privilegi delle alte cariche e a una posizione sociale di preminenza.
In un processo circolare, l’istruzione dei membri più giovani di una famiglia poteva portare a un
accrescimento delle sue fortune, di cui beneficiavano tutti i parenti, i quali, a loro volta, investivano
nelle strutture educative e nelle attività intellettuali che rendevano   più solido e proficuo lo status degli
studiosi a Bisanzio. Il rispetto e l’ammirazione bizantini per l’apprendimento è una caratteristica
determinante della cultura dell’impero.
In contrasto con l’Occidente, dove un’istruzione di livello superiore era riservata a chi era
destinato alla carriera ecclesiastica, a Bisanzio qualsiasi ragazzo di talento poteva intraprenderla.
Mentre il linguaggio vernacolare della strada, con il suo vocabolario e la sua pronuncia, veniva usato
per la comunicazione quotidiana, il greco attico classico dominava l’educazione superiore,
congiungendo l’epica omerica con la lingua della Bisanzio medievale. Gli eruditi bizantini utilizzavano
nei propri scritti il greco antico, ed è probabile che lo parlassero. Nell’Europa settentrionale i loro
omologhi occidentali studiavano il latino o il greco come lingue straniere, molto distanti dal germanico
o dall’anglosassone o dalle lingue romanze che si stavano lentamente sviluppando nel francese, nello
spagnolo e nell’italiano. Anche se studiavano i classici, Cicerone, Virgilio e Ovidio, con una passione
simile alla devozione bizantina per il greco, essi non conobbero una simile continuità. Solo i cinesi
vantano una storia linguistica più lunga di quella greca.
Il sistema educativo bizantino fu, e sempre rimase, classico, basato sulle sette arti liberali
dell’antichità: tre materie letterarie (grammatica, retorica, logica) seguite da quattro matematiche
(aritmetica, geometria, armonia e astronomia). L’argomentare filosofico era alla base dell’intero
programma di studi, anche se solo gli allievi di grado avanzato affrontavano i testi di Platone e
Aristotele. I bambini iniziavano con le lettere di base e si esercitavano nella scrittura dell’alfabeto su
tavolette cerate. Essi proseguivano poi passando dall’apprendimento delle Favole di Esopo a esercizi
basati sull'Arte della grammatica di Dionisio Trace (un grammatico delsecondosecolo a.C.). Imparavano la
poesia a memoria, in particolare i poemi omerici. In media potevano mandare a mente e comprendere
trenta versi al giorno, quindi completare l’Iliade, che ne conta più di quindicimila, doveva essere un
processo lento. Dopo la poesia e la grammatica gli studenti adolescenti erano pronti per la retorica, lo
studio delle orazioni e di   come elaborare discorsi convincenti utilizzando i brevi testi modello
(progymnasmata), come quelli di Aftonio d’Antiochia o compilazioni più tarde. Leggevano i discorsi di
Demostene e Libanio e si esercitavano nel comporre e recitare i propri, destinati a celebrare eventi
particolari come i matrimoni imperiali.
Tutto ciò precedeva lo studio del quadrivio di scienze matematiche e della filosofia, che si
svolgeva nella capitale.
Questo curriculum pagano godeva di un grande prestigio. Fu seguito senza particolari
cambiamenti dal quintoal XV secolo. Esso forniva ai bizantini colti una base di conoscenza secolare
derivata dai principi della Grecia classica, a cui si aggiungevano gli insegnamenti e la teologia
cristiana. Cecaumeno, un militare autodidatta dell’undicesimo secolo, consigliava ai suoi figli di leggere la
Bibbia, piena di storie utili e di precetti morali. Come molti ufficiali d’alto rango, Cecaumeno univa la
consapevolezza dell’importanza dell’educazione secolare al profondo rispetto per le credenze cristiane.
Allo stesso modo gli ecclesiastici erano convinti dei benefici di una buona cultura profana nella
discussione di questioni teologiche. Le cronache del sesto concilio ecumenico tenutosi nel 680681, ad
esempio, rivelano una procedura di controllo dell’autenticità delle fonti cristiane sulla base di copie
autorizzate conservate nella Biblioteca patriarcale. L’alto livello di educazione letteraria e di
raffinatezza intellettuale del clero permise alla Chiesa bizantina di difendere con successo la propria
teologia.
A Bisanzio venne considerato normale un livello assai elevato di documentazione scritta,
praticamente senza confronti nell’Alto Medioevo; ad esempio, le decisioni legali venivano redatte in
triplice copia, cosicché la cancelleria imperiale ed entrambe le parti in causa ne avessero a disposizione
una. In una disputa su alcuni terreni discussa di fronte alla corte patriarcale nel 1315 una donna e sua
cognata produssero un totale di sei documenti, tutti relativi alla stessa proprietà fondiaria, due dei quali
si rivelarono contraffatti. Anche i negoziati diplomatici erano registrati meticolosamente, come
apprendiamo dalla minaccia dell’imperatore Niceforo Foca di produrre copia di un accordo stretto nel
967, nel caso in cui l’ambasceria occidentale del 968 avesse tentato di   contravvenirvi. I registri
tributari conservavano dettagli sulle generazioni precedenti dei proprietari terrieri, così come
l’indicazione del responsabile del pagamento del tributo, e anche i contratti privati stilati dai notai
forniscono simili informazioni personali. L’attività di migliaia di funzionari e di scribi addestrati, il loro
sistema di archiviazione e molte generazioni di ufficiali civili istruiti sostennero l’amministrazione
imperiale.
A Bisanzio vennero anche riconosciuti gli accordi non scritti conclusi tra persone umili e prive
di mezzi, e incoraggiata una profonda cultura orale che si sviluppò in relazione a quella scritta.
Essa ebbe origine nei cantari, nelle storie e nelle memorie tramandate di generazione in
generazione, come in molte società medievali. La testimonianza scritta di questa cultura orale è per sua
natura scarsa, ma è chiaro come in molte occasioni i genitori o i parenti più anziani insegnassero ai
bambini proverbi derivati dal teatro e dalla poesia greca classica, aneddoti sulle divinità antiche e
precetti morali. Le abilità tecniche relative a opere di costruzione, a lavori agricoli e alla cura delle
partorienti, per citarne solo alcune, dovevano essere trasmesse di generazione in generazione all’interno
della stessa famiglia, con i padri che addestravano i figli al mestiere di fabbro e le madri che
insegnavano alle figlie a cucinare e tessere. Nell’importantissimo campo della medicina, la levatrice era
vista come una saggia donna la cui abilità poteva contribuire a salvare delle vite, mentre coloro che si
occupavano degli epilettici e dei lebbrosi si affidavano generalmente all’esperienza conservata in forma
orale. Quindi oltre alla tradizione manoscritta della conoscenza medica, basata su Galeno o su esperti
più antichi, i dottori bizantini avevano accesso a una conoscenza non scritta sotto forma di complessi
metodi di cura dei malati.
In parallelo al sistema educativo classico, i monasteri fornivano fin dai tempi più antichi a
uomini e donne analfabeti che si dedicavano alla vita cristiana una modalità di apprendimento orale
molto più semplice: memorizzare i Salmi e i Vangeli. Alcuni tuttavia insistettero perché i novizi
imparassero a leggere per poter partecipare alla liturgia in modo consapevole. Questa
educazione   cristiana elementare è menzionata nell’agiografia bizantina, dove spesso la santità dei
protagonisti è evidenziata dalla velocità e dalla facilità con cui imparavano a memoria lunghi passi
delle Scritture. I bambini in generale acquisivano una qualche educazione cristiana nelle proprie
famiglie. Molti altri imparavano a leggere piuttosto che a scrivere, abilità che richiedeva anni di
esercizio. Le Vite dei santi furono scritte in un greco più semplice, utilizzato anche per le raccolte di
miracoli e di storie «utili all’anima». Alcune fanciulle erano poi sufficientemente istruite da redigere
testamento, donare possedimenti e partecipare alla vita monastica, sebbene poche raggiungessero le
capacità letterarie di Cassia, una monaca del nono secolo che compose inni, epigrammi e poemi. Studi
sull’istruzione basati su documenti più tardi indicano come tra le donne la capacità di leggere, se non quella di scrivere, fosse più diffusa a Bisanzio che nell’Europa medievale.
Inevitabilmente vi fu tensione tra il contenuto fondamentalmente pagano dell’istruzione e la
cultura cristiana dell’impero.
Un testo dell'ottavo secolo fa luce sui problemi affrontati da un gruppo di sedicenti filosofi locali
che decisero di registrare le iscrizioni sui basamenti delle statue di Costantinopoli e di commentare gli
antichi monumenti. Le loro Brevi Note Storiche comprendono descrizioni di gruppi statuari classici e
dei loro poteri, il riferimento ai ritratti degli imperatori e l’identificazione di edifici, pagani e cristiani.
La ricerca degli autori è diretta alla comprensione dell’ambiente pagano della «Regina delle Città».
Essi mettono in guardia contro le virtù malefiche delle statue antiche, che potevano cadere e uccidere
chi vi si accostava per le sue ricerche, come successe a Imerio durante il regno di Filippico (711-713)
nel Kynegion, un’antica arena per gli spettacoli di bestie feroci sull’acropoli di Bisanzio; forniscono
anche etimologie spesso ridicole per alcuni dei nomi che riescono a identificare, e citano autorità
sconosciute a sostegno delle proprie interpretazioni. Leggere le antiche iscrizioni greche era per loro
quasi altrettanto difficile di quanto lo sia per noi oggi. Nondimeno, ci offrono una chiara testimonianza
di un interesse per il passato classico   che è documentato anche nei campi intimamente connessi
dell’astronomia e dell’astrologia.
Sotto Costantino V, quindi prima del 775, venne prodotta una copia delle Tavole manuali di
Tolomeo, lo strumento essenziale per il calcolo del movimento del sole, della luna, dei pianeti e quindi
per la previsione delle eclissi. Alla fine del secolo, la corte bizantina impiegò un astrologo che si
serviva delle Tavole per elaborare oroscopi e predire il futuro. La stessa tradizione scientifica era
estremamente apprezzata anche a Baghdad, dove un monaco cristiano, Teofilo, era impiegato come
astrologo capo di al-Mahdi (775-785), traducendo molte opere greche antiche in siriaco e arabo. I suoi
scritti erano ben noti anche a Bisanzio, e suscitarono forse un accresciuto interesse per le opere
astrologiche, generalmente considerate sconvenienti dalla Chiesa. La rielaborazione dei testi scientifici
a Bisanzio è anche più impressionante della cultura letteraria che risulta evidente nelle Vite di molti
patriarchi e santi dell’ottavo e del nono secolo, come i patriarchi Tarasio (784-806) e Niceforo (806-815) e
san Teodoro, abate del monastero di Studio (morì nell’826), che fu istruito alla metrica della poesia
classica e scrisse epigrammi in stile aulico.
Queste capacità furono mantenute vive nei monasteri palestinesi sotto il dominio musulmano.
Durante la prima metà dell'ottavo secolo, san Giovanni Damasceno e il fratello adottivo Cosma
dimostrarono un’eccezionale conoscenza del curriculum classico, comprese le scienze matematiche.
Mar Saba, il monastero di San Saba nei pressi di Gerusalemme, possedeva una ricca biblioteca a cui
molti eruditi e scribi diedero il loro contributo fino al periodo delle crociate. Negli anni Novanta del X
secolo, tuttavia, mano a mano che il dominio islamico si faceva meno permissivo, molti monaci
palestinesi si spostarono a Costantinopoli portando con sè la propria cultura. Uno di questi fu Giorgio,
noto come Sincello, poiché aveva servito come synkellos (compagno di cella, assistente) del patriarca
di Gerusalemme, giunto nella capitale con la sua lunga Storia, che copriva i primi sei millenni dalla
creazione del mondo al regno di Diocleziano. L’uso di narrare l’intera vicenda dell’umanità usando il
sistema di datazione che partiva dal   primo anno di vita del mondo, annus mundi, era stata mantenuta
al di là delle frontiere dell’impero e diede nuovo impulso alla storiografia di Bisanzio. La sua influenza
è chiara nella cronaca attribuita a Teofane Confessore, che proseguiva l’opera di Giorgio Sincello ab
anno mundi 5777 (284-285) fino al 6305 (812813), utilizzando probabilmente materiale da lui stesso
raccolto.
Anche il patriarca Niceforo scrisse una Storia breve, non basata però sulla narrazione degli
eventi anno per anno, che fornisce un interessante termine di paragone con l’opera di Teofane per il
periodo dal 602 al 769.
Le lettere di san Teodoro Studita danno consapevolemente impulso a una forma retorica
distinta, che avrebbe avuto un grande futuro a Bisanzio. Pur dimostrandosi attento a proteggere
l’anonimato degli iconofili, Teodoro nelle sue lettere dall’esilio ha un intento ben preciso: sostenere gli
oppositori dell’iconoclastia.
Attraverso di esse possiamo seguire la creazione di una comunità virtuale di veneratori di icone,
dispersi ma tenuti assieme dall’incoraggiamento del proprio capo. Dalle lettere di un maestro di scuola
del decimosecolo cogliamo invece lamentele dettagliate nei confronti degli studenti che mancavano alle
lezioni e dei loro genitori che non lo pagavano. Questo insegnante, che è rimasto anonimo, descrive il
proprio piacere nell’acquisto di una copia di Sofocle, e scrive agli amici chiedendo in prestito un antico
testo che desiderava copiare. Molti eruditi o i loro discepoli organizzarono la raccolta delle proprie
lettere, forse più per il loro stile che per il contenuto. Predominano gli argomenti caratteristici della vita
bizantina come la dieta, il clima, l’amicizia (particolarmente sottolineata nel caso di autori lontani dalla
capitale), i sistemi di patrocinio, le espressioni di simpatia per malattie o morti e le congratulazioni in
occasione di matrimoni e nascite. Scrivere una lettera rimase comunque di norma un esercizio retorico,
in cui si evitava di fare nomi propri e di parlare apertamente. Talvolta i corrispondenti trovavano
difficile comprenderne il senso e spesso il portatore della lettera riceveva istruzioni per riferire
oralmente il vero messaggio. Tuttavia la sopravvivenza di così tante raccolte epistolari riflette una
pratica comune tra gli intei  lettuali bizantini, ecclesiastici e secolari, che eccellevano in questo tipo di
comunicazione letteraria.
Nel corso del nono secolo un’innovazione tecnica diede impulso a una produzione letteraria
ancora maggiore: lo sviluppo di una calligrafia minuscola ricca di legature nata forse nella cancelleria
imperiale. Un simile miglioramento nella scrittura del latino si era verificato quasi nello stesso periodo,
rivelando come gli scribi di entrambe le culture trovassero la grafia maiuscola lenta e difficile da
realizzare. A Bisanzio questo passaggio venne associato alla trascrizione di molti testi degli antichi
rotoli di papiro alla pergamena, un supporto più durevole. In questo processo i copisti non si servivano
solo del nuovo e più veloce sistema di scrittura, ma operavano anche correzioni editoriali, ponendo
intestazioni ai capitoli, inserendo la punteggiatura e includendo note a margine.
Una parte significativa dell’antica cultura greca fu quindi salvata per la posterità, come nel caso
dell’opera Sul galleggiamento dei corpi di Archimede, recentemente scoperta su fogli di pergamena
riutilizzati per un libro di preghiere del Xterzo secolo.
L’insegnamento delle materie matematiche e scientifiche progredì mano a mano che i testi di
Euclide e Tolomeo venivano copiati dal papiro alla pergamena. Due figure chiave in questo processo
furono Giovanni Grammatico, in seguito patriarca iconoclasta, e Leone, soprannominato il Matematico
e il Filosofo, che compose anche epigrammi in stile classico. Sotto l’imperatore Teofilo (829-842)
Giovanni venne per due volte inviato come ambasciatore presso gli arabi, e tornò con notizie delle
ricerche scientifiche da loro intraprese. La fama di Leone probabilmente si diffuse anche presso il
califfato abbaside di Baghdad, dove uno dei suoi allievi fu fatto prigioniero. Quando costui disse che un
esperto bizantino poteva dimostrare i teoremi di Euclide, il califfo a quanto si dice ne richiese i servigi.
Ma Teofilo negò a Leone il permesso di partire, impiegandolo invece come insegnante nella capitale,
dove Leone commissionò copie di molti antichi testi greci di argomento scientifico e letterario.
Nell’863, quando Bardas, il cognato di Teofilo, istituì nuove scuole di alta formazione, Leone fu
nominato «capo dei filosofi» e con un   gruppo di quattro assistenti insegnò tutti gli aspetti del
quadrivio matematico.
Anche se l’aneddoto dell’allievo di Leone pare leggendario, testimonia un intenso sviluppo
intellettuale sia a Baghdad che a Bisanzio. Sotto i califfi abbasidi del nono secolo, al-Ma’mun,
alMu’tasim e al-Mutawakkil, gli eruditi di corte vennero associati a una «Casa della saggezza» e negli
osservatori costruiti da alMa’mun gli astronomi arabi portarono avanti con accuratezza le osservazioni
di Tolomeo. In questo ambiente stimolante, alKhwarizmi (ca. 790-ca. 850) sviluppò un nuovo campo
della matematica, l’algebra, con la prima sistematica soluzione delle equazioni lineari e quadratiche; si
servì inoltre delle cifre indiane/arabe, del concetto di zero e della virgola decimale, e scrisse di
geografia, astronomia e astrologia. Queste innovazioni vennero stimolate dalla traduzione di antichi
testi scientifici dal greco e dal siriaco in arabo. Dei tredici libri di teoremi di Diofanto (un matematico
alessandrino del terzo secolo d.C.), dieci sopravvivono in arabo, sei in greco e tre sono perduti, indicando
che agli inizi del nono secolo gli eruditi musulmani tradussero la versione più completa allora conosciuta.
Gli scambi culturali tra Costantinopoli e Baghdad si muovevano in entrambe le direzioni, ma gli studi
scientifici avanzavano più velocemente e con risultati maggiori nel mondo islamico. Nei secoli
successivi i testi arabi vennero tradotti in greco, chiudendo il cerchio dell’accresciuta eredità del mondo
antico.
Nei centri sia musulmani che cristiani, il patrocinio pubblico e privato era vitale per lo sviluppo
della cultura. Una parte del palazzo di Costantinopoli, la Magnaura (così definita dal latino magna aula,
grande sala), veniva usata per tenere lezioni in cui i giovani membri della casa imperiale ricevevano la
propria educazione. Fino al XV secolo imperatori e patriarchi continuarono a promuovere l’educazione
superiore a Costantinopoli. Le loro biblioteche assicurarono la copia dei manoscritti e la conservazione
dei testi ortodossi, che potevano essere consultati dagli studiosi.
Nella maggioranza delle città provinciali, i vescovi gestivano scuole che istruivano i ragazzi
destinati alle carriere nell’amministra  zione statale, nell’esercito e nella Chiesa. Gli eremiti e i monaci
fornivano un’istruzione di base, e i monasteri, come quello di San Giovanni a Studio, svilupparono
importanti scriptoria, dove i monaci imparavano a copiare e a miniare i manoscritti. Le comunità del
monte Athos acquisirono ricchi fondi di testi sia secolari che cristiani, spesso attraverso le donazioni di
facoltosi individui che si ritiravano dal mondo e portavano con sé i propri libri.
L’imperatore Giovanni sesto Cantacuzeno, dopo aver abdicato nel 1354, si ritirò in un monastero
di Costantinopoli con il nome di Ioasaph e scrisse le proprie memorie. Il regolare reclutamento di
uomini anziani istruiti aumentava ovviamente il livello intellettuale delle comunità.
Uno dei momenti più alti della storia culturale di Bisanzio è costituito dalla carriera di Fozio, le
cui conquiste sono un simbolo di secoli di erudizione e fatiche intellettuali. Anche se fu una figura
eccezionale, la sua adesione alla cultura antica venne comunque dominata dalla caratteristica
combinazione bizantina di autocontrollo e ispirazione. Egli annotò i propri pensieri in materia di
teologia, di filosofia, di letteratura e di storia dell’arte in un greco estremamente elegante.
Fozio veniva da una famiglia iconofila perseguitata durante la seconda fase dell’iconoclastia
(815-843). Come lo zio Tarasio prima di lui, aveva scalato i ranghi dell’amministrazione fino a
diventare il capo della burocrazia civile. Quindi, seguendo anche in questo caso la carriera di Tarasio,
nell’858 venne nominato alla guida della Chiesa bizantina al posto di Ignazio, che venne deposto.
Come patriarca, Fozio scrisse molti sermoni, lettere e un trattato sulla processione dello Spirito Santo,
che rimase fondamentale per ogni successiva analisi della materia. La sua rapida promozione dallo
stato laico al vertice della Chiesa causò tuttavia problemi a Bisanzio, dove il predecessore Ignazio
contava molti sostenitori. Quando questi fecero appello al papa Niccolò I, la disputa si allargò a
includere la Chiesa occidentale (si veda il capitolo 12). La nomina di Fozio al patriarcato (858-867)
venne revocata al momento dell’ascesa al trono dell’imperatore Basilio I, che ristabilì Ignazio. Alla
morte di quest’ultimo, Fozio venne   reinsediato per un secondo periodo (877-886), per poi essere
destituito da Leone sesto, detto il Saggio (886-912). Durante il suo primo allontanamento, tuttavia, Fozio
venne impiegato come tutore dei principi imperiali - segno della sua reputazione come insegnante e
dell’importanza del palazzo imperiale come centro di cultura. In questo ruolo egli ispirò forse il
giovane Leone, uno dei figli di Basilio, che si sarebbe poi rivelato un competente scrittore di sermoni
oltre che un serio promotore di riforme in campo giuridico, nell’organizzazione della vita economica e
nella tattica militare. Se lo fu davvero, Leone si dimostrò un allievo ingrato: una delle sue prime
decisioni una volta salito al trono fu appunto quella di esonerare Fozio, che morì in circostanze
sconosciute.
La turbolenta carriera ecclesiastica di Fozio non era inconsueta e fu comunque bilanciata da
un’eccezionale e strenua dedizione all’attività intellettuale. Oggi è opinione comune che Fozio scrisse
l’introduzione all'Epanagoge, un codice di leggi revisionato ed emanato all’epoca di Basilio I, che
definisce l’ideale relazione tra Chiesa e stato. Essa sostiene che l’imperatore deve rimanere soggetto
alle leggi, anche se le emana, poiché è solo il rappresentante di Dio in terra. La lettera di Fozio al khan
di Bulgaria, che si ispira ampiamente alla retorica di Isocrate sulla corretta condotta di un buon
sovrano, descrive in modo simile i doveri di un monarca cristiano. Il patriarca spinge il proprio figlio
spirituale a divenire un «nuovo Costantino», guidando la popolazione bulgara nell'oikoumene cristiana.
In risposta alle questioni sollevate dell’amico Amfilochio di Cizico, Fozio dimostra la sua vasta
erudizione in un ampio campo di materie. Ma è soprattutto la sua Biblioteca a illustrarne lo spessore
intellettuale, e ad aver permesso di identificarlo come l'«inventore della recensione letteraria».
Fozio elenca i 279 libri che consiglia al fratello Tarasio con una dettagliata analisi dei contenuti
e commenti molto personali. L’opera cita scritti secolari e cristiani, eretici e ortodossi, autori
stilisticamente più o meno raffinati, cosa che permette a Fozio di palesare i propri gusti letterari.
Sebbene un gran numero dei libri discussi da Fozio nella Biblioteca siano di argomento
teologico,   egli ci tramanda anche note su opere di Eschilo oggi perdute, e commenti su una versione
dell’enciclopedia di Giovanni di Stobi (Stobeo) più completa di quella che ci è pervenuta.
I suoi appunti sulle singole opere sono tuttora di piacevole lettura: Leggo Antonio Diogene, Le
meraviglie al di là di Thule, in ventiquattro sezioni. È un romanzo (...) I contenuti offrono grande
piacere; anche se la narrazione è improntata al mitico e all’incredibile, dispone il materiale in una
struttura dalla trama del tutto plausibile.
Egli fornisce quindi un resoconto della storia, che poco aveva a che fare con Thule (all’estremo
nord), ma che descriveva viaggi avvincenti tra popolazioni sconosciute dalle più bizzarre usanze, e
varie meraviglie e avventure. L’autore conclude:
Questo libro sembra essere la fonte e origine della Vera storia di Luciano (...) In questo
romanzo, come in altre fantastiche storie di questo tipo, ci sono essenzialmente due utilissime
caratteristiche: una, che l’autore mostra che l’ingiusto paga sempre pegno, anche se sembra scamparla
in numerose occasioni; l’altra, che l’autore ritrae molte persone innocenti esposte a gravi pericoli e
spesso salvate contrariamente a ogni aspettativa.
Questa affermazione può essere confrontata con un commento successivo:
Leggo una sostanziosa, in realtà enorme, opera in quindici sezioni e cinque volumi. È una
raccolta di testimonianze e citazioni di libri completi, non solo greci ma persiani, traci, egizi,
babilonesi, caldei e romani, di autori largamente apprezzati in ciascuna nazione. Lo scrittore cerca di
mostrare che essi concordano con la pura, sovrannaturale religione divina dei cristiani; che essi
annunciano e proclamano la sovrannaturale Trinità costituita da una sola sostanza (...)
L’autore non era avverso a un simile utilizzo degli scritti sull’alchimia di Zosimo (era un tebano
di Panopolis). Qui descrive il significato di termini ebraici e discute i passi dove ciascuno degli apostoli
proda  mò la dottrina della salvezza e terminò le proprie fatiche mortali. Alla fine dell’opera egli offre
un’esortazione personale, arricchita e rafforzata da massime pagane e da citazioni della Scrittura. Qui
in particolare si può riconoscere la devozione dell’uomo per la virtù e la irreprensibile pietà (...) Fino a
ora non sono stato in grado di scoprire il nome dell’autore di questi volumi (...) ma egli visse a
Costantinopoli con la moglie i figli e fu attivo dopo il regno di Eraclio.
Quest’opera è oggi perduta. La recensione di Fozio ci permette di riflettere su quanto poco
sappiamo del settimo secolo, e su quanta letteratura sia andata distrutta.
Nella Biblioteca Fozio commenta le proprie letture su richiesta del fratello e promette di
redigere ulteriori note in futuro. I suoi sforzi di sintetizzare i contenuti di opere poco conosciute
vennero imitati da studiosi successivi, che compilarono compendi di utili informazioni, come fece in
particolare l’imperatore Costantino settimo
(si veda il capitolo 16). Similmente il gruppo che si riunì intorno a Fozio per commentare
alcune delle opere meno conosciute disponibili nel nono secolo, stabilì un modello seguito anche nelle
epoche successive. Non vi si discuteva di tutti i testi regolarmente in circolazione, fatto che spiega
probabilmente il motivo per cui le opere ben note di Platone e Aristotele non compaiano nella
Biblioteca. Gli incontri in cui gli autori leggevano le proprie composizioni più recenti divennero una
caratteristica comune della vita intellettuale bizantina e continuarono a stimolare il dibattito letterario e
i commentari fino alla fine dell’impero. I circoli letterari gestiti da donne ben istruite come Anna
Comnena nel dodicesimo secolo e da principesse straniere desiderose di conoscere la cultura bizantina, come
Mar’ta (Maria) di Alania nell’XI, accoglievano filosofi, retori, poeti e storici secondo questo preciso
modello.
Anche se Fozio fu senza dubbio eccezionalmente brillante, egli fu comunque rappresentativo
della propria società, e scrisse per una classe dirigente con gusti e capacità simili. Nelle sue lettere ad
Amfilochio osserviamo i frutti del comune studio dei testi greci classici, che erano stati copiati più e
più volte, epitomati e riordi  nati in compendi di saggezza antica. La stessa attenzione venne dedicata
alla Bibbia, studiata sia dagli ecclesiastici sia dai laici come fonte di sapienza. Anche se è vero che gli
studiosi bizantini seguivano un curriculum di studi alquanto rigido, essi vi includevano qualsiasi cosa
potessero leggere in greco con disciplina e curiosità e copiavano i testi antichi con grande cura,
conservando così per la posterità un corpus di classici greci molto più ampio di quello che sarebbe
altrimenti sopravvissuto. Fozio tuttavia, nella sua devozione per tutti gli aspetti dell’eredità greca,
pagana e cristiana, classica e medievale, scientifica, legale e letteraria, incarnò le aspirazioni di
Bisanzio. Egli si spinse al di là dei confini della cultura tradizionale per comporre sermoni, trattati e
lettere di grande interesse. Incoraggiò una maggior comprensione dell’importanza dell’antichità greca
da parte della Bisanzio medievale, che la sostenne per molti secoli di incertezza politica.

Capitolo 12. I SANTI CIRILLO E METODIO, «APOSTOLI DEGLI SLAVI».
Com’è che adesso avete creato e insegnate delle lettere per gli slavi, cosa che nessuno è riuscito
a fare prima? (...) Noi conosciamo soltanto tre lingue degne di lodare Dio nelle Scritture, l’ebraico, il greco e il latino.
Vita di Costantino, probabilmente di Metodio, nono secolo
Nel nono secolo due fratelli, Metodio e Costantino, che vivevano a Tessalonica, dove il loro padre
Leone era ufficiale dell’esercito, impararono a parlare la lingua slava. Molti slavi giungevano in città
per commerciare, e il bilinguismo era una caratteristica della vita sulle frontiere imperiali. Tuttavia
questi due giovani erano eccezionalmente portati all’apprendimento delle lingue. Quando il patriarca
Fozio se ne accorse, spinse i due fratelli a inventare un modo per scrivere lo slavo. Essi elaborarono un
alfabeto che rappresentasse i suoni della lingua parlata e cominciarono a tradurre i testi fondamentali
dell’ortodossia. Il loro primo tentativo produsse un alfabeto detto «glagolitico», che più tardi si
svilupperà nello slavonico ecclesiastico; il secondo è utilizzato ancora oggi. Si tratta dell’alfabeto
cirillico, dal nome monastico di Cirillo adottato da Costantino prima della sua morte nell’869. I fratelli
divennero noti come i santi Cirillo e Metodio, «apostoli degli slavi».
Il maggiore dei due, Metodio, seguì inizialmente una carriera secolare e rivestì una carica
ufficiale nel principato slavo della Macedonia, dove visse probabilmente tra gli slavi.
Successiva  mente divenne monaco sul monte Olimpo. Dopo la morte dell’imperatore Teofilo nell’842,
il fratello minore Costantino fu inviato nella capitale per completare la propria istruzione. Il suo primo
patrono, l’eunuco Teoctisto, lo promosse al rango di sacerdote consacrato e ufficiale della chiesa di
Santa Sofia. Inoltre Costantino studiò il siriaco e l’ebraico (tradusse una grammatica ebraica in greco) e
la filosofia. Il suo secondo protettore fu lo stesso patriarca Fozio, con cui condivideva gli interessi
intellettuali e l’attenzione per l’istruzione. Come Fozio, venne inviato in missioni diplomatiche alla
corte musulmana di Samarra, e quindi presso i cazari a nord del mar Nero, dove si dice che scoprì le
reliquie di san Clemente, vescovo di Roma del I secolo esiliato in Crimea.
Secondo la Vita di Costantino, composta probabilmente da Metodio, la familiarità con la lingua
parlata dagli slavi era abbastanza diffusa nella regione di Tessalonica. In quell’area si erano stabilite
numerose tribù, dopo aver attraversato la frontiera del Danubio alla fine del sesto secolo. Anche se alcuni
gruppi avevano conquistato alcune fra le maggiori città fortificate giungendo in più occasioni ad
assediare Tessalonica senza successo, altri si spostarono a sud con le loro famiglie e le loro greggi e
occuparono terre agricole. La loro presenza in tutto il territorio dei Balcani e fino al Peloponneso fu
tuttavia abbastanza ostile da provocare, secondo testimonianze successive, la fuga di gran parte della
popolazione indigena verso i castelli sulle montagne e le isole. Dalla fine dell’ottavo secolo in poi, varie
campagne imperiali partite da Costantinopoli cominciarono a riaffermare il controllo bizantino, e nel
786 l’imperatrice Irene e suo figlio Costantino sesto raggiunsero Berroia (l’odierna Stara Zagora, in
Bulgaria), nella Grecia settentrionale. Accompagnati da danzatori e musici essi segnarono la
riappacificazione con gli slavi e consacrarono la chiesa di Santa Sofia a Tessalonica. Si dice che
vent’anni più tardi Niceforo I abbia impedito una ribellione congiunta di slavi e arabi a Patrasso, e
abbia invitato la popolazione che un tempo vi aveva abitato a ritornare nella propria città. Come
riferisce Areta, celebre vescovo erudito del nono secolo, i suoi stessi parenti erano tra coloro
che   tornarono dalla Sicilia a Patrasso, dove trovarono che gli slavi sconfitti erano passati sotto
l’autorità episcopale.
Nonostante la perdita del controllo su vaste aree dei Balcani e della Grecia occidentale per
molte generazioni, Costantinopoli riuscì infine a restaurare l’amministrazione imperiale per mezzo del
nuovo sistema di governo dei temi. Già nel decimosecolo erano stati costituiti temi nel Peloponneso,
nell’Ellade (la Grecia centrale), nelle isole di Cefalonia, Zacinto, Corfù, a Durazzo (la moderna Durrés
in Albania), in Tessaglia, a Tessalonica e in Macedonia.
Dopo molti anni di contatto con Bisanzio, gli slavi che si erano originariamente stabiliti nelle
sklaviniai si trovavano ora a conoscere il cristianesimo e la lingua greca. Solo sul monte Taigeto sopra
Sparta due tribù rimasero ostili alla missione civilizzatrice di Bisanzio, ma finirono per essere
assimilate. Proprio come Roma latinizzò e cristianizzò gli invasori barbari in Occidente, pur
perdendone il controllo, allo stesso modo le forze della Roma d’Oriente, la sua cultura greca, il suo
commercio, le sue leggi e la sua ricchezza assimilarono numerosi invasori.
Nell’862 l’imperatore Michele terzo ricevette una richiesta di sacerdoti bizantini dalla Moravia
(una parte dell’antica Pannonia, le attuali Slovacchia e Repubblica Ceca). Re Ratislav era ansioso di
controbilanciare l’influenza dei missionari franchi provenienti dalla Baviera e di creare una Chiesa
morava indipendente. Sebbene il patriarca Fozio considerasse superiore la lingua greca, spinse Metodio
e Costantino a utilizzare il nuovo alfabeto per tradurre in slavo il Vangelo e i Salmi, così come la
liturgia attribuita a san Giovanni Crisostomo. Nell’863 inviò i due fratelli in Moravia, dove trascorsero
quattro anni per organizzare una Chiesa, servendosi sia del nuovo vernacolo che del greco. A ciò si
opposero i missionari occidentali, che celebravano la liturgia in latino. Forse per richiesta di Ratislav, i
fratelli decisero di far consacrare come sacerdoti alcuni dei loro discepoli, per rafforzare la propria
Chiesa in Moravia, e nell’867 partirono alla volta di Roma.
Quando raggiunsero Venezia si svolse un famoso dibattito riguardo al loro uso della liturgia
slavonica. Da una parte stavano   gli occidentali (vescovi, sacerdoti e monaci provenienti da Venezia e
forse dalla Francia), che insistevano sull’esistenza di tre sole lingue sacre, l’ebraico, il greco e il latino,
poiché erano le lingue utilizzate sulla croce per annunciare la morte di Gesù. Dal lato opposto,
Costantino difendeva il vernacolo di nuova creazione, sottolineando che «sappiamo di numerose
popolazioni che possiedono una scrittura, e che rendono gloria a Dio, ciascuna nella sua lingua. Sono di
certo ovvie: armeni, persiani, abkhazi, georgiani, sogdiani, goti, avari, turchi, cazari, arabi, egiziani e
molti altri (...) La pioggia di Dio non li bagna forse tutti allo stesso modo? E il sole, non splende forse
su tutti?» Mentre lo attaccavano «come corvi contro un falco», secondo la Vita del santo, Costantino
rispose che dovevano vergognarsi di voler ordinare alle altre nazioni di essere sorde e cieche, e mostrò
numerosi passi scritturali che giustificavano la concessione a tutte le nazioni di lodare Dio.
In quel luogo li raggiunse un invito di papa Niccolò I, ed essi lasciarono Venezia per Roma,
dove però il pontefice era appena morto. Il suo successore Adriano II, comunque, diede il benvenuto ai
missionari e Costantino donò al papa le reliquie di san Clemente, che aveva portato dal mar Nero. I
discepoli provenienti dalla Moravia vennero puntualmente ordinati e «all’unisono cantarono la liturgia
nella lingua slava nella chiesa dell’Apostolo Pietro». Le Scritture slave furono depositate nella chiesa
di Santa Maria ad Praesepe, e la liturgia venne celebrata varie volte in quel luogo e in altre chiese di
Roma. Nel febbraio dell’869, quando sentì che la morte si avvicinava, Costantino divenne monaco con
il nome di Cirillo. Venne sepolto nel santuario di San Clemente, dove affreschi successivi ne
commemorano la vita avventurosa.
Papa Adriano non solo approvò l’uso del vernacolo da parte dei missionari, ma nominò anche
Metodio legato papale presso i principi di Moravia e Pannonia, dandogli istruzione di recitare le letture
prima in latino e solo dopo in slavo. Poco dopo la morte del fratello, Metodio lasciò Roma per svolgere
questo incarico, e per oltre quindici anni proseguì nell’opera di traduzione e conversione, nonostante la
crescente opposizione franca. In seguito   alla deposizione di Ratislav nell’870 per mano del nipote
Svjatopluk, Metodio venne imprigionato in Svevia (Germania meridionale) per alcuni anni; infine lui e
i suoi sostenitori vennero cacciati dalla Moravia. Nonostante gli sforzi dei fratelli, la Chiesa di Moravia
passò progressivamente sotto il controllo franco, e rimane tutt’oggi in larga misura cattolica.
Altrove, tuttavia, la liturgia slavonica ebbe un successo maggiore. Prima della sua morte
nell’885, Metodio e i suoi discepoli completarono le traduzioni della Bibbia, delle celebrazioni
liturgiche e delle raccolte di diritto canonico. L’obiettivo di rendere gli slavi una «tra le grandi
popolazioni che lodano Dio nelle loro proprie lingue», come detto nella Vita di Costantino, venne
infine raggiunto. Non solo ai bulgari, ma successivamente anche ai russi e ai serbi fu dunque permesso
di celebrare la liturgia usando la propria lingua. Data l’insistenza bizantina sulla centralità del greco
nella trasmissione di ogni forma di cultura, come dobbiamo valutare questo trionfo del vernacolo? Esso
è un tributo al patriarca Fozio, che aveva nutrito lo straordinario talento linguistico dei due fratelli
missionari di Tessalonica. Ma può anche essere visto come una rottura radicale con la tradizione, un
altro esempio dello spirito innovativo e della creatività bizantine, che contrastano con l’uso insistente
del latino richiesto dalla Chiesa occidentale.
Fozio era uno studioso e un diplomatico brillante, ma quando diede avvio al processo di
conversione dei bulgari al cristianesimo bizantino trascinò papa Niccolò I in una tremenda battaglia.
Roma si era già dimostrata critica nei confronti della rapida promozione di Fozio attraverso i ranghi del
clero, e nell’861 condannò la sua nomina al patriarcato come un’«invasione della sede occupata da
Ignazio». Cominciò uno scambio di missive ostili, che portò a un dibattito sulle rivendicazioni da parte
di Costantinopoli di poteri equivalenti a quelli di Roma in Occidente, sulla sua conservazione della
retta dottrina cristiana e sulla sua autorità di convertire i non cristiani alle tradizioni ortodosse, in
particolare proprio i bulgari.
L’importanza della Bulgaria consisteva nella sua posizione tra   le sfere d’influenza orientale
(bizantina) e occidentale (franca).
Nell’862, quando il khan Boris strinse un’alleanza con Ludovico il Germanico, discendente di
Carlo Magno, il cui territorio confinava a oriente con la Bulgaria, Michele terzo inviò una spedizione
militare per affrontare i bulgari, e Boris fu costretto ad accettare le condizioni bizantine e il battesimo
cristiano. Fozio celebrò la cerimonia, e al khan venne assegnato il nome cristiano di Michele
dall’imperatore, suo padrino. Boris-Michele, tuttavia, non era riuscito a convincere i propri sostenitori
pagani, che si opponevano al clero greco, e scatenarono una rivolta. Il khan la sedò rapidamente per poi
volgersi in modo del tutto inaspettato a Occidente, scrivendo a Ludovico il Germanico nell’866 e a
papa Niccolò. Egli stava tentando di capire quale dei due massimi centri del cristianesimo avrebbe
concesso alla sua Chiesa bulgara il maggior grado di indipendenza.
Mentre Boris-Michele sfruttava la loro rivalità, sia l’antica che la Nuova Roma rispondevano
alle sue domande sulla vera fede.
La lettera di Fozio sulla corretta teologia così come era stata definita dai concili ecumenici, e
sui doveri di un principe cristiano, comportava la subordinazione del khan a Costantinopoli. Di contro
il papa, nei suoi Responsa, sottolineò il controllo di Roma e l’uso della liturgia latina nella nascente
Chiesa bulgara. Mentre Niccolò sosteneva l’assoluta superiorità del vescovo di Roma basata sulla
successione da san Pietro, Fozio si ispirava alla teoria della pentarchia, la riunione conciliare dei cinque
grandi patriarchi, indicandola come la più alta autorità della cristianità. Il pontefice menzionava le
rivendicazioni papali sulla diocesi dell’illirico orientale, che era stata trasferita a Costantinopoli
nell'ottavo secolo, e metteva in ridicolo alcuni degli usi attribuiti ai sacerdoti bizantini che operavano in
Bulgaria. Entrambe le parti cercavano di far sì che lo stato di Boris adottasse il cristianesimo in una
forma particolare, inviando gruppi di missionari rivali a convertire i suoi sudditi.
Il conflitto portò alla reciproca scomunica di Fozio e Niccolò nell’estate dell’867. In settembre
Michele terzo venne assassinato dal suo favorito Basilio I, che assunse il potere come unico imperatore
(vedi più avanti). Uno dei primi provvedimenti che prese fu quello di esonerare Fozio e
reinsediare Ignazio, come abbiamo visto nel capitolo 11. Qualche mese dopo, Niccolò I morì a Roma.
La scomparsa dei due principali protagonisti del conflitto permise all’imperatore di convocare un
concilio ecumenico (l’ottavo) per risolvere lo scisma, che si tenne nella capitale bizantina dall’ottobre
dell’869 al marzo dell’870. Solamente quattro giorni dopo la sessione conclusiva gli inviati di
Boris-Michele giunsero per interrogare il concilio sulla Chiesa di Bulgaria: a quale patriarcato doveva
appartenere? La questione colse di sorpresa i legati romani, che protestarono invano che il concilio non
poteva decidere in materia. Ma Basilio I aveva dato ai bulgari l’opportunità di risolvere la disputa per
mezzo di una decisione conciliare, e insistette per Costantinopoli.
Gli sforzi di Cirillo e Metodio, e di Fozio, giungevano così a una felice conclusione, anche se il
primo era già morto e gli altri due non presero parte all’assemblea. Attraverso una manovra politica
elaborata per ridurre l’influenza romana sulla Bulgaria, Basilio I fece sì che l’impero si assicurasse un
alleato ortodosso alla sua frontiera occidentale. Nonostante il rifiuto di papa Adrianosecondodi accettare le
decisioni del concilio riguardo alla Bulgaria, dieci anni più tardi il concilio dell’879-880 confermò il
decreto.
Quest’assemblea, convocata da Fozio dopo aver riacquistato la carica di patriarca, si
autoproclamò ottavo concilio ecumenico: anche se non viene riconosciuta in Occidente, il decreto
riguardo all’orientamento della Chiesa di Bulgaria non poteva essere revocato. Il khan Boris-Michele
mantenne il suo stato all’interno della «famiglia di re» bizantini e incoraggiò l’uso del vernacolo
nell’istruzione sia secolare che ecclesiastica. Anche se stranamente non sopravvive alcuna
testimonianza contemporanea della Vita di Fozio, anch’egli è considerato alla stregua di un santo nella
Chiesa ortodossa, per i suoi sforzi di conversione dei bulgari.
Riesaminando oggi i tentativi di Fozio possiamo renderci conto che il suo ruolo predominante e
le sue abilità pedagogiche crearono nuovi livelli di eccellenza e allargarono il campo degli inte  ressi
intellettuali a Bisanzio. Egli sottolineò l’esigenza di BorisMichele di adottare le caratteristiche del
giusto sovrano cristiano come membro della famiglia di re bizantina sotto la figura paterna del basileus
(imperatore) di Costantinopoli, e rafforzò l’usanza della corte di integrare i principi stranieri per mezzo
dell’assegnazione di titoli, insegne e costumi ufficiali. La diffusione dell’ortodossia in Bulgaria fu
accompagnata dall’adozione di molte forme dell’arte bizantina, come l’architettura ecclesiastica, le
icone e le maioliche dipinte e il khan Boris-Michele si fece costruire magnifici palazzi ispirati a quello
di Costantinopoli. L’adozione del cristianesimo non frenò la rivalità bulgara con Bisanzio, ma estese la
fede ortodossa a vaste aree dei Balcani.
Soprattutto essa creò un modello che poteva essere riutilizzato nella conversione di altre
popolazioni settentrionali. Nell’860, guerrieri russi scesero lungo il fiume Dnepr, attraversarono il mar
Nero e attaccarono la regione costiera meridionale nei pressi di Sinope penetrando poi nel Bosforo e
minacciando le stesse mura di Costantinopoli. Secondo il patriarca Fozio, che assistette all’attacco, la
loro improvvisa comparsa causò grande costernazione: i loro capelli rossi, le loro vesti selvagge, le loro
incomprensibili grida terrorizzarono i bizantini, che non avevano mai visto i «rus». Sette anni più tardi
Fozio inviò un vescovo con il compito missionario di trovare il sovrano (khagan) di questi russi
stanziato a Gorodishche (l’attuale Novgorod, nella Russia settentrionale) e di convertirlo al
cristianesimo. Quindi, ancor prima che i bulgari fossero convertiti alla fede, Fozio aveva spinto molto
oltre il suo sguardo e aveva pianificato un’azione ancor più estesa. Alcune monete bizantine scoperte a
Gorodishche confermano un certo grado di contatti commerciali con questo insediamento
settentrionale, anche se lo sforzo missionario non diede alcun esito immediato. Parallelamente a questi
tentativi di diffondere la fede ortodossa, a Costantinopoli si mantenne un’inflessibile attenzione nel
reprimere le eresie. Nel nono secolo il pericolo maggiore venne individuato nei pauliciani, una setta
dualistica attiva sulla frontiera orientale. Basilio I li combattè con successo e ne trasferì alcuni   nei
Balcani, dove successivamente riapparvero come bogomili (si veda il capitolo 22).
Nonostante il fallimento dei primi contatti, già nel 911 mercanti russi provenienti probabilmente
dal più vicino centro di Kiev, sul Dnepr, avevano stretto un accordo commerciale con Costantinopoli e
la visitavano regolarmente. Nel 941 si dovette però respingere con navi cariche di fuoco greco un
attacco russo alla Regina delle Città. Nel 944, infine, un nuovo trattato regolava il numero delle sete
preziose che i russi potevano avere in cambio dei propri schiavi, di cera e miele. Attraverso questi
accordi commerciali, i russi acquisirono maggiore familiarità con la cultura bizantina e a loro volta i
bizantini con i «rus». Alla metà del decimosecolo Olga, vedova del sovrano russo Igor, fece visita a
Costantinopoli con numerosi mercanti, due interpreti e un sacerdote cristiano. Venne battezzata e
assunse il nome cristiano di Elena dall’imperatrice, moglie di Costantino settimo, che la accolse con
speciali cerimonie nei quartieri femminili del palazzo. Questo fu solo l’inizio di una vicenda storica
complessa che ebbe importantissimi sviluppi e portò alla conversione dei rus alla fine del decimo secolo, descritta nel capitolo 17.
Nell’ambito di questo lungo processo di conquista delle popolazioni non cristiane all’ortodossia
bizantina, Fozio rimane una figura dominante. Incoraggiando i santi Cirillo e Metodio a sviluppare una
forma scritta dello slavo, egli contribuì a un nuovo modo di utilizzare il vernacolo per convertire alla
fede le popolazioni che non parlavano greco. In antitesi papa Niccolò I e i missionari franchi
insistevano sulla centralità del latino nel culto cristiano, così come a tutti i musulmani veniva (e viene
ancora) richiesto di apprendere il Corano nell’originale arabo classico, anche se non è la loro
madrelingua. L’Occidente colmò il distacco con Bisanzio solo durante la Riforma del sedicesimo secolo,
quando i protestanti rivendicarono il diritto di tradurre la Bibbia nella loro lingua; si dice spesso che
l’Islam non abbia mai sperimentato una simile riforma. Fozio capì che i bisogni delle popolazioni slave
potevano essere meglio affrontati con l’adozione dell’insegnamento cristiano nella loro lingua. Anche
se lui stesso utilizzava un greco attico raffinato che considerava di gran lunga superiore a qualsiasi altra
forma di comunicazione linguistica, ispirò gli «Apostoli degli slavi» a perseguire la loro elaborazione
di un alfabeto adatto alla fonetica slava e la loro traduzione della Bibbia, della liturgia cristiana e dei
libri giuridici. Cirillo e Metodio fornirono a bulgari, serbi e russi la possibilità di celebrare il culto nelle
proprie lingue, fatto che contribuì a creare le loro specifiche tradizioni ortodosse. Di converso, per
secoli dopo il 1453, quella religione costituì una componente centrale delle rivendicazioni dei russi
rispetto all’attribuzione a sé delle tradizioni imperiali di Bisanzio.
...
.
...
PARTE TERZA.
BISANZIO DIVENTA UNO STATO MEDIEVALE.
Capitolo 13.
IL FUOCO GRECO.
I greci cominciarono a scagliare il loro fuoco tutto attorno, e i russi alla vista delle fiamme si
gettarono immediatamente dalle proprie navi, preferendo morire affogati nell’acqua piuttosto che
bruciare vivi nel fuoco.
Liutprando di Cremona, Antapodosis, sull’attacco russo a Costantinopoli nel 941
Il fuoco greco rimane un mistero. Veniva probabilmente prodotto con il greggio ricavato dai
pozzi di petrolio in Crimea e mescolato a resina, ma il dosaggio preciso e il meccanismo idraulico per
lanciarlo sono ancora poco chiari. Questa combinazione di sostanze creava tuttavia la più importante
arma dell’arsenale militare bizantino, che poteva essere scagliata contro le navi nemiche provocando
terrore e distruzione. Ho già citato gli effetti che ebbe durante gli assedi di Costantinopoli. Nella
famosa Cronaca illustrata di Giovanni Scilitze, che riprende la narrazione dei fatti storici a partire
dall’813, dove termina il racconto di Teofane, e la prosegue fino al 1077, il funzionamento del fuoco
greco è vivacemente raffigurato: una piccola imbarcazione manovrata da rematori avanza verso una
nave nemica; il liquido surriscaldato è spruzzato attraverso un lungo tubo; brucia sull’acqua tra le due
barche e avvolge il legno nemico. Anche se gli studiosi non concordano sull’origine delle
raffigurazioni, sul luogo di copiatura del manoscritto e sul gruppo di artisti coinvolti, le 524 miniature
sono affascinanti e apparentemente realistiche. Noto come lo Scilitze di Madrid, dalla biblioteca in cui
è conservato oggi, il   codice custodisce una serie unica di immagini in gran parte secolari: imperatori
che ricevono o inviano ambascerie, che fanno il loro ingresso trionfale a Costantinopoli, scene di
battaglia e assedi di città, ma anche ritratti di individui.
Il fuoco greco fu presumibilmente inventato da un certo Kallinikos, che giunse a Costantinopoli
appena prima del lungo assedio arabo alla capitale (674-678) e applicò il suo segreto con grandi
risultati. Esso divenne una delle armi tecniche avanzate usate sia negli scontri navali, sia negli attacchi
terrestri contro le città, quando il fuoco veniva scagliato dalle fortificazioni. Si potevano lanciare dei
brulotti senza equipaggio quando il vento era favorevole, come accadde nell’assedio della capitale nel
1204. Nel 2006 John Haldon ha pubblicato un resoconto del suo tentativo di ricreare sia la sostanza sia
il suo impiego effettivo. Alcune fotografie molto efficaci mostrano il liquido surriscaldato che schizza
da uno stretto tubo e brucia «con un forte ruggito e una densa nuvola di fumo nero». Grazie a un sifone
ricostruito e al petrolio di Crimea, la fiamma è stata proiettata a 10-15 metri di distanza, così intensa da
riuscire in pochi secondi a bruciare completamente una barca usata come bersaglio. Tramite questo
esperimento, possiamo cominciare a immaginare l’orrore e la confusione che il fuoco greco causavano
durante le guerre di epoca medievale.
Per la sua capacità di seminare il panico tra il nemico, nel decimo secolo Costantino settimo lo aggiunse
all’elenco dei segreti di stato bizantini, che non dovevano essere mai rivelati agli estranei. Questa
precauzione si rivelò in qualche modo inutile, poiché gli arabi ne svilupparono presto una propria
versione. Nondimeno, egli spiega al figlio Romanosecondoche spesso gli stranieri chiedono a Costantinopoli
tre cose: il fuoco greco, le insegne della sovranità e le spose imperiali «nate nella porpora». Questi
tesori non dovevano essere concessi in nessun caso, con la sola possibile eccezione del matrimonio di
una principessa imperiale con un franco. In realtà, le insegne imperiali vennero conferite in varie
circostanze a degli stranieri per stringere alleanze vantaggiose, e i   matrimoni organizzati
rappresentavano parte integrante della politica estera, ma il segreto del fuoco greco non fu mai
condiviso.
Queste tre richieste riflettono tuttavia la posizione unica di Bisanzio nel corso del Medioevo:
l’impero possedeva preziosi status symbol, tradizioni e segreti militari ambiti da molti. La diffusa
imitazione delle insegne bizantine, dei titoli, delle vesti imperiali, delle corone gemmate, del globo e
dello scettro in Europa occidentale e centrale conferma la posizione predominante dell’impero
d’Oriente. Quando re e principi tentavano di innalzare la propria posizione a una condizione veramente
imperiale, volevano essere acclamati nello stile bizantino, sedere su un trono bizantino, essere
incoronati e impugnare i simboli bizantini del potere. In questo senso l’imitazione rappresenta la più
alta forma di adulazione. Essa poteva anche essere indiretta. Nella Sicilia normanna, durante l’undicesimo e dodicesimo
secolo, re Ruggero secondo, che potrebbe anche essere stato il committente dello Scilitze di Madrid, fece
realizzare gli squisiti mosaici della Cappella Palatina di Palermo secondo lo stile bizantino. Questi
vennero a loro volta copiati da Ludwig di Baviera per il suo fiabesco castello di Neuschwannstein negli
anni Ottanta del diciannovesimo secolo.
Mentre l’impero riprendeva il controllo sulle proprie regioni di frontiera nel corso del nono e decimo
secolo, si dovettero difendere lunghi tratti di costa dagli attacchi navali, principalmente dopo la
conquista araba di Creta (circa 820). I costruttori di navi, i capitani e i marinai con una minima
esperienza di mare vennero reclutati dal mar Egeo e dalle Cicladi, dalle isole occidentali di Cefalonia e
Zacinto, e dalla costa di Durazzo, per formare unità navali speciali. Isole come Euboia, associata al
tema dell’Ellade, dovettero fornire marinai, navi ed equipaggiamenti navali (cavi, vele e ancore) per le
guerre marittime. La flotta imperiale protesse Costantinopoli e guidò le grandi campagne navali di
riconquista. Per la protezione di Costantinopoli vennero reclutati nuovi contingenti di truppe
professioniste che operavano a tempo pieno (tagmatd)-, esse erano stanziate nella capitale o nelle
vicinanze, e costituivano la guardia del corpo della famiglia imperiale nel Gran Palazzo. A differenza
delle truppe dei temi, che venivano convo  cate in primavera e rimanevano in servizio sotto i propri
generali (strategoi) fino all’autunno, queste unità ricevevano un salario per un servizio permanente, e
formavano il nucleo dell’esercito. Con questa amministrazione militare riorganizzata e rinvigorita, i
generali bizantini diedero avvio a campagne mirate non solo a riconquistare il territorio
precedentemente sotto il controllo imperiale, ma anche ad annettere regioni più distanti.
Bisanzio divenne gradualmente uno stato medievale stabile ed efficiente, assistito dalla mobilità
in ascesa di personaggi relativamente sconosciuti, tramite carriere militari o di altro tipo. Il successo di
Basilio I (867-886) si basò sulle sue abilità come addestratore di cavalli e pugile, apprese in Macedonia
dove la sua famiglia armena, composta da contadini, si era stabilita per presidiare la frontiera
nord-occidentale. Non avendo trovato grandi opportunità in quella zona, Basilio si era trasferito nella
capitale, dove la sua maestria nell’addestrare i cavalli aveva attirato su di lui l’attenzione di ricchi
patroni. Da un impiego privato, egli si guadagnò la promozione alle stalle imperiali, da cui Michele terzo
lo scelse come guardiano della stanza da letto imperiale (parakoimomenos), una carica generalmente
riservata agli eunuchi. Basilio si diede molto da fare per accontentare Michele ed eliminò senza pietà
chiunque gli si opponesse. La sua ambizione trovò il culmine nella cerimonia descritta dal patriarca
Fozio: nell’886 venne collocato nella galleria di Santa Sofia un doppio trono, e Michele incoronò
Basilio come suo collega e coimperatore. Il loro regno comune fu breve. Solo un anno dopo, Michele terzo venne assassinato, secondo una testimonianza di Basilio stesso, e il contadino armeno divenne unico sovrano di Bisanzio.
Nonostante la sua scarsa istruzione, Basilio si dimostrò un abile comandante militare e portò avanti le campagne dell’impero contro gli arabi sia nell’Italia meridionale che in Oriente. Non molti
anni dopo la sua morte nell’886, Romano Lecapeno (920944) si servì della sua posizione di comandante della flotta per ottenere il potere. Di origini armene relativamente umili, egli era giunto
attraverso i ranghi navali alla guida di un colpo di stato nel 921. Fece sposare la figlia Elena con il
giovane imperatore Costantino settimo e come imperatore organizzò la difesa della capitale contro
l’attacco russo del 941, ordinando alla propria flotta di preparare «macchinari che sparano fuoco (...)
sulla prua e anche sulla poppa e su entrambi i lati di ciascuna nave». Presi di sorpresa, i russi definirono
il fuoco greco «lampo dal cielo».
Oltre alla promozione di uomini brillanti di umili origini, l’esercito bizantino sviluppò il proprio
potere, nel decimosecolo. Dopo numerosi tentativi di riconquistare Creta, Niceforo Foca cacciò finalmente
gli arabi dall’isola nel 961, e quattro anni dopo anche Cipro venne riportata sotto il controllo imperiale.
L’espansione bizantina in Armenia consentì di istituire la provincia di Taron nel 966-967 e spinse
numerose famiglie armene a migrare all’interno dell’impero. Giovanni I Tzimisce continuò questa
riconquista orientale con il recupero di Antiochia nel 969, che rimase sotto il controllo bizantino fino al
1084, ed esercitò una breve sovranità su Damasco e Beirut nel 975. Il suo obiettivo di riconquistare
Gerusalemme non fu mai raggiunto, anche se testimonia un costante desiderio bizantino di restaurare la
dominazione cristiana sui Luoghi Sacri.
Mentre i bizantini sviluppavano mezzi di difesa più efficaci, i manuali di strategia militare
cominciarono a cambiare, pur continuando a trarre spunto da fonti più antiche. L’opera, Taktika,
attribuita a Leone sesto (886-912) poneva l’accento su come affrontare gli attacchi degli arabi, che
avevano sviluppato una particolare forma di spedizione ostile: in questo caso l’imperatore
raccomandava di evitare il contatto diretto con il nemico, pedinando e infastidendo piuttosto, alla loro
partenza, le truppe, che potevano essere cariche di bottino, bestiame e prigionieri. Nel suo manuale più
tardo, Niceforo Foca, un altro brillante generale che ascese alla carica di imperatore (963-969)
approfondiva l’analisi di questo tipo di guerriglia, che si rivelò estremamente efficace. Spesso tali
confronti erano seguiti da uno scambio di prigionieri, che si svolgeva nei pressi dei fiumi di frontiera e
che non prevedeva alcuna ostilità. In questo modo, nelle regioni orientali dell’impero, vennero
introdotti nelle relazioni arabo-bizantine anche certi tipi di formalità.
Come risultato dell’espansione dell’autorità bizantina in Oriente si sviluppò, sia tra i cristiani
che tra i musulmani che vivevano nelle zone di confine, un nuovo tipo di vita. Mentre in precedenza
queste zone erano state in gran parte svuotate della loro popolazione, che cercava rifugio nei castelli
che sorvegliavano i passi di montagna, esse divennero ora abitate. Su entrambi i versanti della frontiera
virtuale, bizantini e arabi estesero la coltivazione nelle aree fertili e costruirono le proprie ville. Come
testimonia l’epica del Digenis Akritas, il cui protagonista vive sulla frontiera multietnica, ai gruppi
ostili venivano proposte alleanze matrimoniali: il padre dell’eroe era un emiro del versante arabo che
era riuscito a procurarsi una moglie bizantina, e che poi si era convertito al cristianesimo. La storia dei
genitori e dell’infanzia di Digenis, il cui nome di battesimo è Basilio, costituisce la prima parte di
questo lungo romanzo che si conserva in varie versioni tutte scritte successivamente, ma pare riflettere
le condizioni del nono e decimo secolo. Digenis, mezzo arabo e mezzo bizantino, convinse a sua volta la figlia
di un rispettabile generale, rinchiusa in una torre, a fuggire con lui e a sposarlo. Dopo che egli le cantò
una serenata sotto la torre, la fanciulla prese l’iniziativa e inviò la propria damigella a consegnargli il
proprio anello in segno di affetto. La vita di questi due personaggi costituisce la seconda parte del
romanzo, con storie che devono molto alla tradizione popolare, come quella dell’eroe che uccide i leoni
a mani nude, ma la presenza di matrimoni misti cristiani-musulmani, di magnifici palazzi e giardini
sulle rive dell’Eufrate, dove il controllo bizantino consentiva uno stile di vita sontuoso, dà un tono del
tutto particolare al romanzo: «In questo meraviglioso piacevole paradiso, il nobile Limitáneo (Basilio)
innalzò un’incantevole abitazione, di dimensioni divine, quattro metri di pietra squadrata», che decorò
con preziosi marmi, soffitti a mosaico e pavimenti di onice. Egli raffigurò i trionfi militari di Sansone,
le storie di Davide e Golia e di Achille, così come quelle di Penelope e Odisseo, Bellerofonte,
Alessandro, Mosè, e l’Esodo degli ebrei. Nella chiesa dedicata al santo militare Teodoro, Basilio
seppellì il padre e la madre ed edificò la propria tomba.
Queste attività sono confermate dalle fonti arabe che citano la conoscenza dell’arabo tra i
cristiani bizantini nelle regioni di frontiera e i considerevoli spostamenti attraverso di esse. I versi
iscritti su una tomba in una località nei pressi di Melitene (Malatya) furono dovuti alla profonda
amicizia di un individuo del posto, probabilmente un dottore, con un iracheno che si era stabilito nella
regione. Dopo la sua morte, l’amico cristiano lo seppellì nella direzione verso la quale viene proferita la
preghiera islamica (verso la Mecca), e pose sulla sua tomba i versi in arabo che egli aveva composto:
Ho fatto lunghe peregrinazioni, viaggiando qua e là in cerca di ricchezza, e le sfortune del tempo mi
hanno sopraffatto, come puoi vedere.
Mi piacerebbe poter sapere se i miei amici hanno pianto quando mi hanno perduto, o se
semplicemente se ne sono accorti.
Attorno al 1100 il duca di Melitene commissionò una traduzione del racconto persiano dal
nome Syntipa il Filosofo, che rifletteva analoghi stretti contatti. La versione greca venne ricavata da
una rielaborazione araba della storia popolare delle avventure di Sindbad, un giovane principe
ingiustamente accusato di illeciti sessuali. Attraverso questo lento processo di acculturazione delle
popolazioni di frontiera, arabi, armeni e georgiani a est, bulgari, slavi e serbi a ovest, Bisanzio
consolidò la popolazione multietnica e poliglotta del proprio stato.
Oltre al segreto del fuoco greco, un altro elemento che aiutò la ripresa di Bisanzio dopo le
perdite provocate dagli arabi fu il concetto di dinastia imperiale. Nonostante le sue oscure origini, la
famiglia di Basilio I mantenne il controllo su Bisanzio per quasi due secoli, dall’867 al 1056. Nel decimo
secolo Costantino settimo commissionò una biografia di Basilio (suo nonno), che inventava una nobile
origine armena della famiglia, e delineava i portenti che avevano portato Basilio a «salvare» l’impero
da un sovrano   ubriaco e dissoluto, Michele terzo, piuttosto che descrivere la conquista del potere in
circostanze fraudolente. Mostrando sdegno per il carattere del patrono e collega di Basilio, Costantino
si assicurò che al nonno fosse attribuito un ruolo specifico, anche se immaginario, più legittimo del
titolo imperiale di quanto non lo fosse il personaggio di Michele. Con questi mezzi la dinastia
«Macedone», come venne definita, contribuì a dare un senso di ordine più profondo, taxis, e rafforzò la
carica imperiale attraverso una corretta e controllata linea di successione di padre in figlio. Certamente
aspiranti alla carica si palesarono quando l’impero parve mancare di una guida forte (ad esempio
durante i primi anni del regno di Basilio II, 976-1025), ma la dinastia mantenne il potere. Essa
riaffermò il principio secondo cui l’impero doveva essere retto da una sola famiglia, i cui membri erano
legittimati dai precedenti e dal diritto di sangue. In alcuni casi ciò diede alle donne della dinastia
imperiale un ruolo predominante, come successe nell’undicesimo secolo, quando le sorelle Zoe e Teodora ne
costituirono l’ultima generazione (si veda il capitolo 17).
Questa rinascita fu segnata da una ripresa economica che esaminerò nel prossimo capitolo. Ma
le vittorie militari dei secoli successivi al Trionfo dell’ortodossia nell’843 costituiscono una grande
conquista, e nella sfera della guerra l’arma segreta bizantina del fuoco greco giocò un ruolo
determinante. Le problematiche tecniche dell’arma sono sottolineate da una testimonianza che narra
come alcuni bulgari si fossero impadroniti di un rifornimento e dei tubi utilizzati per proiettarlo.
Tuttavia non furono in grado di capire come funzionava. Malgrado l’esperimento di John Haldon di
ricreare il fuoco greco abbia risolto molti dei suoi misteri, nel Medioevo il segreto del fuoco greco
rimase inviolato, e, di fatto, la versione bizantina di quest’arma morì con l’impero.

Capitolo 14
L’ECONOMIA BIZANTINA.
L’8 maggio del 795 egli (Costantino sesto) ingaggiò combattimento con un contingente di
incursori arabi (...), li sconfisse e giunse quindi a Efeso, e, dopo aver pregato nella chiesa
dell’Evangelista, condonò le tasse doganali della fiera che ammontavano a cento libbre d’oro, in modo
da conquistarsi il favore del santo apostolo, l’evangelista Giovanni.
Teofane Confessore, Cronaca, inizio del nono secolo
In questa breve nota il cronista Teofane registrò la vittoria di Costantino sesto sugli arabi e il suo
successivo rendere grazie nella città di Efeso. In quel luogo l’enorme basilica dell’Evangelista, fondata
da Giustiniano e Teodora, sormontava la collina che un tempo dominava l’antico tempio di Artemide.
Questa famosa meraviglia del mondo antico venne in gran parte demolita in modo da reimpiegare le
sue pietre per fortificare la collina e costruire la chiesa. Poiché la festa di san Giovanni veniva celebrata
l’8 maggio, la deviazione dell’imperatore verso Efeso fu chiaramente connessa alla celebrazione. In
epoca medievale era prassi comune che l’anniversario della morte di un santo venisse celebrato nel
giorno di festa con una fiera che attraeva mercanti spesso provenienti da luoghi remoti. Nonostante
l’apparente incongruenza tra l’attività commerciale e la festa religiosa, le fiere divennero strettamente
collegate alle chiese, specialmente quelle che custodivano importanti reliquie che richiamavano i
pellegrini.
Emerge chiaramente dall’ingente somma donata all’Evangelista   che la festa di san Giovanni a
Efeso costituiva uno dei maggiori eventi commerciali dell’Asia Minore occidentale.
Bisanzio ereditò da Roma un certo disprezzo per il commercio, in quanto attività non degna
dell’uomo libero: gli scambi mercantili attraggono quindi molto raramente l’attenzione dei cronisti
bizantini. La menzione di questa fiera è dunque eccezionale e ci consente di gettare uno sguardo sul
volume e sull’importanza del kommerkion, una tassa del dieci per cento sul valore dei beni venduti, che
poteva arrivare a cento libbre d’oro. Se il reddito della fiera ammontava davvero a mille libbre d’oro,
esso può essere paragonato alla cassa di millecento libbre d’oro destinata al pagamento di un’armata
durante una campagna nello Strymon (Grecia settentrionale), o allo stipendio annuale di milletrecento
libbre corrisposto agli inizi del nono secolo al tema Armeniakon. I funzionari noti come kommerkiarioi
riscuotevano i dazi doganali sulle transazioni commerciali in tutto l’impero. Grazie ai sigilli di questi
ufficiali imperiali siamo in grado di riconoscere la volontà dello stato di tassare gli scambi economici
sia durante le fiere che nei punti chiave delle frontiere dell’impero, dove avvenivano l’importazione e
l’esportazione dei beni. Tali sigilli, che sopravvivono a migliaia, indicano il nome di singoli
kommerkiarioi, che venivano destinati a una particolare area, in un particolare anno, durante il regno di
un particolre imperatore. Il loro dovere era quello di riscuotere il dieci per cento di tasse su ogni bene
che passava attraverso il loro ufficio doganale; avrebbero quindi apposto il proprio sigillo plumbeo ai
sacchi, indicando il pagamento dell’imposta.
Questo tipo di tassazione ebbe forse origine dal tentativo di controllare l’esportazione di beni
preziosi come la seta. Esso ci permette inoltre di identificare gli agenti commerciali attivi nei posti di
frontiera e successivamente in tutto l’impero. All’ingresso di Costantinopoli, i kommerkiarioi gestivano
le principali dogane ad Abydos e Hieron, che controllavano le estremità meridionale e settentrionale
degli stretti (tra i Dardanelli e il mar Nero). In questo modo essi vigilavano anche sul trasporto
attraverso il Bosforo e sugli approvvigionamenti alla capitale. Dopo la conquista   persiana dell’Egitto
nel 619, che pose fine alle importazioni di grano stabilite da Costantino I, venne ricercata una fonte
alternativa di provviste in Tracia e in alcuni territori dell’Asia Minore occidentale. I mercanti locali si
fecero probabilmente carico del trasporto, e insieme ai kommerkiarioi svolsero una funzione
determinante nell’assicurare i rifornimenti di cibo alla capitale. Gli ufficiali si batterono forse per
guadagnare la posizione di capi dogana, poiché essa comportava la possibilità di commerciare in prima
persona al di là dell’impiego ufficiale relativo alla ricossione della tassa del dieci per cento. A Bisanzio
ci furono opportunità di lucro in tutti i campi del commercio.
Costantinopoli dominava le rotte commerciali marittime e terrestri tra nord e sud, est e ovest, e
manteneva il controllo sui ricchi empori frequentati da molti mercanti stranieri. Nel settimo secolo la
ricchezza della città attrasse mercanti da ogni parte del Mediterraneo orientale, e perfino dalla Gallia.
Una raccolta di norme relative ai contratti navali, nota come la Legge marittima di Rodi, compilata nel
settimo o ottavo secolo, assicurava ai mercanti locali un indennizzo fisso per il danneggiamento o la perdita
del carico da parte degli armatori che accettavano di trasportarne le merci per mare. Nell’809-810 i
maggiori proprietari di navi di Costantinopoli erano così ricchi che l’imperatore Niceforo I potè
costringerli ad accendere un prestito di dodici libbre d’oro al tasso d’interesse eccezionalmente alto del
16,67%. Il normale tasso d’usura fu successivamente fissato tra il 4,17 e il 6%. Quindi, anche se vi
sono pochi riferimenti nelle fonti all’attività commerciale, sappiamo che i mercanti, i marinai e i
commercianti bizantini ottennero nella capitale profitti e ricchezza, in gran parte attraverso la gestione
dei rifornimenti per nutrire i suoi abitanti.
A ogni modo il reddito proveniente dal commercio costituiva solo una minima proporzione
dell’intera ricchezza dello stato bizantino, che derivava per la maggior parte dalle tasse sui
possedimenti terrieri e sulle persone. Ciò fu in parte causato dall’affidabilità dell’imposta fondiaria, che
costituiva ima sicura fonte di entrate, e in parte dall’abitudine propria delle élite bizantine di investire le
loro risorse nell’acquisto di terre. I membri della classe   senatoriale non si interessavano al
commercio. Credevano, con tradizionale snobismo, che il loro più alto rango sociale, segnalato da
grandi proprietà fondiarie e dalla posizione a corte, li mantenesse in una posizione di pivilegio. Chi si
occupava del commercio, anche internazionale, veniva disprezzato per essersi abbassato al livello della
gente comune. Si dice che nel nono secolo l’imperatore Teofilo (829-842) avesse ordinato il rogo
dell’intero carico di una nave, quando scoprì che la moglie Teodora ne era in qualche modo
comproprietaria. Tuttavia, alcuni facoltosi cittadini di Tessalonica rivestirono un ruolo importante
nell’approvigionamento di grano della seconda città dell’impero, e ricchi individui che favorirono gli
iconofili esiliati nelle isole del mar di Marmara poterono noleggiare e caricare una nave per fornire loro
le provviste necessarie. Quindi alcuni personaggi, generalmente rimasti anonimi, si servirono quando
necessario delle consolidate modalità di scambio commerciale. Nondimeno, il tradizionale
comportamento delle classi più alte della società costantinopolitana creò generalmente un paradosso:
essi disprezzavano proprio l’attività da cui la città dipendeva per la sopravvivenza.
L’approccio bizantino nei confronti del commercio rimase molto tradizionale: non venne
esportato alcun prodotto essenziale per lo stato. Il fuoco greco, le provviste d’oro, il sale, il ferro per la
fabbricazione delle armi e il legname per la costruzione delle navi - in sostanza qualsiasi cosa che
potesse aiutare il nemico - non avrebbero mai dovuto lasciare l’impero. La lista dei beni proibiti
includeva le sete tinte con la porpora reale (ricavata dal murice), destinate ai membri della famiglia
imperiale, che tuttavia in alcune occasioni vennero inviate all’estero come doni diplomatici.
Grazie al Libro dell’eparca, attribuito all’imperatore Leone sesto
(886-912), che regolava le corporazioni di mercanti e artigiani di Costantinopoli, possiamo
constatare la determinazione dello stato bizantino di controllare ogni tipo di produzione non solo di sete
preziose e oggetti in metalli pregiati, ma anche di candele, sapone, pesce e persino registri notarili.
Anche se corporazioni dotate di simili regole non si svilupparono in altri centri, non può esserci alcun
dubbio sul fatto che Bisanzio desiderò stabilire mar  gini di profitto e tassi d’interesse uniformi su tutto
il territorio imperiale.
Fiere come quella che si celebrava ogni anno a Efeso testimoniano il vivace commercio che
sosteneva le città, i villaggi e i castelli fortificati, anche durante i periodi in cui le monete circolavano
solo in zone prossime alla capitale. Per tutti i secoli della storia di Bisanzio gli imperatori batterono
monete in oro, argento e rame, con le loro effigi identificate dalle legende. Dal primo solidus aureo
coniato da Costantino I nel 312, agli ultimi di Basiliosecondonegli anni Venti dell’undicesimo secolo, lo standard
aureo rimase invariato: un risultato straordinario. La valuta aurea circolò nell’impero grazie ai
compensi degli ufficiali statali e dei soldati iscritti alle liste militari (si veda il capitolo 8). Oltre al
valore propagandistico, una delle funzioni principali della valuta fu quella di facilitare la riscossione
delle tasse. La forma di tassazione più significativa fu quella imposta sulle persone e sulle terre; il
governo centrale insistette sul fatto che fosse riscossa in monete d’oro.
In questo modo, l’oro pagato agli amministratori e ai soldati ritornava al centro sotto forma di
imposte.
L’amministrazione del complesso sistema fiscale riflette un tradizionale postulato bizantino
relativo all’economia: quello per cui la tassazione della terra e della popolazione costituiva il modo più
efficiente per finanziare le spese governative per i bisogni militari, il mantenimento della corte
imperiale, l’approvigionamento della capitale e degli altri centri urbani, e la produzione di beni di lusso
assai ricercati come le sete, gli oggetti metallici, gli smalti e le icone. I terreni erano inoltre utilizzati
per il sostentamento delle famiglie militari, che fornivano un membro completamente equipaggiato
all’armata del tema (o un pagamento equivalente in denaro) in cambio di una riduzione dell’imposta sui
propri possedimenti. Anche se i moderni tentativi di calcolare il bilancio dell stato sembrano destinati
al fallimento a causa della sopravvivenza di dati frammentari, il sistema pare aver funzionato
abbastanza bene. Sotto sovrani come Giustiniano, le spese per chiese, fortificazioni e altre costruzioni
furono forse maggiori dei proventi delle tasse dirette su terreni e individui e di quelle indi  rette sul
commercio, ma il deficit venne riequilibrato dal bottino conquistato nelle vittoriose campagne militari e
dalla tassazione aggiuntiva proveniente dalle aree riconquistate che ritornavano nell’orbita tributaria
del governo centrale. Gli imperatori si dedicarono sempre all’espansione dell’impero, riguadagnando le
province perdute e portando nuove regioni sotto il proprio controllo, al fine di realizzare la possibilità
di accrescere tali forme di reddito. Questo obiettivo venne raggiunto in qualche misura grazie alle
conquiste del decimo secolo e alla pacificazione della Bulgaria nell’undicesimo (si veda il capitolo 20). Di contro,
ogni riduzione del territorio provocava un immediato decremento nel gettito fiscale: ciò spiega in parte
il costante impoverimento dell’impero dopo il 1261.
Durante il turbolento periodo delle conquiste musulmane del settimo secolo, le perdite territoriali e
le invasioni nemiche crearono molti profughi. La fuga della popolazione verso regioni più sicure
spezzava l’antico legame romano tra i contadini e la terra che coltivavano. In queste circostanze
l’amministrazione bizantina perse il controllo della sua base fiscale al di là della regione centrale, che
rimase imperiale, e ci vollero molti anni prima che la capacità di riscossione diretta delle tasse fosse
ristabilita. A partire dalla fine dell’undicesimo secolo, quando l’amministrazione imperiale fu estesa a nuovi
temi nelle aree centrali dei Balcani e dell’Asia Minore orientale, ufficiali del fisco vennero inviati da
Costantinopoli allo scopo di compilare nuovi registri per la riscossione dei tributi. Al censimento della
popolazione (su cui era basata la tassa personale e il focatico) essi aggiunsero una valutazione della
produttività della terra (se rocciosa e poco adatta all’agricoltura veniva tassata meno delle aree arabili o
dei pascoli), e un registro degli animali da allevamento come maiali e capre posseduti dalle singole
famiglie. Anche gli ulivi, le vigne e le piantagioni di gelsi (per la produzione della seta) costituivano
elementi essenziali per stabilire la tassazione. Furono offerte deroghe per alcuni prodotti come le
conchiglie di murice, utilizzate nella produzione della tintura purpurea. La complessità di questa
compilazione emerge chiaramente dai vari trattati finanziari che determinavano le mo  dalità per
valutare terre e possedimenti, e dai documenti monastici più tardi ricchi di lunghe liste di esenzioni
fiscali.
Gli imperatori non smisero mai di coniare monete. Questo ci è di aiuto nel capire la realtà del
commercio bizantino. Purtroppo sono molto scarsi i ritrovamenti di monete databili tra il 668 e l’820 in
siti archeologici provinciali come Corinto, Efeso, Sardi, Afrodisia o Pergamo. Cécile Morrisson ha di
recente raccolto queste testimonianze in una serie di grafici, che dimostrano tutti la stessa
impressionante diminuzione nei ritrovamenti di monete battute durante quel periodo di
centocinquant’anni. Il fatto che questa sia l’epoca delle dispute legate all’iconoclastia difficilmente può
essere considerato una coincidenza. Ad Atene, per esempio, dopo molti decenni di scavi archeologici
non sono quasi state trovate monete di questo periodo: quindi la recente scoperta di un solidus di
Giustinianosecondo(685-695, 705-711) è di notevole interesse. Questo reperto rarissimo, dissotterrato
durante gli scavi per la nuova metropolitana ateniese, può essere forse collegato alla creazione del tema
dell’Ellade per volontà dello stesso imperatore.
Alcuni storici moderni hanno interpretato questa lacuna nei ritrovamenti di monete come
testimonianza del fatto che Bisanzio fosse ridotta all’economia di baratto e le tasse venissero allora
pagate in natura. Se ciò fosse vero, tale processo non durò comunque fino alla fine dell'ottavo secolo,
quando i funzionari dell’amministrazione centrale potevano tassare la fiera di Efeso per grandi somme
di monete auree. L’esistenza di una vera economia monetaria pare evidente dalle misure adottate
dall’imperatore Niceforo I (802-811), che fece conto di ricavare una sostanziosa somma in oro dalle
tasse provenienti dalla Tracia. Egli venne criticato per aver aumentato le tasse anche fino al cinquanta
per cento, per aver imposto il focatico a istituzioni pie precedentemente esentate e per aver imposto,
oltre ad altre «vessazioni» fiscali, un nuovo tributo di due monete auree per ogni schiavo domestico
importato dal Dodecanneso.
Nondimeno, pochissime monete coniate dagli imperatori nel periodo compreso tra il regno di
Costantino quarto e quello di Michelesecondo(668-829) sembrano essere state utilizzate fuori dalla capitale e
dalle province occidentali di Sicilia, Italia meridionale e Nord Africa, tutte dotate di zecche proprie.
Questo è un problema che continua a dividere gli storici. Forse questo iato è particolarmente rilevante a
causa dei siti scelti per gli scavi dagli archeologi classici, più interessati ai reperti antichi che a quelli
medievali. Queste città patirono infatti un grave declino nel periodo delle invasioni e delle lotte causate
dall’iconoclasmo. Esse furono trasformate in insediamenti fortificati (come l’Acropoli di Atene o
l’Acrocorinto, il castello che sovrasta Corinto) o temporaneamente abbandonate. Quando gli archeologi
inizieranno gli scavi presso castelli e siti fortificati ai confini orientali dell’impero, saranno forse
scoperte altre monete. O forse ne venne coniata una quantità minore che per un certo tempo circolò
solo nelle immediate vicinanze della capitale. Questa frattura sembra comunque indicare il picco più
basso dell’economia bizantina, che corrispose all’insicurezza generata dalle invasioni del settimo secolo e
al declino demografico (si vedano i capitoli 8 e 2), dopo il quale è possibile osservare una ripresa in
ogni campo.
Nel corso di tutta la storia di Bisanzio, come di Roma, l’ufficio del sovrano fu sostenuto dai
prodotti derivati dalle sue vaste proprietà e tenute in varie zone dell’impero. Essendo di gran lunga il
più importante proprietario terriero, l’imperatore controllava grandi risorse, compresi i maggiori centri
per la riproduzione e l’allevamento degli animali, così come le foreste, le piantagioni di gelsi, le vigne e
gli uliveti direttamente amministrati da suoi funzionari. Gli imperatori spesso ricompensavano i
generali vittoriosi, gli amministratori e gli ecclesiastici con donazioni di terre, che andarono a formare
il nucleo principale di grandi tenute successivamente controllate da famiglie ricche e potenti. I sovrani
donarono inoltre terre ai monasteri, garantendone l’esenzione fiscale nonostante la ricchezza
economica che questi finivano così per accumulare. Le donazioni individuali potevano essere tuttavia
facilmente revocate. Ogni sovrano confiscò regolarmente i beni mobili e i possedimenti terrieri degli
oppositori politici, che venivano esiliati. Niceforo I, ad esempio, fu responsabile del tra  sferimento al
demanio imperiale di tenute precedentemente appartenenti ad associazioni filantropiche. Egli recò
quindi maggiore ricchezza all’ufficio imperiale, pur impoverendo le «case pie».
Dai più antichi documenti finanziari che sono giunti fino a noi, appare chiaro che tutti i villaggi
dovevano pagare ingenti somme agli esattori delle tasse quando ogni anno si presentavano dopo il
raccolto autunnale. Benché ogni famiglia e ogni proprietario venisse tassato individualmente, era
l’intera comunità a fornire la somma totale dovuta in oro e frazioni di moneta aurea (mezzo nomisma e
un terzo di nomisma). In questo meccanismo gli anziani del villaggio avevano la responsabilità di
verificare che si provvedesse a far fronte a ogni eventuale mancanza. Se una donna aveva perso il
marito e i figli, e si trovava quindi impossibilitata a coltivare le terre di famiglia, i vicini erano
sollecitati a effettuare i lavori, condividere il raccolto e far sì che la donna potesse pagare le tasse. Era
inoltre possibile per gli esattori concederle riduzioni o esenzioni, ma i vicini potevano comunque finire
per entrare in possesso della sua terra. Comunque, appaiono nei registri tributari molte vedove nel ruolo
di capofamiglia; nel registro di Tebe un contribuente maschio viene identificato soltanto come genero
di una donna di nome Sofronia, che sembra essere stata la responsabile di fronte al fisco di una famiglia
multigenerazionale dotata di considerevoli possedimenti terrieri.
Benché questi registri forniscano alcuni dati relativi alla dimensione delle famiglie in varie
generazioni, la stima della popolazione rurale e della sua crescita è estremamente difficoltosa. Gli
indici indiretti, come la costruzione di chiese e l’espansione delle diocesi, suggeriscono che dalla metà
del nono secolo si verificarono un’espansione demografica e una crescita nelle risorse eccedenti, che
furono investite nella costruzione di grandi edifici in pietra. L’impressionante chiesa di Skripou, ad
esempio, testimonia il contributo di un generale locale alla sua costruzione nell’873-874. Quasi nello
stesso periodo una chiesa dedicata ad Atene a san Giovanni porta il nome del suo fondatore,
Costantino, di sua moglie Anastasia e del figlio Giovanni, tutti altrimenti sconosciud. Similmente, in
Cappadocia, vennero scavate nel tufo vulcanico nuove chie  se e abitazioni. Non si sa molto delle
popolazioni che vissero in questi insediamenti rupestri e che scavarono e decorarono le chiese, anche se
i dipinti riflettono una società locale ricca e fortemente gerarchizzata, che commemora Giovanni I
Tzimisce (969-976) in un affresco. Dopo molti secoli di incursioni e attacchi arabi, l’Asia Minore
centrale stava finalmente vivendo un periodo di pace, di crescita economica e di maggior benessere.
All’interno delle comunità rurali bizantine del nono e decimo secolo le vendite di terra furono regolate
per mantenere l’unità fiscale del villaggio. Le ineguaglianze al suo interno portarono gradualmente al
predominio dei membri più ricchi e permisero loro di acquistare proprietà fuori dalla comunità. Agli
estranei non era consentito l’acquisto di terre del villaggio, ma l’esistenza di tenute private, offerte ai
singoli dalla magnanimità imperiale, costituì un nuovo elemento nell’ambito del mondo rurale.
L’affermarsi di questi grandi proprietari terrieri minacciò la struttura sociale delle campagne, a causa
dell’acquisto successivo di proprietà all’interno delle comunità del villaggio. Comprando terreni
appartenenti a queste ultime, i potenti (dynatoi) accrebbero le proprie risorse e si insinuarono
all’interno delle comunità contadine. Gli agricoltori impoveriti che avevano in precedenza posseduto le
terre passarono gradualmente sotto il controllo del nuovo latifondista, e divennero così legati alla terra
nel modo in cui si è soliti concepire il servo della gleba medievale.
A partire dal regno di Romano I Lecapeno (920-944), gli imperatori tentarono di limitare i
poteri di questi individui proteggendo i diritti degli abitanti del villaggio; contemporaneamente venne
impedita la fondazione di nuovi monasteri nel caso in cui altri più antichi stessero andando in rovina.
Questo duplice sforzo di sostenere le strutture tradizionali aveva un’origine economica: era destinato
infatti a preservare la base tributaria dell’impero.
Mirava infatti alla protezione degli abitanti liberi del villaggio, che pagavano le tasse, e a non
permettere che le loro terre passassero nelle mani di potenti latifondisti, che potevano spesso resistere
agli esattori o appellarsi a esenzioni. Gli imperatori del x secolo emanarono una serie di leggi concepite
per sostenere l’identità   collettiva del villaggio e per contenere i loro ricchi vicini. Tuttavia, il fatto
che Basiliosecondosi sentì obbligato a prendere nuove misure fiscali nel 996 per tentare di restituire le
proprietà ai contadini che ne erano stati privati nei decenni precedenti, dimostra che i dynatoi non
potevano essere tenuti a freno. Questa evoluzione ebbe tuttavia anche effetti positivi: la crescita di
proprietà più estese incoraggiò anche la coltivazione di terre precedentemente abbandonate,
l’investimento in tecnologie migliori, come i mulini ad acqua, e l’impianto di colture come gli uliveti, il
cui sfruttamento richiede anni. La fiducia nell’agricoltura a lungo termine è generalmente segno di
espansione economica. Essa coincise inoltre con l’obiettivo tipico dell’élite bizantina di acquisire una
maggiore proprietà di terre, tenute agricole e manodopera.
Le leggi non riuscirono comunque a impedire agli individui di impiegare la propria ricchezza
nella costruzione di nuove chiese e monasteri privati, anche laddove altri cadevano in rovina. Basilio I,
quando salì al potere nell’867, si rese conto che un gran numero di istituzioni ecclesiastiche della
capitale aveva bisogno di riparazioni; ma, poco tempo dopo, un ex ammiraglio, Costantino Lips, fondò
il proprio monastero a Costantinopoli, e la chiesa che oggi sopravvive mostra eleganti decorazioni in
piastrelle e sculture.
Alcuni ufficiali si costruirono splendide ville, talmente imponenti che l’eparca di Costantinopoli
(il prefetto della città) fu costretto a emanare regolamenti per impedire loro di sottrarre la luce agli
edifici più modesti.
Piuttosto che investire nell’attività economica, l’élite bizantina preferì acquistare terreni e
investire nelle cariche amministrative, da cui poteva ricavare un reddito aggiuntivo. I suoi membri
acquistavano titoli onorifici di corte, che comportavano una pensione statale. Nicolas Oikonomides ha
calcolato che il reddito garantito da questo tipo di investimento, dal 2,5 al 3% annuo, fosse molto
minore del 6% del tasso ufficiale d’interesse, potendo tuttavia crescere fino all’8,3% per i titoli più
prestigiosi, come quello di protospatharios, letteralmente «primo portatore di spada». Tuttavia, dato che
questi titoli non erano ereditari e la somma originariamente investita non veniva restituita, l’onore e
lo   status che garantivano sembrano essere stati la motivazione fondamentale per il loro acquisto.
L’uso di un titolo prestigioso e dello specifico abbigliamento da indossare alle cerimonie di corte aveva
certamente più importanza di ogni beneficio economico.
Un protospatharios «barbato», ad esempio, indossava una collana d’oro tempestata di pietre
preziose e un manto rosso col bordo dorato; un protospatharios senza barba (un eunuco) indossava
invece vesti bianche e un mantello anch’esso di colore bianco con ricami dorati. Nonostante il
tradizionale disprezzo per chi si era arricchito con il commercio, dietro pagamento gli imperatori
accettarono dunque di accogliere tali persone nel circolo elitario di chi possedeva un titolo.
Questo meccanismo servì inoltre ad attirare tutti gli ufficiali d’alto rango, civili e militari,
nonché gli straneri, verso la corte, nel cuore della capitale. Il processo li integrò più strettamente al
sistema imperiale di governo, ed ebbe l’ulteriore beneficio di rafforzare la gerarchia della corte e la
burocrazia centrale. Nel 950 Liutprando di Cremona, durante la sua prima missione a Costantinopoli,
fu testimone del pagamento annuale degli ufficiali di corte; la sua descrizione conferma l’importanza a
Bisanzio dell’impiego statale. L’evento si verificò la domenica delle Palme, e durò tre giorni. «Fu
portato un tavolo (...) con sopra denari racchiusi in borse, secondo quanto spettava a ognuno, con
l’ammontare scritto all’esterno di ciascuna borsa (...) Il primo a essere convocato fu il maestro di
palazzo, che portò via il proprio denaro non in mano ma in spalla, insieme a quattro mantelli onorifici.
Dopo di lui si presentarono il comandante in capo dell’esercito e il grand’ammiraglio della
flotta.» Dopo che questi avevano laboriosamente ritirato le proprie borse piene d’oro, la distribuzione
continuò, fino all’ordine dei patrizi e dei dignitari minori. Quando Costantino settimo (945-959) gli chiese
se avesse apprezzato la cerimonia, Liutprando si paragonò abilmente all’uomo ricco nell’Ade
tormentato dalla visione di Lazzaro (un riferimento alla parabola del ricco e Lazzaro); l’imperatore gli
inviò quindi una libbra d’oro e un grande mantello.
La Regina delle Città, la città sovrana di Costantino, attrasse   numerosi stranieri, giunti per
acquistare e vendere nei suoi mercati, che stimolarono la rinascita del commercio imperiale. Le sue sete
e i suoi ori attirarono più mercanti, le sue scuole più studenti, le sue chiese, reliquie e icone più
pellegrini, la sua amministrazione imperiale creò più impieghi, e la sua società composita generò
maggiori opportunità di qualsiasi altra città del Mediterraneo.
Nel mondo islamico ci furono città più estese, come Baghdad, e mercati più grandi. Ma
Costantinopoli non ebbe rivali cristiane.
Per i mercanti siriani, russi e veneziani che vi si trattenevano spesso per mesi a Costantinopoli,
la città rimaneva il sicuro crocevia attorno al quale si sviluppava la crescita economica. Ogni etnia fu
raggruppata in particolari distretti in cui ognuno praticava la propria fede nei propri edifici: i
commercianti arabi nelle moschee, quelli ebrei nelle sinagoghe e i mercanti occidentali nelle chiese.
Tutti erano soggetti alla supervisione dell’eparca cittadino, che controllava anche l’ordine pubblico e il
mantenimento della legge.
Nel 992 Basiliosecondooffrì ai veneziani una riduzione della tassa fondamentale sulle navi che
attraversavano i Dardanelli, di un valore compreso tra i trenta e i diciassette solidi, garantendo loro
quindi maggiori favori rispetto a quelli offerti ai commercianti locali e agli altri stranieri. Il motivo
della concessione di tali privilegi era che Venezia avrebbe appoggiato militarmente l’impero contro i
suoi nemici, trasportando attraverso l’Adriatico le truppe bizantine destinate a combattere in Italia
meridionale. Anche se questo accesso privilegiato alla capitale è stato visto come un duro colpo nei
confronti dei mercanti locali, che si trovarono ancora obbligati a pagare interamente il tributo, esso fu
forse considerato anche un modo per far sì che i mercanti occidentali continuassero a servirsi di
Costantinopoli come del loro principale emporio. Ciò che gli imperatori donavano poteva del resto
essere revocato, e nel dodicesimo secolo i privilegi concessi ai veneziani furono aboliti per motivi politici. I
mercanti bizantini furono meno abili nel competere nel trasporto internazionale dei beni, e sembra
quindi che abbiano ripiegato sul meno proficuo commercio costiero nel mar
Egeo. Alcuni divennero comunque abbastanza ricchi da permettersi l’acquisto di cariche e titoli.
Venezia sviluppò un atteggiamento diverso nei confronti del commercio come fonte di potere e
prosperità. Per la piccola cittàstato, il commercio era una necessità imposta dalle circostanze della sua
fondazione come colonia di profughi. I suoi cittadini furono costretti a dedicarsi al commercio
marittimo per garantirsi la sopravvivenza, rendendo la costruzione di navi per la pesca e gli scambi
commerciali un elemento centrale della propria vita. Il Senato di Venezia protesse la propria marina
mercantile con vascelli armati, allo scopo di far prosperare il commercio di schiavi, sale e legname
verso tutte le aree del mondo musulmano e bizantino. Di contro, l’insistenza imperiale sulle cariche
amministrative e sull’investimento nelle terre come via sicura per costruire una fortuna allontanava i
bizantini dall’attività commerciale. I mercanti vennero ostacolati da restrizioni e controlli, che ne
limitarono le iniziative. L’impero trascurò lo sviluppo delle flotte pescherecce locali, forzandole a
fornire capitani, marinai ed equipaggiamenti per le spedizioni militari. Alla fine del dodicesimo secolo anche ai
monaci del monte Athos vennero imposte restrizioni sulla capacità di carico delle navi utilizzate per il
trasporto del grano in eccesso dai loro possedimenti a Costantinopoli.
L’attitudine imperiale nei confronti del commercio impedì lo sviluppo di istituzioni economiche
più flessibili, facendo fallire i tentativi di rispondere alle iniziative dei mercanti italiani e musulmani.
Tuttavia, per secoli, Bisanzio riuscì a mantenere la propria posizione economica nel mondo medievale
attraverso la coniazione di un’affidabile valuta aurea, e con la presenza al suo centro di mercati
dinamici. Anche dopo la svalutazione dell’undicesimo secolo, fu ripristinata una stabile monetazione aurea, e
Bisanzio mantenne la sua produzione di beni di lusso, capaci di generare le grandi ricchezze che
impressionarono profondamente i crociati occidentali. A Costantinopoli sono state scoperte poche
monete straniere coniate prima del 1204, prova dell’alto prestigio e dell’autosufficienza del solidus
aureo bizantino, simbolo di un’economia imperiale più che commerciale.

Capitolo 15. EUNUCHI.
Il suo viso era come una rosa, la pelle del suo corpo bianca come neve, egli era ben proporzionato, aveva bei capelli, possedeva una inusuale delicatezza e da lontano profumava di muschio.
Anonimo, Vita di sant’Andrea il Folle, probabilmente decimo secolo
L’uso degli eunuchi per proteggere e servire i grandi sovrani risale all’antico Egitto e alla Cina.
Come il grande impero medievale del Giappone e il califfato musulmano, anche Bisanzio impiegò gli
eunuchi: le loro voci acute, limpide, la pelle liscia come quella di un bambino, i corpi glabri e gli arti
slanciati si aggiungevano agli elementi esotici della vita di corte. A questi uomini castrati,
rappresentanti un terzo sesso né maschile né femminile, che non potevano generare una famiglia
propria, fu affidata la cura dell’imperatore e dell’imperatrice, la protezione delle donne della dinastia
regnante e l’organizzazione del cerimoniale di corte. Negli stati musulmani, furono spesso a capo dei
sacri santuari dell’Islam. Nella Cina imperiale, fino al ventesimo secolo, uomini indigenti continuarono a
offrirsi per la castrazione al fine di ottenere una carica a corte. Il fenomeno degli eunuchi di corte ha
una dimensione globale, e la pratica bizantina non fu certo insolita tra i governi imperiali.
Gli eunuchi bizantini furono tuttavia eccezionalmente ben integrati nella società in tutti i suoi
vari aspetti. Oltre a esercitare il controllo sulle attività della corte imperiale, essi raggiunsero posizioni
preminenti nella Chiesa, l’amministrazione, l’esercito e   nelle dimore delle grandi famiglie in tutto
l’impero. I crociati occidentali, al loro arrivo a Bisanzio, rimasero meravigliati, e spesso disgustati,
dall’ubiquità degli eunuchi. Durante la visita di re Luigi settimo a Costantinopoli nel 1147, Manuele primo procurò un coro per la celebrazione, insieme ai franchi, della festa di san Dionigi: «Questi chierici
fecero una bella impressione a causa del loro dolce canto e dell’armonizzarsi delle voci, la più profonda
con la più acuta, quella dell’eunuco con quella maschile (...) e addolcirono i cuori dei franchi. Inoltre,
essi piacquero agli spettatori per il loro grazioso portamento, il lieve battito delle mani e le
genuflessioni». Poiché chi scrive, Oddone di Deuil, si dimostra generalmente ostile a Bisanzio, il suo
apprezzamento per il suono delle voci dei cantori eunuchi che si esibivano insieme agli altri è
sorprendente.
Nell’antica Persia e a Roma gli eunuchi ricoprivano ruoli particolari, che furono rafforzati
quando Diocleaziano assunse attributi persiani quali la corona, il globo, il trono e le vesti dorate a
simboleggiare la dominazione imperiale. A Bisanzio i servizi personali connessi alla famiglia imperiale
erano affidati esclusivamente ai castrati: ciò si fondava sulla certezza della loro lealtà alla dinastia
regnante, anche se questa non venne sempre dimostrata a causa dei progetti ambiziosi dei principali
cortigiani eunuchi.
Quelli che erano stati castrati prima della pubertà erano noti come «uomini senza barba»; quelli
castrati da adulti mantenevano ovviamente le caratteristiche fisiche della mascolinità. Gli eunuchi
bizantini accumulavano spesso considerevoli ricchezze e furono generosi patroni delle arti, arricchendo
la corte imperiale.
Troppo spesso utilizzavano malizie e crudeltà tipiche di uomini e donne.
Nonostante la diffusa convinzione della loro mollezza, gli eunuchi vennero spesso posti al
comando degli eserciti. Il generale Narsete (un eunuco armeno), che completò la conquista dell’Italia
durante il regno di Giustiniano, trova un suo parallelo nell’ammiraglio cinese Zheng che, si dice, scoprì
l’America novantanni prima di Cristoforo Colombo, o nel suo omologo giapponese che si spinse
certamente fino alle Indie Orientali. Riferimenti a co  mandanti militari eunuchi sono rintracciabili nel
corso di tutta la storia bizantina, anche se con minor frequenza nel quattordicesimo e XV secolo. Alcuni furono
chiaramente schiavi che erano stati castrati prima di entrare in servizio a Bisanzio, come Pietro Foca,
che assunse il cognome del padrone e si distinse in combattimento contro i russi; egli fu poi alla testa
della guardia imperiale sotto Niceforosecondo(963-969) e fu nominato comandante per la frontiera orientale
negli stessi anni. Nel 995 Basiliosecondoaffidò a un patrizio eunuco di nome Nicola l’attacco contro Aleppo,
che fu coronato dal successo.
Seguendo la definizione di eunuco fornita da san Matteo, 19,12 («Vi sono infatti eunuchi che
sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi
sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli»), alcuni cristiani decisero di dominare le
proprie pulsioni sessuali con l’autocastrazione. Il primo concilio ecumenico di Nicea emanò tuttavia nel
325 un severo canone contro questa pratica: ai cristiani desiderosi di seguire la carriera ecclesiastica fu
ordinato di resistere alle tentazioni della carne e di controllare i propri desideri attraverso la disciplina
ascetica. La Chiesa bizantina, tuttavia, accettò gli uomini castrati tra i ranghi del clero e come monaci.
Alcuni eunuchi divennero patriarchi di Costantinopoli e santi, e ciò dimostra che agli uomini castrati
non furono negate le più alte cariche della gerarchia ecclesiastica né la possibilità di conquistarsi una
fama di grande santità. Preti e monaci eunuchi ricoprirono spesso ruoli importanti nelle comunità
religiose femminili, dove celebravano l’Eucaristia la domenica. Alcuni atti di fondazione avevano
stabilito addirittura che tutto il clero che ricopriva un ruolo all’interno dei conventi femminili dovesse
essere composto da eunuchi. Parallelamente, alcuni monasteri maschili impedirono l’accesso agli
eunuchi, poiché essi costituivano motivo di tentazione sessuale per i monaci (vedi più avanti).
La castrazione era stata sempre considerata una procedura ripugnante indegna di cittadini
romani liberi; veniva quindi praticata su genti non romane, usualmente su prigionieri e schiavi di
guerra. Questa limitazione venne ulteriormente rafforzata nel sesto
secolo, quando il Codice di Giustiniano rese l’operazione illegale entro i confini dell’impero. I
prigionieri di guerra stranieri venivano spesso castrati alle frontiere e quindi portati a Bisanzio per
supplire alla domanda di servi «sicuri». Procopio nota come dalla regione dell’Abasgia (Abkhazia, nel
Caucaso) provenissero numerosi eunuchi, come il cortigiano Eufrate, che servì come diplomatico;
successivamente i prigionieri sciti, arabi e balcanici furono castrati e venduti al mercato degli schiavi a
ricchi bizantini. Si potevano trovare eunuchi nella maggior parte delle grandi casate, dove venivano
impiegati al servizio della matrona, educavano i bambini e tenevano i rapporti con l’esterno. Anche
sant’Irene di Chrysobalanton e sant’Euphrosyne la Giovane utilizzavano i propri servi eunuchi per
comunicare con i loro parenti e con la corte imperiale.
L’espansione dell’Islam accrebbe la domanda di schiavi ed eunuchi da occupare nel califfato;
quindi si dovettero trovare nuove fonti in risposta a tale richiesta. Riferimenti occasionali ai mercati di
schiavi a Roma e Venezia indicano un vivace commercio in Occidente, mentre il numero crescente di
eunuchi provenienti dalla Paflagonia, sulla costa microasiatica del mar Nero, testimonia un nuovo
sviluppo interno a Bisanzio, che aggirò la legge. Niceta il Paflagone, che servì alla corte
dell’imperatrice Irene nell’ottavo secolo, fu uno dei primi di una lunga lista di uomini provenienti da
quella zona che furono castrati dalle famiglie di provenienza. A differenza dei precedenti eunuchi non
romani, questi, creati all’intetno dell’impero, erano liberi e parlavano il greco; le loro famiglie
cercavano di ottenere per loro un impiego presso il Gran Palazzo o nella Chiesa bizantina.
Nel X secolo Liutprando, vescovo di Cremona, descrisse come avveniva in Occidente. La
creazione di «eunuchi che hanno subito l’esportazione di entrambi i testicoli e del pene (...) è attuata dai
commercianti di Verdun, che portano i ragazzi in Spagna guadagnando enormi profitti». Nonostante i
problemi fisici, quelli che sopravvivevano raggiungevano spesso la vecchiaia ed erano riconoscibili
dagli arti più lunghi del normale. Il mercato di Verdun nella Francia settentrionale si sviluppò per
fornire mano  doperà servile alle regioni islamiche come il califfato Omayyade di Spagna, dove gli
eunuchi erano molto apprezzati. Nonostante i ripetuti decreti papali contro questo commercio, i
mercanti cristiani si rifiutarono di abbandonare la lucrosa attività di rendere schiavi, castrare e vendere
giovani che spesso erano a loro volta cristiani. Anche le donne erano ricercate per gli harem delle corti
islamiche. Le avventure di chi veniva catturato dai pirati e venduto in cattività sono uno dei temi
principali dell’epica e del romanzo sia in Oriente che in Occidente.
Nel 949, quando Berengario, re d’Italia, inviò Liutprando per la sua prima missione diplomatica
a Costantinopoli, non si preoccupò di fornire al vescovo doni adeguati all’occasione. Liutprando, il cui
padre e patrigno erano già stati impiegati come ambasciatori a Bisanzio, ricordò i loro consigli e
acquistò alcuni eunuchi. Secondo le sue stesse parole, quando fu ammesso alla presenza
dell’imperatore, «donai quindi a lui (Costantino settimo) nove splendide corazze (...), due bacili d’argento
battuto (...) e ciò che fu più prezioso di ogni altra cosa per l’imperatore quattro carzimasia, parola greca
che sta a indicare i giovani eunuchi».
Non è detto che la positiva accoglienza riservata a Liutprando e la piacevolezza della sua
permanenza a Costantinopoli siano da mettere in relazione con il dono degli eunuchi: ma chiaramente
egli era convinto di aver effettuato un’ottima scelta.
Un’ulteriore ragione per l’impiego degli eunuchi è connessa alla loro attività sessuale, che era
certamente limitata, ma generalmente apprezzata. La Vita di sant’Andrea il Folle non solo descrive lo
splendido aspetto di uno schiavo eunuco, ma documenta anche il modo in cui fu obbligato ad «attuare
le disgustose pratiche dei sodomiti» nella stanza da letto del padrone, attività per la quale il santo lo
minaccia delle fiamme infernali. Quando un amico fece notare che il ciambellano doveva offrirsi al
padrone, se non voleva essere percosso e severamente punito, Andrea rispose che gli schiavi che
avessero resistito a questa abominevole passione, «saranno benedetti e tre volte benedetti, e, come
ricompensa dei tormenti che tu descrivi, saranno annoverati tra i martiri». Gli eunuchi avevano
sicuramente la loro libido, anche   se venivano regolarmente accusati di rivestire un ruolo passivo
(femminile) nell’attività omossessuale, e di incoraggiare quindi la sodomia. La storia di Bagoas, un
ragazzo dell’orfanotrofio imperiale di Costantinopoli, nell’undicesimo secolo, pare confermare tale accusa:
come Dorian Gray, scelse l’autocastrazione per conservare il proprio aspetto avvenente e le attenzioni
degli amici più anziani.
Per le loro capacità musicali, gli eunuchi rivestivano un ruolo senza pari: essi formavano i cori
dei castrati. Insieme ai bambini, si esibivano nelle maggiori chiese di Costantinopoli e alla corte
imperiale. Pare possibile che l’orfanotrofio fungesse da ulteriore fonte di eunuchi: questi sviluppavano
l’abilità di cantare alla maniera dei castrati, che era ampiamente apprezzata. Questi cori fornirono forse
il modello per i castrati che si esibivano per i vescovi di Roma in Vaticano. L’introduzione della nuova
modalità canora è strettamente connessa a papa Vitaliano (657-672), che istituì anche delle diakoniai
sul modello bizantino, dedicate ad attività filantropiche, come la cura e l’alloggio dei pellegrini.
Entrambe le istituzioni si ispiravano all’uso bizantino. Nel caso dei cantori eunuchi, Roma
stabilì una tradizione duratura che venne abbandonata, con riluttanza, solo agli inizi del ventesimo secolo.
É opportuno fare menzione di un ulteriore metodo per la creazione di eunuchi: il caso in cui la
castrazione veniva imposta come punizione, ad esempio per evitare che gli uomini generassero eredi.
Ciò si verificò spesso nel caso di giovani figli di imperatori caduti in disgrazia (Maurizio, 582-602,
Michele I Rangabe, 811-813, Leone  quinto, 813-820), o di ribelli (Germano, figlio di un uomo che si
oppose a Costantino quarto). La mutilazione in effetti escludeva uomini simili dalla carica imperiale,
poiché ci si aspettava che i sovrani fossero in grado di generare eredi. Questa fu la forma più estrema di
mutilazione corporea introdotta dal sistema legale di Leone terzo nella sua Ekloga (740), che puniva il
furto con la mutilazione di una mano e la menzogna con il taglio della lingua.
Anche l’accecamento divenne un metodo comune per annientare un rivale che aspirava al trono,
o un imperatore che non riusciva a governare in modo efficace: Filippico (713), Costantino sesto (797),
Romano quarto (1072), Isaccosecondo(1195) o Giovanni quarto Lascaris (1261).
Anche se tali mutilazioni fisiche sembrano oggi barbare, i bizantini, abbastanza
ragionevolmente, considerarono la castrazione o l’accecamento come pena minore della morte.
L’importanza degli eunuchi a Bisanzio fu garantita dallo sviluppo interno alla corte imperiale di
una serie di ruoli dominanti loro destinati. Molti di questi uffici comportavano il contatto con
l’imperatore e l’imperatrice all’interno dei loro appartamenti privati; altri erano connessi al
mantenimento dell’etichetta e del cerimoniale di corte. Per queste cariche così delicate gli eunuchi
erano considerati non soltanto desiderabili, ma essenziali. Inoltre, quando questa tradizione si
consolidò, la serie di cariche riservate agli «uomini senza barba» richiese un regolare rifornimento di
eunuchi addestrati a tali compiti. Le famiglie di Paflagonia che castravano i propri figli conoscevano
questa necessità, e tentavano quindi di trarre vantaggio dai potenziali benefici di una carriera di
palazzo.
Nel Trattato (Cletorologio) composto da Filoteo alla fine del nono secolo, che descrive la
disposizione a tavola nelle cene ufficiali, sono riservate agli eunuchi, per legge, otto posizioni ufficiali,
e altre nove possono essere assegnate per volontà dell’imperatore.
Ogni carica aveva la propria veste, con calzature specifiche e i simboli dell’ufficio. Fra tutti
spicca il praipositos che funge da ciambellano e portavoce imperiale, e dirige le cerimonie di corte in
qualità di maggiordomo. Ogni volta che aveva luogo un importante evento cerimoniale, il praipositos
convocava tutti gli ufficiali che vi avrebbero partecipato dando loro, la notte precedente, istruzioni
relative all’abbigliamento, agli accessori e alla posizione da tenere. Quindi, nel corso di un evento che
poteva durare anche un giorno intero, dirigeva ogni cosa indicando l’inizio delle diverse fasi della
cerimonia, e ordinando ai partecipanti di spostarsi nelle varie posizioni con le parole «Se per favore...»
Questa carica fu sempre ricoperta da uno degli eunuchi più in vista, che avrebbe partecipato a tali
cerimonie molte volte nel corso degli anni, addestrando i più giovani sul comportamento   da tenere e
sullo svolgimento dell’intera funzione. Prima che queste cerimonie fossero commentate nel trattato
commissionato da Costantino settimo Porfirogenito (si veda il capitolo 16), le informazioni in merito erano trasmesse oralmente.
Un altro gruppo di eunuchi era guidato dal parakoimomenos, che dormiva sulla soglia della
stanza da letto dell’imperatore, dal protovestiarios, che si occupava del suo guardaroba, e da quelli a
cui erano affidate le mense e le cantine dell’imperatore e dell’imperatrice. Tra loro si contavano quattro
ufficiali responsabili dell’ordine nel Gran Palazzo e in due zone distinte di quest’ultimo note come i
palazzi della Magnaura e di Dafne. Le loro principali responsabilità comprendevano la scorta
dell’imperatore quando egli lasciava i suoi appartamenti e la protezione di quest’ultimo dalla vista di
uomini barbuti (e di chiunque altro) quando si cambiava le vesti, le calzature o la corona. Poiché le
cerimonie imperiali prevedevano spesso molti cambi d’abito in luoghi esterni al Gran Palazzo, quando
ad esempio l’imperatore si recava al santuario della Madonna della Zoodochos Pege (della Fonte Viva)
oltre le mura cittadine, gli eunuchi formavano un cerchio che lo proteggeva e lo nascondeva mentre
veniva vestito e incoronato.
La presenza costante accanto alla coppia imperiale, e la responsabilità degli effetti personali
degli imperatori garantiva agli eunuchi una posizione di fiducia, che le persone esterne alla corte erano
sempre ansiose di sfruttare. Come i dottori che visitavano l’imperatore, gli eunuchi più importanti
avevano accesso diretto ai suoi appartamenti privati, con la possibilità di entrare e uscire senza
permesso. La loro funzione di evitare che altri rivolgessero la parola all’imperatore, o semplicemente lo
vedessero da lontano, conferiva loro un grande potere.
Gli storici, in genere, tendono a condannare l’eccessivo potere degli eunuchi di corte, che
tentarono di dominare i propri sovrani. La lista è lunga: Crysaphios nel quinto secolo; Eufrate sotto
Giustiniano e Teodora; Staurakios ed Ezio, rivali per le attenzioni dell’imperatrice Irene; Samonas nel nono secolo; Basilio Lecapeno nel decimo; Giovanni YOrphanotrophos (a capo del grande orfanotrofio
imperiale di Costantinopoli) nell’undicesimo. Basilio Lecapeno, figlio illegittimo di Romano primo, conosciuto
come Notbos, «il Bastardo», ebbe una carriera di particolare rilievo. Dopo essere stato castrato da
bambino per distruggere ogni sua ambizione imperiale, fu nominato parakoimomenos da Costantino settimo. Mantenne grande potere durante i regni di Niceforo secondo e Giovanni primo, e praticamente governò
l’impero durante la prima decade del regno di Basilio secondo
(976-985). Grazie alla sua grande ricchezza, commissionò magnifici oggetti d’arte, come il
reliquiario di Limburg. Inoltre fu l’autore di un trattato sulle battaglie navali, che fu copiato in uno
splendido manoscritto di Taktika militare.
Basilio Lecapeno fu l’esempio tipico di alcuni eunuchi di alto rango che divennero patroni delle
arti, diplomatici, generali, amministratori, insegnanti, scrittori, teologi ed ecclesiastici. In molti casi
questi eunuchi furono esentati dai propri doveri di corte per compiere particolari missioni, militari o
diplomatiche, come Andrea, che trattò con gli arabi nel settimo secolo, o Teoctisto, che guidò la flotta nel
nono. A Bisanzio, come nel califfato, gli eunuchi trovarono regolarmente impiego come generali e
diplomatici. Il loro status prestigioso è confermato dall'Oneirocriticon (Libro sull’interpretazione dei
sogni) del greco cristiano Achmet, che si basò su fonti bizantine e arabe, oltre che sui propri sogni.
Come molti autori, egli paragona i meravigliosi eunuchi agli angeli. Gli uni e gli altri venivano infatti
considerati creature asessuate, poiché gli angeli non possedevano il sesso, e si riteneva che gli eunuchi
avessero perso il loro. Anche se questo non era del tutto esatto -    come abbiamo visto, e come
indicano le numerose accuse di relazioni sessuali rivolte agli eunuchi - il testo documenta il ruolo
importante da loro ricoperto nelle società cristiane e musulmane, specialmente come messaggeri,
segretari privati e intermediari.
Così come questi eunuchi d’alto rango, anche altri fecero carriera anche se ben lontano dal Gran
Palazzo e dalla protezione imperiale. Essi appaiono talvolta nei testi agiografici, e figurano anche nelle
liste di doni nuziali, così come nella storia di Digenis Akritas, l’eroe di frontiera (vedi capitolo 13).
Quando Basilio (nome di battesimo di Digenis) riesce finalmente a sposare la   sua amata (che non
viene mai nominata), lo zio più anziano di quest’ultima regala alla coppia dieci ragazzi: senza sesso e
di bell’aspetto, con adorabili lunghi capelli, vestiti alla foggia persiana con abiti di seta, con belle
sciarpe dorate attorno ai loro colli.
Un costoso dono di nozze, che spicca tra cavalli purosangue dotati di splendide selle e
finimenti, cani da caccia e icone preziose. Quando la ricca vedova Danielis compì il suo viaggio dal
Peloponneso a Costantinopoli, si fece trasportare su una lettiga dai suoi servitori eunuchi, e tra i molti
ricchi doni che offrì all’imperatore Basilio I si dice ve ne fossero addirittura un centinaio.
Due leggi (Novelle) di Leone sesto emanate intorno alla fine del decimosecolo si occupavano della
situazione degli eunuchi all’interno dell’impero. La prima proibiva il matrimonio tra questi e le donne,
sulla base del fatto che il fine del matrimonio era la procreazione; la seconda concedeva agli eunuchi la
possibilità di adottare dei figli, che potevano diventare loro eredi. In questo modo, gli eunuchi di corte
che giungevano alle posizioni più importanti e accumulavano ricchezze potevano trasmettere le
proprietà ai loro figli adottivi. Leone sesto dimostrò di avere una visione più umana degli eunuchi, che
coincise con il progressivo indebolimento delle leggi nei confronti della castrazione sul territorio
imperiale. Nel caso di san Metrios, il cui figlio castrato, Costantino, fece una carriera di successo alla
corte imperiale, l’operazione fu giustificata da una visione angelica, che ne predisse il futuro.
Gli eunuchi divennero spesso monaci. Un certo Cosma, monaco eunuco della Paflagonia
(ancora), mentre era in viaggio verso l’Italia sostò nei pressi della tomba di san Luca a Steiris.
Qui ebbe una visione in cui gli fu ordinato di fermarsi presso la tomba, proteggerla e renderla
più bella. Alcuni monasteri furono tuttavia restii ad accettare nelle proprie comunità eunuchi o
fanciulli, temendo forse turbamenti sessuali. Sul monte Athos gli eunuchi furono gradualmente
allontanati come pericolo per gli   altri monaci. Il Tragos (Regola), firmato da Giovanni I Tzimisce,
prescrive: «Ti ordino di non accogliere uomini senza barba ed eunuchi che vengano alla Montagna per
ricevere la tonsura (...)
Inoltre, se qualche abate o kelliotes (eremita) non rispetta le mie norme e introduce nei suoi
domini o nella sua cella qualche eunuco o ragazzo (...), crediamo sia la cosa migliore espellerlo dalla
Montagna».
La presenza degli eunuchi alla corte, profondamente radicata, la loro ammissione ai vari gradi
della società e il loro status legalmente definito consentirono a questi personaggi di ricoprire a Bisanzio
un ruolo più importante che in altre società medievali.
Al contrario, gli eunuchi provocavano orrore nell’Occidente medievale, in cui solo uomini
«completi» potevano diventare vescovi. Anche a Bisanzio, tuttavia, rimasero alcuni pregiudizi latenti,
come testimonia la Difesa degli eunuchi di Teofilatto di Ocrida. Questo dialogo dell’undicesimo secolo tra un
monaco e un eunuco, composto da un vescovo colto, mostra come vi fosse una profonda ostilità nei
confronti degli eunuchi, accusati di mollezza morale, cupidigia, licenziosità, ambizione, effeminatezza
e peccaminosità nell’esecuzione di canti indecenti, di un comportamento istrionico simile a quello degli
attori e di bere troppo. In risposta, l’eunuco difende il proprio gruppo sociale, distinguendo gli eunuchi
bizantini, che spesso divenivano vescovi e monaci, da quelli stranieri. Egli loda la castrazione dei
giovani come modo per preservarne la castità, sottolineando il numero di eunuchi che si conserva casto
e ispira gli altri con il proprio comportamento.
Alcuni sono ovviamente meno casti, ma lo stesso si può dire per gli uomini «completi». Egli
spinge così il suo interlocutore a giudicare l’eunuco sulla base delle sue conquiste spirituali, piuttosto
che dell’apparenza.
Il trattato di Teofilatto era dedicato al fratello, Demetrio, un eunuco, e non concepito per una
più ampia circolazione. Tuttavia nella prefazione, composta in metro giambico, l’autore esprime la
speranza di aver saputo rispondere a tutte le accuse generalmente rivolte contro gli eunuchi. Il trattato è
tramandato, insieme alle altre orazioni e lettere dell’autore, nelle principali raccolte di   manoscritti;
esso venne quindi probabilmente letto da molte persone. Secondo Kathryn Ringrose gli autori bizantini,
nel discutere degli eunuchi, affrontarono un «dilemma retorico»: ai castrati non era richiesta la potenza,
non ci si aspettava che guidassero eserciti alla vittoria, anche se dovevano essere in grado di svolgere
qualsiasi servizio richiesto loro dai sovrani. Ogni dimostrazione di valore fornita sul campo di battaglia
doveva essere spiegata come un’anomalia, dovuta alle eccezionali doti tattiche dell’individuo, poiché
gli eunuchi erano considerati incapaci di valore militare.
Questa situazione contraddittoria riflette il modo in cui la società bizantina percepì il sesso degli
eunuchi come terza categoria, diversa sia da quella maschile che da quella femminile.
Anche se le mansioni svolte a corte dagli eunuchi persero d’importanza durante la tarda età
bizantina, quando le preoccupazioni militari dell’impero divennero più pressanti, essi continuarono a
rivestire ruoli importanti, fornendo testimonianza di un ulteriore elemento di continuità che si spinse
ben oltre la caduta di Costantinopoli nel 1453. Con la creazione dell’harem del sultano nel palazzo del
Topkapi, gli eunuchi furono impiegati in quantità anche maggiore che durante l’impero bizantino per
sorvegliare le numerose mogli e gli schiavi del sovrano musulmano. Grazie a questo nuovo incarico
divennero nuovamente molto potenti, come dimostrano le vicende degli eunuchi neri (africani) o
bianchi (europei) protagonisti di molti scandali di epoca ottomana.

Capitolo 16.
LA CORTE IMPERIALE.
Al mattino l’imperatore entra (nel palco imperiale che domina l’ippodromo) con i suoi intimi e i
suoi servitori, tutti vestiti di rosso. Egli siede su un podio che sovrasta la piazza; lì appare anche la sua
sposa, chiamata dizbuna (in greco despoina, signora) con le sue ancelle e le donne del suo seguito, tutte
vestite di verde, e si siede di fronte all’imperatore. Quindi fanno il loro ingresso gli artisti e i suonatori
di strumenti a corde e cominciano il loro spettacolo.
Al-Marwazi, Proprietà degli animali, circa 1120
Se la liturgia sacra e il coro dei castrati impressionavano profondamente i visitatori di Santa
Sofia, le cerimonie, i ricevimenti e le cene della corte imperiale ne costituivano la pittoresca
controparte secolare. Al-Marwazi ripete il racconto più approfondito di Harun ibn Yahya, catturato e
condotto a Costantinopoli alla fine del nono o agli inizi del decimosecolo; entrambi descrivono le corse
nell’ippodromo, con i due avversari in abiti dorati, ciascuno alla guida di una quadriga, che fanno il
loro ingresso solenne e poi galoppano girando per tre volte attorno alla zona «con gli idoli e le statue»
(un chiaro riferimento ai monumenti collocati sulla spina che divideva il campo di gara). Ma le
cerimonie più splendide si svolgevano all’interno del Gran Palazzo, dove la corte bizantina costituiva il
fulcro dell’impero: tutte le attività vi gravitavano attorno. Il palazzo occupava una vasta area
dell’elevata estremità orientale della città, e conteneva al suo interno monu  menti di origine classica
annessi alle terme, chiese costruite per conservare le reliquie cristiane e sale da ricevimento concepite
per magnificare l’autorità del sovrano. All’interno delle sue mura l’imperatore e l’imperatrice
abitavano nei loro appartamenti privati; settori specifici erano destinati alle attività cerimoniali, e
caserme alle guardie di palazzo. Anche se i sovrani potevano incontrare i loro consiglieri in modo
informale in altre situazioni, tutte le cerimonie ufficiali si svolgevano a corte, che costituiva un
elemento fisso del mondo politico bizantino.
A differenza dei sovrani dell’Europa occidentale, che impiegarono secoli prima di stabilirsi in
città dove poter istituire corti permanenti, Costantino I aveva trasferito a Bisanzio sia il centro del
governo romano, sia la corte imperiale. Il complesso noto come Gran Palazzo non cambiò mai sede dal
330 al 1453, anche se a partire dal dodicesimo secolo gli imperatori si servirono del palazzo detto delle
Blacheme, un’area all’estremità nord-occidentale della città, appena all’interno delle mura. Il Gran
Palazzo divenne la più grande corte cristiana, che poteva trovare un paragone solo nell’antica Persia e
più tardi nel califfato. Il rituale di corte stupiva sia gli stranieri che i sudditi. Ancor prima di assistere
alle cerimonie, tutti i visitatori del Gran Palazzo restavano colpiti da altri aspetti spettacolari: le antiche
statue allineate lungo le pareti delle sale da ricevimento, alcune a quanto pare capaci di predire il
futuro, i mosaici dorati e i metalli preziosi che adornavano gli edifici, uno più maestoso e stravagante
dell’altro, e le truppe della guardia, formate da gruppi di guerrieri di diverse etnie, ciascuno con le proprie armi.
Durante i ricevimenti tenuti nel chrysotriklinos, una sala dorata fatta costruire nel palazzo da
Giustiniano secondo alla fine del settimo secolo, l’imperatore si presentava su un alto trono posto direttamente al
di sotto del mosaico di Cristo Pantocratore che decorava l’abside.
Altrove veniva impiegata energia idraulica per ottenere effetti sorprendenti. A Bisanzio si
trovavano antichi organi a pressione idraulica, che venivano utilizzati nei ricevimenti imperiali e nelle
terme, dove fontane e uccelli meccanici capaci di cantare intrattenevano l’imperatore. Nel palazzo della
Magnaura il sovrano   sedeva su un grande trono d’oro fiancheggiato da leoni ruggenti, mentre uccelli
dorati cantavano dai rami di alberi dorati e tempestati di gemme. E mentre l’ambasciatore eseguiva la
proskynesis (con la fronte a terra nell’obbligatorio atto di riverenza), il trono si innalzava
all’improvviso dal livello del pavimento fino al soffitto.
Durante la sua prima missione a Costantinopoli nel 949, Liutprando di Cremona ostentò di non
provare meraviglia di fronte a tale visione straordinaria. Egli era stato infatti informato della cerimonia
dal padre e dal patrigno. Tuttavia deve ammettere: «Non so come abbiano fatto».
Oltre a tale volontà di indurre soggezione e stupore nel visitatore, la corte ricopriva un ruolo
essenziale all’interno dell’impero: legare tutti i sudditi al sovrano, in base a una stretta relazione fatta di
fedeltà devota, senso di appartenenza e una fatalistica sottomissione all’autorità. Questo veniva in parte
ottenuto attraverso la promozione di ragazzi e ragazze di talento a posizioni di potere e responsabilità,
che esigevano rispetto e ammirazione. Anche se l’effettivo numero di cittadini comuni promossi in tal
modo rimase esiguo, la possibilità di farne parte rimase aperta, e spinse molte famiglie a tentare di
collocare i propri figli o le proprie figlie all’interno dell’orbita del potere. La corte esercitava un potere
egemonico che integrava tutti i settori della società e rafforzava l’autorità imperiale; essa fu
riconosciuta come centro di cultura superiore e di ineguagliato splendore intellettuale. Gli ambiziosi
abitanti delle province si identificarono spesso in essa, e aspirarono a ottenere una carica al suo interno.
Nell’undicesimo secolo Cecaumeno, un ex generale, condannò la corte come centro d’intrighi, cosa che
senz’altro fu. La sua riuscita carriera riflette tuttavia l’abilità della corte di attrarre e conservare i fedeli
servigi di un talentuoso ufficiale di origine armena.
Oltre agli eunuchi, che gestivano la corte imperiale, molti uomini istruiti trovarono impieghi
nell’articolata burocrazia civile, che facilitava spesso la promozione di questi ultimi a cariche
governative di alto livello. Come abbiamo visto, altri si batterono -    e pagarono - per possedere
particolari titoli onorifici, che implicavano una pensione statale (roga). Ci si aspettava che
tutti,   quando invitati, presenziassero a corte nei propri costumi e con il proprio seguito ufficiale,
insieme a rinomati ecclesiastici, a membri del Senato di Costantinopoli, agli appartenenti alle fazioni
del circo con le loro vesti verdi e azzurre (si veda il capitolo 3), e a svariati militari nei colori del
proprio reggimento. In ordine gerarchico ognuno faceva il proprio ingresso nell’area cerimoniale,
rendeva omaggio all’imperatore e all’imperatrice e prendeva posto per i festeggiamenti, veniva,
pertanto, creata un’impressionante folla di diversi colori e identità.
Anche le giovani fanciulle venivano impiegate per il servizio a corte, non solo come damigelle
dell’imperatrice, ma talvolta per ricoprire il più importante ruolo aperto a qualsiasi donna di Bisanzio.
In teoria uno dei metodi per selezionare la moglie del futuro imperatore consisteva nella sfilata delle
spose, da cui il principe sceglieva come moglie la ragazza più avvenente. Alcuni racconti descrivono il
modo in cui l’imperatrice madre individuasse un gruppo di degne e piacenti fanciulle, che venivano poi
presentate al futuro imperatore durante una sorta di concorso di bellezza. Sembra improbabile che
eventi del genere avessero luogo così come raccontano le fonti. Tuttavia l’idea che una famiglia
provinciale con una figlia attraente in età da matrimonio potesse ricevere tale onore non era del tutto
infondata. Le spose imperiali dell’ottavo e nono secolo provenivano spesso da famiglie provinciali
relativamente modeste: Irene da Atene, Maria d’Amnia e Teodora dalla Paflagonia. Maria e Teodora
furono forse selezionate durante un concorso pubblico. Anche se la bellezza non costituiva il fattore
determinante, l’idea del concorso dimostra la vitalità e l’apertura mentale della corte. La possibilità di
reclutare a corte una nuova famiglia proveniente da qualsiasi parte dell’impero creava infatti
un’identificazione con la fortuna di quest’ultima, e le famiglie delle province venivano quindi attirate
nel circolo del cerimoniale imperiale e tenute al corrente della vita di corte. Il successo procurava
vantaggi a tutti i familiari coinvolti. Ad esempio, anche le sorelle delle spose imperiali potevano
contrarre vantaggiosi matrimoni con i cortigiani. Ottenere una posizione di damigella dell’imperatrice
era in verità un obiet  tivo molto ambito, e molti uomini cercarono di promuovere le proprie figlie in
questo modo. In più di un’occasione esse finivano per sposare l’imperatore (Teodora alla fine dell'ottavo
secolo, Zoe Zaoutze nel nono). Quindi, laddove i ragazzi venivano castrati dalle proprie famiglie e inviati
alla ricerca di una carriera come eunuchi, le fanciulle venivano educate per attirare l’attenzione di un
futuro imperatore o di un ufficiale di alto rango. La corte imperiale divenne centro di promozione
sociale, e di conseguenza economica.
L’ipotetico «concorso di bellezza» giocava in sé un ruolo soltanto marginale nella selezione
delle imperatrici. Poiché le alleanze matrimoniali erano spesso cruciali per il successo dei negoziati
diplomatici, a Bisanzio giunsero spose straniere per sigillare importanti trattati, come nel caso di Cicek
la Cazara, poi rinominata Irene, nel 732, o di Mar’ta (Maria) di Alania nel 1072. Anche le donne
bizantine venivano inviate all’estero con lo  stesso scopo, e persino una principessa «nata nella
porpora» dovette onorare un’alleanza militare (si veda il capitolo 17). Durante il periodo delle crociate
il numero delle principesse occidentali che divennero imperatrici bizantine crebbe molto. Giovannisecondoe
Isaccosecondoebbero mogli ungheresi; Manuele  primo sposò prima una principessa tedesca e in seguito una latina
proveniente da Antiochia, scegliendo poi per il figlio Alessiosecondouna moglie francese. Sempre più
spesso, anche le parenti degli imperatori si sposarono con sovrani occidentali, fornendo testimonianza
di un crescente ricorso alle alleanze matrimoniali nelle relazioni internazionali. Anche le famiglie dei
Comneni e degli Angeli si preoccuparono tuttavia di concludere alleanze strategiche con molte delle
famiglie bizantine più importanti. Per tutti i loro membri, maschi e femmine, il matrimonio era una
questione politica, e non di scelta personale.
Fin dal quarto secolo, quando Eusebio di Cesarea formulò la teoria secondo la quale il sovrano
riceveva il potere imperiale solo per volontà divina, e fungeva da rappresentante di Dio sulla terra, le
ideologie cristiana e romana erano state fuse per sostenere la supremazia culturale bizantina. Secondo
questa teoria, la corte   imperiale costituiva uno specchio di quella celeste, e il potere dell’imperatore
così rafforzato era finalizzato a imporre la legge divina. La politica estera, gestita da abili diplomatici,
il cerimoniale di corte diretto dagli eunuchi e l’amministrazione centrale si servirono di tale teoria per
assicurarsi che un senso profondo e radicato dell’autorità imperiale pervadesse l’impero.
Dal Gran Palazzo veniva gestito un sistema di governo originale ed efficace, che controllava la
maggior parte degli aspetti della vita bizantina, dalle questioni finanziarie, quali il conio delle monete e
le norme commerciali, fino alla promulgazione di nuove leggi. L’imperatore nominava inoltre il
patriarca, e aveva la possibilità di esercitare una considerevole influenza sulla Chiesa. Una gerarchia di
funzionari sosteneva tale sistema altamente centralizzato, che provocava un’infinita richiesta di scribi e
copisti e doveva assicurare che le decisioni prese a corte fossero applicate concretamente. I registri
governativi venivano archiviati e gli amministratori alloggiati nel complesso dell’ippodromo, dove
alcuni giudici dell’undicesimo secolo si lamentavano del poco spazio a loro disposizione. Tuttavia, nel corso dei
secoli, tutti questi vasti archivi sono stati distrutti. I pochi documenti originali che sopravvivono si
trovano oggi in monasteri (in particolare quelli del monte Athos), in Vaticano e in altre collezioni
straniere.
È stato detto che il governo di Bisanzio riuscì a sopravvivere ad avvicendamenti al potere anche
frequenti grazie alla solida amministrazione. Gli imperatori potevano cambiare, ma non le pratiche
burocratiche. Alcuni aspetti di tale sistema si possono soltanto ricostruire attraverso lo studio dei sigilli
plumbei apposti ai documenti pergamenacei ormai perduti. Quando l’imperatore assegnava un ufficiale
a una carica, o promuoveva un militare, questi registravano la propria nuova mansione in sigilli
plumbei che apponevano poi ai loro ordini, come garanzia di autenticità.
Questi sigilli venivano fabbricati come le monete, fusi in una matrice, ma erano prodotti in
piombo, metallo molto meno costoso di quello usato per le monete. Anche se sopravvivono pochissimi
documenti originali bizantini in pergamena, i sigilli plumbei non sono andati distrutti in modo
altrettanto ampio.
Durante la costruzione dell’Università di Istanbul, negli anni Venti del ventesimo secolo, nella zona
del Foro di Teodosio, i detriti asportati, dal momento che contenevano molte migliaia di sigilli,
testimoniavano la presenza di un archivio documentario. Anche se allora ciò non fu notato e i detriti
furono gettati in mare al di là delle mura, i sigilli finirono per essere portati a riva e raccolti.
Similmente, in siti archeologici come Corinto non è difficile rinvenire dei sigilli plumbei. Da
questi numerosi reperti gli esperti sono in grado di ricostruire le tappe della carriera di molti
amministratori e soldati. A ogni modo, secoli di testimonianze medievali, autenticate dai sigilli, sono
andati perduti.
Per coloro che formarono l’élite della società bizantina grazie al contributo
nell’amministrazione dell’impero, le cerimonie di corte per l’assegnazione di titoli, divise e insegne di
rango confermavano non soltanto il loro ruolo, ma anche quello delle mogli.
Quando gli ufficiali militari o civili ricevevano un titolo onorifico, alle mogli veniva fatto
omaggio di un titolo femminile equivalente: ad esempio, la moglie di un kandidatos imperiale riceveva
il titolo di kandidatissa, che le veniva formalmente assegnato alla promozione del marito. Alcuni sigilli
che riportano questi titoli femminili indicano che le donne autenticavano i propri atti con le medesime
modalità dei mariti. Tutte le mogli dovevano presentarsi a corte, correttamente abbigliate e
adeguatamente preparate per prender parte alla cerimonia. Quando indossavano uno speciale copricapo,
detto propoloma, era concesso loro di non eseguire la proskynesis, forse per timore che esso potesse
cadere.
Due importanti fonti scritte permettono la ricostruzione della gerarchia delle cariche bizantine: i
taktika degli amministratori imperiali (liste che registravano i posti a sedere da occupare nei banchetti
più importanti), e i rituali di corte descritti nel Libro delle cerimonie (vedi più avanti). L’imperatore
presiedeva la gerarchia di corte, seguito dal patriarca. Durante l’impero di Giovanni I Tzimisce
(969-976) un taktikon registrava i cinque maggiori onori riservati a membri della famiglia reale (tra cui
il titolo di zoste patrikia, patrizio della cinta, e zoste, generalmente riservato alla suocera
dell’imperatore). Venivano quindi nominati i   comandanti dell’esercito e della flotta a capo dei temi;
quindi il rettore (responsabile della casa imperiale), il synkellos (assistente del patriarca), e i giudici, tra
i quali l’eparca (prefetto) della città e i capi (demarchi) dei Verdi e degli Azzurri. Seguivano gli
ufficiali responsabili della gestione delle grandi sezioni del servizio civile con il loro personale, dinanzi
ai rappresentanti delle manifatture e del commercio di Costantinopoli, dei granai e dei monasteri locali.
I comandanti militari avevano sempre la precedenza sui civili.
Il modo in cui civili e militari collaboravano per l’organizzazione delle risorse dell’impero può
essere illustrato dai complessi preparativi che nel 949 precedettero l’operazione militare per la
liberazione di Creta dal dominio arabo. Tra il personale e il relativo equipaggiamento si contano 20
dromones (navi) con due ciurme di 300 uomini ciascuna, 230 rematori e soldati, 70 cavalieri dotati di
70 cotte di maglia e di 12 più leggere per i timonieri e gli addetti al sifone del fuoco greco, per un totale
di 600 uomini.
Ognuno dei 20 dromones del Vestiarion (un distinto dipartimento di stato) era dotato di 3 sifoni,
manovrati in totale da 60 addetti, di 120 remi, per un totale di 2400, e di 120 ancore con le loro
gomene. Questa è solo una piccola parte di una lista molto più lunga. La marina doveva fornire sia i
mezzi di trasporto che gli uomini, l’abbigliamento protettivo per i timonieri e per gli addetti ai sifoni
per l’uso del fuoco greco, così come 70 cavalieri con i loro cavalli. Dovendo fornire acqua e cibo agli
animali, ai rematori e ai soldati, per permettere all’armata di partire l’amministrazione centrale si
affidava ai servizi di svariati dipartimenti del governo.
Ma, nonostante tutto, la spedizione fallì.
Nella conduzione della politica estera e della diplomazia, per le quali Bisanzio era rinomata, un
corpo di interpreti si occupava delle ambascerie straniere e traduceva le missive diplomatiche che
queste portavano a Bisanzio. In alcune occasioni, l’ordine di rispondere in una forma più semplice
rispetto alla lingua classica indica che il greco parlato era ben conosciuto sia tra gli arabi che tra gli
italiani. Le fonti arabe descrivono una missiva ufficiale di Romano I Lecapeno al califfo di Baghdad,
al-Radi, scritta in greco in lettere dorate, e tradotta in arabo in inchiostro argenteo.
Essa   accompagnava il dono di vetri dorati tempestati di pietre preziose, un leone di cristallo, calici,
piatti e coppe d’oro adornate di gemme, vesti, sostanze odorose tra cui muschio, ambra, numerosi
profumi e rari oggetti sans pareil. Più tardi, nel decimosecolo, durante la ribellione di Bardas Skleros, un
ambasciatore arabo registrò i riusciti negoziati di quest’ultimo con Basiliosecondorelativi allo status di
alcune importanti fortezze di frontiera, citando la triplice redazione dei precedenti accordi (redazioni
che si dimostrarono non identiche). I diplomatici bizantini venivano generalmente selezionati tra gli
uomini più colti, tra cui si contavano vescovi e monaci, così come ufficiali civili e militari: le lettere di
Leone, vescovo di Synada, di Leone Choirosphaktes e di Costantino Manasses ne documentano l’opera. Nel dodicesimo secolo, Manuele primo 
Comneno impiegava vari mercanti italiani come traduttori e interpreti nei suoi negoziati con i crociati.
La fonte più importante relativa all’organizzazione dell’amministrazione imperiale, comunque,
è costituita dal Libro delle cerimonie, una dettagliata compilazione di ricevimenti, rituali di corte e
attività esterne al Palazzo da osservare in particolari giorni, redatta da Costantino settimo (945-959). Essa
include molto materiale più antico raccolto da Pietro, un senatore, che rispecchia l’attività di corte
durante il regno di Giustiniano e che si basava a sua volta su documenti quali il Calendario del 354, una
lista di epoca romana di riti tradizionali pagani dedicati al benessere della capitale e dei suoi sovrani. A
Costantinopoli la festività pubblica più importante era l’11 maggio, anniversario della fondazione della
città.
Il Libro delle cerimonie descrive come dovevano svolgersi particolari feste, in cui erano inclusi
sia uffici della liturgia cristiana che commemorazioni di anniversari militari (come la sconfitta degli
arabi nel 718), il ricordo di terremoti particolarmente devastanti e la vendemmia annuale, che
prevedeva fra l’altro una navigazione su una chiatta risalendo il Bosforo. Tutte le feste dedicate ai santi
e le celebrazioni ecclesiastiche richiedevano ovviamente la presenza dell’imperatore, in cerimonie che
potevano durare l’intera giornata quando la corte si recava a un santuario, ed egli prendeva parte
all’ufficio liturgico e poi cenava con il patriarca. Organizza  to secondo il calendario liturgico, che
prende avvio dalla Pasqua, il libro fornisce inoltre istruzioni per le acclamazioni, le incoronazioni, i
matrimoni imperiali e la nascita di un figlio dell’imperatrice. Gli eunuchi di corte dirigevano ogni fase
della maggior parte di questi eventi, indicando come i diversi gruppi dovessero prendervi parte.
Tra i numerosi stranieri che narrarono le proprie impressioni sulla corte bizantina e sul suo
modo d’operare, Liutprando di Cremona fornisce due narrazioni vivide, dettagliate e contrastanti.
Basata sulla sua esperienza come inviato di Berengario re d’Italia nel 949-50, la prima riflette la
positiva accoglienza riservatagli da Costantino settimo, citata nel capitolo 14. Diciotto anni più tardi, la
seconda delle descrizioni mette in luce l’ostilità di NiceforosecondoFoca verso il sovrano di Liutprando,
l’imperatore germanico Ottone I, assai più potente di Berengario. Durante il suo primo viaggio,
Liutprando ricorda come venisse celebrato il Natale nel Gran Palazzo, nel cosiddetto triclinio dei
Diciannove Letti, quando l’imperatore e i suoi ospiti si coricavano prendendo il cibo da piatti dorati
nell’antico stile romano. A un certo punto il soffitto si aprì, e pesanti vassoi di frutta dorati vennero
calati su un tavolo. Tra le numerose portate ballerine e cantanti con organi e altri strumenti fornivano
l’intrattenimento musicale. Liutprando fu particolarmente stupito da uno spettacolo acrobatico eseguito
da un uomo vigoroso che teneva un lungo palo in equilibrio sulla fronte, su cui due giovani si
arrampicavano compiendo vari esercizi alla sua estremità. Una scena simile, raffigurata negli affreschi
della cattedrale di Kiev e su una magnifica coppa smaltata di fattura islamica, ci ricorda le
caratteristiche comuni della cultura delle corti medievali. In tutto il Vicino Oriente i sovrani erano soliti
collezionare animali inconsueti, scambiarsi oggetti di lusso quali selle smaltate e sete decorate con filo
d’oro e gemme, e costruirsi splendidi palazzi con giardini, laghetti e fontane. La rete bizantina di
contatti con i califfi e gli emiri musulmani, con i principi slavi e con altri sovrani era mantenuta anche
attraverso questo tipo di doni, usanze che portarono attorno alla metà del X
secolo artigiani bizantini a creare la decorazione in mosaico e maioliche del mihrab della
grande moschea di Cordova.
Durante la sua seconda missione che aveva lo scopo di concludere un matrimonio imperiale per
il figlio di Ottone I e che fu male accolta, Liutprando venne alloggiato in un palazzo privo di comodità
e strettamente sorvegliato. Al suo seguito non fu concesso di cavalcare fino a palazzo quando egli
venne convocato per incontrare il fratello dell’imperatore. Talvolta non fu nemmeno permesso loro di
acquistare dell’acqua. Poiché le relazioni tra Bisanzio e l’Occidente erano mutate, Liutprando trovò
Niceforo Foca ostile alla prospettiva di un’alleanza. L’imperatore gli disse che era impossibile per una
principessa nata nella porpora sposare un sovrano occidentale. Egli si lamentò inoltre delle missive
diplomatiche provenienti da Roma, che riportavano termini scorretti: anziché usare il titolo di
«imperatore dei romani», ci si rivolgeva a Niceforo come «imperatore dei greci». In risposta, egli
chiamava Ottone «re», e non «imperatore». Dopo questi battibecchi sulla titolatura, sul latino, la lingua
originale dei romani, e sulle conquiste di Ottone nell’Italia meridionale, Liutprando insultò i bizantini
sostenendo che l’aggettivo «romano» indicava «ogni forma di bassezza, irresolutezza, avarizia,
lussuria, falsità e vizio». In contrasto col banchetto cui aveva partecipato con Costantino settimo, le cene
imperiali a base di porri, aglio e salsa di pesce lo disgustarono. Liutprando si sentì oltraggiato dal fatto
che un’ambasceria barbarica proveniente dalla Bulgaria fosse fatta sedere più vicino all’imperatore e
che il suo tavolo fosse dotato di una propria tovaglia. Il colmo dell’indignazione lo raggiunse al
momento di lasciare il territorio imperiale, quando i funzionari della dogana gli confiscarono le stoffe
di seta che Liutprando pensava di aver acquistato legalmente.
Le descrizioni di Liutprando ci permettono di rivivere i rituali prescritti nel Libro delle
cerimonie. Anche se tali rituali erano rigidamente fissati, la pratica di fatto poteva essere adattata per
affrontare circostanze inconsuete. I bizantini furono spesso flessibili e decisi in questi adattamenti.
Durante il suo secondo anno di regno, Irene trasformò la cerimonia per il Lunedì di Pasqua
(1° aprile 799): anziché montare un cavallo bianco fino alla chiesa di San Mozio, distribuendo
monete alla folla secondo l’usanza imperiale, decise di farsi trasportare su una carrozza tirata da quattro
cavalli bianchi, e guidata da militari d’alto rango; in questo modo l’imperatrice poteva compiere
comunque l’atto di munificenza imperiale, la distribuzione del denaro, che la folla sicuramente si
attendeva. Similmente, quando Olga, la principessa vedova di Kiev, visitò Costantinopoli alla metà del decimo secolo, il consueto benvenuto riservato ai capi di stato maschi dovette essere rivisto tenendo conto
della sua differenza di sesso. Olga e la sua delegazione parteciparono alla regolare cerimonia di
accoglienza, ma la principessa venne anche ricevuta dall’imperatrice Elena, moglie di Costantino settimo,
nei suoi appartamenti privati, e prese parte a una cena per sole donne, mentre gli uomini della sua
ambasceria (principalmente commercianti di pellicce e ambra) venivano intrattenuti dall’imperatore.
La distinzione tra riunioni maschili e femminili era consueta, e garantì all’imperatrice un ruolo
particolare di ospite. Nel corso della sua visita, Olga fu investita dell’altissimo titolo di zoste patrikia,
accompagnato da una speciale cintura simbolo del rango.
Così abbigliata, partecipò a un ricevimento maschile e femminile in cui si accomodò a fianco
della coppia imperiale e del giovane principe Romano II. Poiché la disposizione ai banchetti a corte era
estremamente significativa, ed era attribuito un grandissimo valore alla prossimità alla tavola
principale, questo speciale privilegio indicò che a Olga era stato concesso il più alto riconoscimento
possibile per uno straniero. Nonostante le disposizioni apparentemente immutabili nei banchetti
imperiali, le dispute su chi dovesse sedersi, e dove, erano inevitabili. Abbiamo visto come Liutprando
abbia percepito come un insulto rivolto al proprio sovrano Ottone I il fatto che i bulgari fossero stati
fatti accomodare in una posizione più rilevante rispetto a quella a lui riservata. Egli ricorda inoltre un
aneddoto su un banchetto, organizzato nel 945 allo scopo di assassinare Costantino settimo Porfirogenito.
L’ufficiale che avvertì Costantino della minaccia lo informò inoltre su come evitarla: quando fosse
cominciata la «di  sputa per l’onore della precedenza», il principe doveva battere su uno scudo,
segnalando così alle sue fedeli truppe macedoni di irrompere nella sala e di arrestare i traditori.
Anche diplomatici arabi e prigionieri di guerra raccontano simili vividi dettagli sulla vita della
corte imperiale. Harun ibn Yahya fornisce una descrizione affascinante del palazzo, in cui, in speciali
occasioni, i prigionieri musulmani venivano invitati a cenare, rassicurati da un araldo che «in queste
portate non si trova carne di maiale». Egli descrive le guardie - cristiani neri, cazari e turchi - con le
loro armi, quattro differenti prigioni, numerosi talismani (tra cui un cavallo con il suo cavaliere con
occhi di rubino), un organo, la cappella dell’imperatore, cortili con marmi, mosaici e affreschi, e mense
di legno, avorio e oro. Vicino alla chiesa di Santa Sofia notò anche l’orologio con ventiquattro piccole
porte, che si aprivano e chiudevano automaticamente per segnare le ore. Diede anche prova di un
particolare interesse per una cisterna da cui potevano essere fatti scorrere vino e miele lungo le statue in
cima alle colonne nei giorni di festa - statue come quella sulla colonna di Giustiniano.
Nell’Ippodromo Harun pensò che la Colonna Serpentina costituita di quattro serpenti di bronzo
intrecciati avesse la funzione di tenere lontani quelli veri, e descrisse anche altre statue cave di bronzo
dorato che rappresentavano persone, cavalli e bestie feroci. Osservò con sorpresa che l’imperatrice si
sedeva a fianco dell’imperatore per assistere alle corse di carri e di cavalli. Questa scena è raffigurata
negli affreschi che adornano la torre della cattedrale di Kiev, in cui la coppia è dipinta nell’atto di
assistere alle competizioni dell’ippodromo dal palco imperiale. Agli inizi del XV secolo Clavijo,
ambasciatore spagnolo, ricorda la stessa tradizione: l’imperatrice siede con l’imperatore
nell’ippodromo, mentre altre dame osservano i tornei da una galleria sopra l’entrata. Anche se nelle
corti di tutto il mondo medievale fu comune la presenza di giocolieri, ginnasti, lottatori, cantanti,
buffoni (spesso nani) e danzatori sia maschi che femmine, Bisanzio aveva alcuni propri passatempi
inconsueti: gli acrobati si esibivano sui cammelli e su corde tese tra le alte colonne dell’ippodromo. A
corte, cori di eunuchi dotati di voci destinate a restare per sempre infantili e organi d’oro e
d’argento suonati dagli Azzurri e dai Verdi, così come castagnette e lire, fornivano il divertimento musicale.
I racconti più dettagliati dell’attività della corte bizantina, della diplomazia e  dell’amministrazione sono costituiti dalle compilazioni di Costantino settimo Porfirogenito: il già citato
Libro delle cerimonie, un trattato Sul governo dell’impero, dedicato al figlio, e uno Sui temi. Questi
testi riflettono la necessità pratica di preparare Romanosecondoal suo ruolo imperiale, basandosi su una
lunga tradizione di guide all’arte di governo. I due ultimi trattati citati si occupano rispettivamente dei
territori e dei sovrani oltre i confini dell’impero, e delle regioni sotto il controllo bizantino, i temi.
Entrambi offrono molte informazioni geografiche relative alle diverse regioni, montagne, fiumi
e alle caratteristiche dei vari abitanti. Sul governo dell’impero si apre con una discussione riguardante i
peceneghi, considerati nemici pericolosi, «rapaci ed estremamente avidi di oggetti rari tra loro (...) e
senza vergogna nelle loro richieste di doni generosi». Come consiglia Costantino: «Quando un agente
imperiale si reca a Cherson in missione, egli deve immediatamente inviare in Patzinacia (la regione dei
peceneghi) degli ambasciatori, e richiedere ostaggi e una scorta, e al loro arrivo deve lasciare gli
ostaggi ben sorvegliati nella città di Cherson e recarsi quindi, con la sua scorta, fino in Patzinacia, e lì
eseguire i propri ordini». Queste informazioni pratiche sono illustrate da casi concreti: «Una volta,
quando il chierico Gabriele fu inviato per mandato imperiale dai turchi, e disse loro: ‘L’imperatore
dichiara che dovete partire ed espellere i peceneghi dalla loro sede’, (...) tutti i capi dei turchi urlarono
all’unisono: "Non ci metteremo all’inseguimento dei peceneghi; infatti non possiamo affrontarli,
poiché la loro regione è grande e il loro popolo numeroso, ed essi sono figli del demonio"».
In questa sezione dedicata ai vicini settentrionali di Bisanzio, Costantino fornisce una
descrizione dettagliata del modo in cui la popolazione di Novgorod, Smolensk e altre città della Russia
si riuniva a Kiev e discendeva il fiume Dnepr fino alla Crimea, e da lì   attraverso il mar Nero fino a
Costantinopoli. Egli descrive le sette rapide o cataratte del basso Dnepr, e il modo per affrontarle.
Nella prima, detta Essoupi, che significa «Non dormire!», la corrente si infrange in mezzo alle
rocce «con un grandioso e terrificante boato». Per suggerirne le proporzioni, egli sostiene che tale
cataratta sia stretta quanto il campo di polo di Costantinopoli. Qui i russi sbarcano i passeggeri e
guidano a piedi le barche attorno alle rocce in mezzo al fiume, indirizzandole con dei pali: «Al quarto
sbarramento, il più grosso, detto in russo Aeifor, e Neasit in slavonico, poiché i pellicani fanno il nido
tra le sue rocce, (...) tutti scendono a terra. Essi conducono gli schiavi incatenati sulla terra per sei
miglia, finché lo sbarramento non è stato superato. Quindi, in parte trascinando le proprie barche, in
parte portandosele in spalla, raggiungono con esse il lato opposto.
Proseguono poi fino al settimo sbarramento e fino a Krarion, dove c’è un guado ampio come
l’ippodromo e profondo come un tiro di freccia, se lanciata dalla superficie fino al fondale. Qui è "dove
i peceneghi scendono ad attaccare i russi"».
Costantino raccolse questo centone di consigli pratici e politici da fonti più antiche, che
abbracciavano la storia delle relazioni di Bisanzio con tutti i suoi vicini. Anche se alcune informazioni
non erano aggiornate, le genealogie che l’autore fornisce del profeta Maometto, della dinastia
Bagratide regnante in Georgia e Armenia, e dei franchi in Occidente argomentano e approfondiscono
importanti sviluppi storici. Egli dimostra, ad esempio, il motivo per cui i croati rimasero indipendenti
dai bulgari: «Fin dall’inizio, vale a dire fin dal regno dell’imperatore Eraclio, il principe di Croazia è
stato un servo e un suddito dell’imperatore dei romani, e non fu mai soggetto al principe di Bulgaria».
Oltre a queste opere per il figlio, Costantino descrisse così un’altra delle sue fatiche: «La ricerca
storica si è fatta oscura e incerta, sia per la scarsità di libri utili, sia perché la grande quantità di
testimonianze scritte ha suscitato paura e smarrimento.
Questo è il motivo per cui Costantino, nato nella porpora (vedi capitolo 17), il più ortodosso e
cristiano di tutti gli imperatori che hanno mai regnato (...) considerò come fosse la cosa migliore (...)
prima di tutto condurre una ricerca approfondita e radunare da tutti gli angoli dell'oikoumene
libri di ogni tipo, pieni di svariate e diverse conoscenze». Il risultato fu un’enorme enciclopedia in
cinquantatré libri «comprendente tutte le grandi lezioni della storia» e divisa secondo argomenti come
la strategia militare, la caccia e il matrimonio. Solo tre di questi volumi sono sopravvissuti: il primo,
sull’elezione degli imperatori; il ventiduesimo, sulle ambascerie, largamente ispirato all’opera di un
certo Giovanni d’Antiochia, e il cinquantesimo sui vizi e le virtù. Altri progetti dello stesso tenore si
sono fortunatamente conservati intatti: un lessico completo di nomi e termini greci detto Suda, e
un’edizione rivista dell’antologia tardoantica di epigrammi greci, che riserva inizialmente un posto
d’onore alle iscrizioni cristiane, ma che riporta anche i versi omoerotici più indecenti.
Queste grandi enciclopedie raccolsero le esperienze storiche del passato in un movimento che
gli storici moderni hanno definito come «rinascenza». L’interesse per il passato non evitò, però, che
Costantino distorcesse la verità dei fatti, come dimostra la Vita di Basilio, una descrizione dell’ascesa
al potere del nonno da lui commissionata. Come abbiamo visto, Basilio I divenne imperatore grazie
all’assassinio del suo predecessore Michele terzo. Costantino insistette nell’interpretare questo evento
come qualcosa che salvò Bisanzio da un ubriaco, e volle sottolineare tutti gli aspetti irriverenti e folli
del regno di Michele. Basilio primo potè quindi essere ritratto sotto una luce favorevole come il fondatore della dinastia Macedone, ormai alla sua terza generazione sotto l’orgogliosa guida di Costantino.
«Macedone» divenne inoltre il termine associato a questa «rinascenza» della sapienza antica.
I cerimoniali di corte documentati da Costantino settimo rimasero in uso per secoli, e furono
trasferiti al palazzo delle Blacheme quando Alessio primo Comneno (1081-1118) vi trasferì la sua corte.
Dopo il 1204, durante l’occupazione latina di Costantinopoli, tutti i centri che rivendicavano di
rappresentare Bisanzio adattarono tali cerimonie alle proprie corti e nel 1261, quando Michele ottavo Paleologo fece il suo ingresso a piedi nella capitale, egli os  servò il cerimoniale appropriato per un
imperatore vittorioso che tornava in trionfo.
Per certi aspetti il testo più curioso relativo alle cerimonie di corte è di epoca tardo-bizantina, il
Trattato sulle dignità e sugli uffici, di un autore anonimo noto come Pseudo-Kodinos. L’opera
documenta il perdurare di titoli, costumi e regalie fin nel quattordicesimo secolo inoltrato, quando sia l’impero che
la corte erano solo un’ombra della loro antica potenza. Nel ritratto musivo del monastero di Chora che
lo rappresenta, Teodoro Metochites, primo ministro dell’impero, è raffigurato con indosso un caffetano
e un turbante, che riflettono l’influenza turca sui costumi della corte in questo periodo. Così, anche
durante gli ultimi anni dell’impero non solo si riscontrano le stesse cariche, assieme con la roga, la
pensione annuale, che aveva reso così desiderabili alcuni uffici, ma i titoli onorifici sono addirittura
grossolanamente inflazionati, e i singoli individui lottano per ottenerli come mai prima d’allora.
Nel corso del breve regno dell’ultimo sovrano di Bisanzio, Costantino undicesimo (1448-53), il
megaduca Luca Notaras tentò di ottenere due importanti cariche per i propri figli, sostenendo con
involuta ossequiosità: «Vostra Maestà ha nominato il figlio dei Cantacuzeni stratopedarca per richiesta
di vostro fratello, il despota, a causa della sua parentela matrimoniale, e poiché suo padre fu
protostrator. Se concedete a Franze una carica così importante, superiore a quella di gran stratopedarca,
cosa accadrà? Ma se vostra Maestà desidera, ricompensatelo con l’incarico di gran primicerio, che lo
segue nella gerarchia».
A quel punto non poteva certo avere molta importanza in termini finanziari se un ufficiale era
protostrator o gran stratopedarca-. ma i cortigiani continuavano a battersi per ottenere le cariche più
prestigiose, ai vertici della gerarchia. L’imperatore si trovò in imbarazzo, poiché desiderava
ricompensare altri ufficiali, più meritevoli dei figli di Notaras. Nel frattempo i turchi circondavano la
città e avvicinavano il loro nuovo gigantesco cannone, che ne avrebbe abbattuto le mura.

Capitolo 17.
I FIGLI DELL’IMPERO, «NATI NELLA PORPORA».
Nel 1044 i bizantini insorsero contro l’amante di Costantino nono, Maria Skleraina, chiedendo di
vedere la vera imperatrice: «Non vogliamo la Skleraina come imperatrice. Non vogliamo che essa
provochi la morte delle nostre madri, le porfirogenite Zoe e Teodora».
Giovanni Scilitze, Cronaca, undicesimo secolo
L’espressione «nato nella porpora» (in greco porfirogenitó) deriva dalla porphyra, la speciale
stanza decorata in porfido, una pietra color porpora, o rivestita di drappi purpurei, che fu costruita nel
Gran Palazzo prima del 750. In quell’anno Irene, la principessa cazara divenuta la prima moglie di
Costantino V, diede alla luce un figlio maschio, chiamato Leone in onore del nonno paterno. Questi fu
successivamente identificato sia come «il Cazaro», sia come Porfirogenito; fu il primo imperatore a
nascere nella stanza di porpora. Questo ambiente del tutto particolare era stato ideato dall’imperatore
iconoclasta, responsabile inoltre della costruzione della chiesa della Vergine del Faro all’interno del
complesso palaziale: esso divenne il luogo in cui le imperatrici davano alla luce i propri figli, che
assunsero così l’epiteto di «nati nella porpora». Fu un espediente creativo, che introdusse un nuovo
titolo al fine di legittimare l’autorità imperiale.
In epoca romana «nato nella porpora» era un termine usato comunemente per indicare i figli
degli imperatori, che potevano essere perfino avvolti in fasce bordate di color porpora. La costosa
tintura ricavata dal piccolo mollusco venne impiegata per   accrescere la dignità imperiale. Come
abbiamo visto, i sovrani bizantini e le loro famiglie furono gli unici a utilizzare abiti di seta purpurea, e
li sfruttarono, nell’ambito dei loro rapporti diplomatici, come doni, che vennero particolarmente
apprezzati all’estero. Anche un sarcofago di porfido, la pietra purpurea estratta da un’unica miniera
egiziana, era riservato ai sovrani.
Che la porphyra fosse concepita o meno per garantire la legittimità dei porfirogeniti, Costantino
quintocomprese il ruolo importante che essa poteva giocare nel consolidare il dominio dinastico a Bisanzio.
Sua moglie Irene, donna giovanissima portata a Costantinopoli per rafforzare un’alleanza politica,
sembra non aver avuto figli fino alla nascita di Leone. Il lieto evento fu celebrato, e Leone fu
incoronato coimperatore l’anno successivo. Sia la costruzione della porphyra sia l’incoronazione del
figlio primogenito, testimoniano la determinazione di Costantino nell’assicurare continuità alla propria
dinastia. Nonostante successivamente abbia avuto molti altri figli dalla terza moglie e li abbia innalzati
fino a cariche eminenti, Costantino considerò sempre Leone come proprio erede.
Enfatizzando la legittimità imperiale indicata dalla nuova qualifica di «nato nella porpora»,
Costantino desiderava rendere ereditaria la sovranità. Distaccandosi dal principio elettivo romano, in
cui il Senato e l’esercito giocavano entrambi un ruolo determinante, egli tentò di imporre il principio
dell’ereditarietà dinastica e della trasmissione del potere di padre in figlio. L’uso della stanza purpurea,
che contribuì ad affermare questo nuovo metodo di designazione dell’erede al trono, indebolì di
conseguenza il ruolo dell’aristocrazia senatoria e dei generali. Altri sovrani come Eraclio avevano già
lottato per il mantenimento della propria famiglia al potere, mentre per chi fosse rimasto senza eredi i
molti metodi di adozione di un successore erano noti da tempo. Nel lungo periodo di transizione
dall’antichità al Medioevo, tuttavia, questo momento è cruciale. La sala speciale destinata al parto
all’interno del complesso palaziale aiutò Costantino quintoa risolvere il problema costituito da chi sfidava
il do  minio della sua famiglia. Da quel momento, egli volle che solo un porfirogenito venisse
considerato degno di governare Bisanzio.
Naturalmente tali sviluppi non scoraggiarono del tutto usurpatori e rivali, che continuarono a
cercare di impadronirsi del potere. La porphyra fu anche utilizzata per altri scopi, ad esempio quando
l’imperatrice Irene ordinò l’accecamento del figlio Costantino sesto nella stessa stanza in cui era nato. Più
tardi, le imperatrici se ne servirono per la distribuzione di doni alle donne aristocratiche in occasione
delle feste pagane dei Brumalia. Ma nel corso di una crisi che si manifestò agli inizi del decimo secolo,
possiamo osservare l’imperatore regnante usarla nuovamente in modo consapevole per rafforzare le
proprie ambizioni dinastiche.
Il sovrano in questione, Leone sesto, soprannominato il Filosofo (886-912), si sposò tre volte, ma
ebbe la sfortuna di perdere tutte le proprie mogli. La prima, Teofano, pia e devota, visse ritirata dal
mondo, non certo come un’attiva sovrana; dopo la sua morte l’imperatore ne celebrò la vita in affreschi
eseguiti nel Gran Palazzo, per poi sposare la propria amante, Zoe Zaoutze, che morì a sua volta senza
generare un legittimo erede. Per sposarsi una terza volta l’imperatore dovette sottoporsi a una dura
penitenza, dal momento che la Chiesa aveva regole molto chiare nei confronti dell’istituzione del
matrimonio cristiano. Il secondo matrimonio era ad esempio possibile solo nel caso in cui dal primo
non fosse nato alcun figlio; il terzo veniva considerato inammissibile. Dopo la penitenza, tuttavia,
Leone potè insediare Eudocia Baiane come sua terza imperatrice, ma anch’essa morì, di parto, assieme
al suo bambino nel 901. Questo pose l’imperatore in una situazione estremamente difficile, per la
mancanza di un figlio ed erede che gli succedesse sul trono. Il patriarca Nicola I Mistico gli ricordò la
legge canonica, secondo cui «contrarre il quarto matrimonio è atto ferino, adatto solo agli animali
inferiori».
L’imperatore visse allora con l’amante Zoe Karbounopsina (Zoe dagli occhi neri), finché non fu
pronta per il parto, quando Leone la fece trasportare nella porphyra, dove il tanto desiderato erede
nacque nel maggio del 905. La tradizione richiedeva che il bimbo fosse chiamato Basilio, in onore del
nonno paterno (Basilio
I), ma Leone decise di chiamare il porfirogenito Costantino, in memoria di tutti i precedenti
imperatori che avevano portato tale nome, da Costantino I, fondatore dell’impero cristiano e della sua
capitale. Di fronte alla decisa opposizione del patriarca Nicola ad accettare il ruolo di Zoe
Karbounopsina, il bambino venne battezzato solo dopo che Leone acconsentì ad abbandonare la propria
amante e a farla ritirare in convento. Costantino fu così riconosciuto come figlio di Leone, che fece
subito tornare Zoe a palazzo e corruppe un sacerdote convincendolo a celebrare il loro matrimonio. Il
patriarca Nicola, furioso, punì la flagrante violazione del diritto canonico allontanando Leone dalla
Chiesa per quasi un anno.
Alla fine venne raggiunto un compromesso, e nel Tomo di unione Nicola stabilì che non
sarebbe stato mai più permesso un altro quarto matrimonio. Costantino, accettato come erede di suo
padre, divenne il più famoso dei «nati nella porpora», perennemente identificato con il soprannome di
«Porfirogenito» proprio per enfatizzarne la legittimità. Ma nemmeno questo assicurò la pacifica
trasmissione del potere alla morte di Leone nel 912. Dopo un breve regno di soli tredici mesi, il fratello
di Leone, Alessandro, morì: la corona passò allora al piccolo Costantino, che aveva solo otto anni. Nel
913 il consiglio di reggenza includeva sua madre Zoe e il patriarca Nicola, che restava, com’è
comprensibile, assai ostile. Sei anni dopo, col pretesto di proteggere l’eredità di Costantino, Romano
Lecapeno, grande ammiraglio della flotta, prese il potere e regnò dal 920 al 944, chiamando i propri
figli a rivestire le cariche più prestigiose. Sebbene nominalmente imperatore fin dal 913, Costantino
riuscì ad avere la meglio sulla famiglia dei Lecapeni solo nel 945: il prestigio della porpora che lo
circondava lo aveva sostenuto e protetto per ventisei anni; in seguito, governò da solo fino al 959. Fu
studioso e pittore, patrono di orafi, miniatori e altri artigiani, e incoraggiò la rinascita delle arti
utilizzando spesso temi della mitologia antica.
In quegli anni il valore speciale del termine «porfirogenito» venne riconosciuto anche in
Occidente, e questa consapevolezza provocò regolarmente pressioni diplomatiche per concludere
al  leanze matrimoniali che coinvolgessero spose davvero «imperiali». Come abbiamo visto,
Costantino settimo Porfirogenito respinse senza ripensamenti tali proposte, trattando così anche le
principesse bizantine come qualcosa di simile alle insegne imperiali o al fuoco greco. Nel corso della
lotta sostenuta per affermare il proprio diritto alla successione imperiale, Costantino aveva sviluppato
un’altissima concezione di cosa significasse essere nati nella porpora. Egli condannò Leone terzo per aver
scelto una principessa cazara per suo figlio, azione che aveva portato «grande vergogna all’impero dei
romani», e Romano I per aver permesso alla nipote Maria Lecapena di sposare Pietro di Bulgaria. In
relazione a tale matrimonio inappropriato, Costantino tratteggiò così Romano: «Un tipo comune,
illetterato (...), nemmeno di stirpe nobile o imperiale, e per tale ragione nella maggioranza delle sue
azioni troppo arrogante e dispotico (...); e poiché fece ciò (il matrimonio) in modo contrario al canone,
alla tradizione ecclesiastica e agli ordini e disposizioni del grande e sacro imperatore Costantino sesto),
egli fu molto schernito, denigrato e odiato dal consiglio dei senatori, dalla gente comune e dalla Chiesa
stessa».
Nonostante questo sprezzante giudizio su Romano I, il figlio maggiore di Costantino fu
chiamato Romano in onore del nonno, secondo l’uso, e sposò Berta, una principessa occidentale. Nel
suo libro di consigli Sul governo dell’impero, Costantino si sforza di sottolineare la fama degli antenati
di Berta: il padre, il re Ugo, «era della stirpe del grande Carlo, uomo molto celebrato in canti e storie, e
autore di gesta eroiche in guerra. Questo Carlo era stato il solo sovrano di tutti i regni (occidentali),
regnando come un imperatore nella grande Francia (...) Berta, che giunse a Costantinopoli e venne
unita in matrimonio a Romano, il figlio nato nella porpora di Costantino, il sovrano amante di Cristo, fu
chiamata così in onore della nonna - mi riferisco alla grande Berta - e lei, la giovane Berta, lo cambiò
poi in Eudocia in onore della nonna e sorella di Costantino, il sovrano amante di Cristo». Ma Eudocia
morì poco dopo le nozze e Romano secondo (959-963) scelse come seconda moglie una fanciulla che, si diceva, era figlia di un oste.
Nonostante il loro titolo, molti porfirogeniti furono destinati a   subire la stessa sorte di
Costantino settimo. Il nipote, Basilio secondo, ereditò il potere molto giovane, nel 963, ma conquistò la piena
autorità imperiale solo nel 976. Durante i primi decenni del suo regno le famiglie Foca e Sclero lo
sfidarono, mentre Basilio Lecapeno, il parakoimomenos - principale eunuco e ciambellano - esercitava
una profonda influenza sulla sua condotta. Nel 987, mentre lottava per domare una rivolta, Basilio II
ottenne l’aiuto militare di Vladimir di Kiev, che tuttavia gli costò caro. Il giovane imperatore fu infatti
costretto a promettere che sua sorella Anna avrebbe sposato il principe russo; in cambio, Vladimir si
impegnò ad accettare il battesimo e favorire la conversione dei suoi sudditi.
Il susseguirsi degli eventi è molto discusso, ma l’esito finale è chiaro: Anna, porfirogenita,
divenne moglie di Vladimir e regnò con lui alla sua corte di Kiev, che a sua volta adottò molte usanze
bizantine. I numerosi chierici che la accompagnarono da Costantinopoli imposero le pratiche ortodosse,
incoraggiarono il monachesimo e promossero la cultura bizantina. Nonostante Costantino settimo fosse
contrario a permettere che delle principesse porfirogenite venissero date in sposa a stranieri, esse
potevano essere, come in effetti furono, utilizzate per concludere alleanze, mentre anche numerosi
principi bizantini si univano a mogli occidentali.
Gli esempi più eclatanti di porfirogenite che superarono tutte le difficoltà e riuscirono a
realizzare le proprie aspirazioni al potere supremo sono tuttavia Zoe e Teodora, di cui Basilio secondo era zio.
Dal momento che Basilio stesso non si era mai sposato, le due sorelle divennero le ultime eredi
della dinastia macedone fondata da Basilio primo. Sembra incredibile che né Basilio secondo né suo fratello
Costantino ottavo, loro padre, siano mai riusciti ad assicurare continuità alla dinastia trovando un marito
degno del loro rango: Zoe, considerata di grande bellezza, venne promessa al giovane principe sassone
Ottone terzo, per metà bizantino, ma giunse in Italia nel 1002, in tempo solo per apprendere la sua prematura scomparsa.
Nel 1028, quando Costantino ottavo capì di essere in punto di morte, Zoe fu costretta a sposare un
anziano generale, che divenne imperatore con il nome di Romano terzo Argyros (1028-34), ma non
ebbero figli. Dopo la morte del primo marito, Zoe fu la respon  sabile dell’ascesa al trono di altri tre
uomini di sua scelta: Michele quarto (1034-42), il secondo marito; Michele quinto(nipote di un potente eunuco
di corte, che Zoe adottò come proprio figlio e che governò brevemente dal 1041 al 1042); Costantino
nono Monomaco (104255), il terzo marito. Michele quarto si ritirò in un monastero; Michele quintotentò invece
di usurpare il potere imperiale costringendo Zoe all’esilio in un convento. Questa sua prova di forza
provocò la ribellione degli abitanti di Costantinopoli; egli venne accecato, e le due sorelle porfirogenite
ripresero il potere - un esito che dimostra la convinzione, diffusa almeno nella capitale, che Zoe e
Teodora fossero le uniche eredi legittime della dinastia Macedone.
Con il beneplacito di Zoe, Costantino nono insediò la propria amante Maria Skleraina nel Gran
Palazzo, in una stanza di fronte alla camera da letto imperiale. Egli la elevò a un rango di grande onore,
ma l’opposizione popolare gli impedì di attribuirle ufficialmente il titolo di imperatrice. Nonostante i
suoi tre matrimoni, nessuno dei mariti di Zoe le diede il tanto desiderato figlio, e la porfirogenita morì
nel 1050 lasciando il potere a Costantino nono.
Questi promosse un’altra concubina a posizioni prestigiose, chiamandola, in privato,
imperatrice; ma in pubblico la sola donna cui era permesso di utilizzare tale titolo rimase l’altra
porfirogenita, Teodora. Quando venne avvertita della morte imminente di Costantino nono, Teodora tornò
in città per rivendicare il potere, ottenendo l’appoggio della guardia imperiale. Psello, uno dei maggiori
intellettuali e letterati bizantini e storico dell’undicesimo secolo, scrive che «alcuni fattori resero di fatto
potentissima la sua influenza presso di loro (gli uomini della guardia imperiale): il fatto che fosse "nata
nella porpora", il suo carattere gentile, le tristi circostanze della sua vita passata». Nonostante il periodo
di reclusione forzata, essa «assunse le responsabilità proprie di un uomo», e governò da sola come se
avesse finalmente realizzato la sua vocazione imperiale.
Sebbene le sorelle porfirogenite avessero affermato con successo il loro diritto a governare, la
dinastia Macedone finì con la morte di Teodora nel 1056. La famiglia Doukas cercò di utilizzare la
porphyra al fine di insediare una propria linea ereditaria, ma vi   riuscì solo grazie all’alleanza con la
casata dei Comneni, che si impadronì del potere nel 1081. Alessio I Comneno e la moglie Irene
Doukaina generarono nove figli, tutti nati nella porphyra, e la maggiore, Anna Comnena, fondò proprio
su questo fatto la sua alta concezione della propria autorità. Sebbene Anna fosse convinta che, come
primogenita, avrebbe avuto maggiori possibilità di impadronirsi del trono, fu il fratello minore
Giovannisecondoa essere incoronato imperatore alla morte del padre; successivamente, il titolo fu assunto da
suo figlio Manuele. L’ultimo dei Comneni porfirogeniti a essere acclamato sovrano, Alessio II
(1180-82), venne spodestato dallo zio Andronico I (1182-85) e ucciso. Quindi, sebbene la porphyra
avesse favorito l’affermazione della dinastia dei Comneni, non riuscì ad assicurare la successione del
giovane principe.
Come abbiamo visto, se un porfirogenito non aveva l’età adatta a governare da solo, altri
potevano usurpare il potere connesso a tale attributo. Le imperatrici-madri, come Teodora nell’843 e
Zoe Karbounopsina nel 913, svolsero le funzioni di reggenti per i figli, seguendo l’esempio di Irene. In
circostanze difficili, eunuchi ambiziosi come Basilio Lecapeno o Giovanni l’Orfanotrofo, zio di
Michele V, si dichiararono protettori del porfirogenito. Eppure il popolo di Costantinopoli - e
probabilmente di molte altre regioni dell’impero - dimostrò una profonda lealtà verso coloro che si
fregiavano dell’epiteto di «nato nella porpora», e spesso intervenne in loro soccorso contro i rivali. Il
prestigio duraturo del termine è testimoniato dal fatto che dopo il 1204 esso fu rivendicato dai membri
della famiglia Lascaris, casa regnante dell’impero in esilio a Nicea, nonostante i suoi membri non
potessero aver visto la luce nella sala porphyra del palazzo di Costantinopoli.
«Porfirogenito» andò quindi ad aggiungersi alla lunga serie di titoli che distinguevano gli
imperatori, e fu utilizzato dalla dinastia dei Paleologhi fino al 1453. La semplice invenzione di una
stanza da parto purpurea che garantiva la legittima autorità imperiale si mantenne per settecento anni e
procurò un vantaggio effettivo a quattro famiglie di sovrani bizantini. Nessun altro impero elaborò un
meccanismo così semplice e inoppugnabile.

Capitolo 18.
IL MONTE ATHOS.
Ho appreso per esperienza che è giusto e benefico (...) per tutti i fratelli vivere in comune. Tutti
insieme devono tendere allo stesso obiettivo, la salvezza (...) Nella loro vita comune, essi formano un
unico cuore, un desiderio, una volontà e un corpo, come prescrive l’apostolo.
Sant’Atanasio, Typikon, 973-975
Il promontorio dell’Athos è il braccio orientale della penisola Calcidica, collegato all’entroterra
greco da uno stretto istmo. Si protende per quarantacinque chilometri nell’Egeo settentrionale,
innalzandosi vertiginosamente dal mare; boscoso e relativamente inaccessibile, culmina in una
montagna di oltre 2000 metri d’altezza. Molto prima della costruzione dei primi monasteri, questa
stretta striscia di terra fu scelta da eremiti che cercavano rifugio dal mondo in luoghi remoti e disabitati.
Come altre aree inospitali della Bitinia, nell’Asia Minore occidentale, anche la regione dell’Athos
venne considerata un equivalente degli aridi deserti dove si erano ritirati i primi monaci. Nutriti dagli
scritti e dai brevi insegnamenti (apophthegmata) dei primi padri del deserto, gli eremiti del monte
Athos adattarono i precetti del quarto e del quintosecolo a un nuovo ambiente. Nel corso di tale processo,
l’esperienza dell’esilio vissuta dai monaci iconofili può aver creato nuove opportunità: a seguito della
ripresa dell’iconoclastia, nell’815, quando l’igumeno Teodoro del monastero di Studio a Costantinopoli
venne bandito dalla capitale, lui e alcuni suoi discepoli trascorsero un certo periodo a Tessalonica, non
lontano dalla penisola athonita.
Il monte Athos divenne ben presto una celebre montagna sacra, abitata da monaci che non
permettevano a nessun essere di sesso femminile di violare i confini del loro ritiro. La loro fama è
fondata su tradizioni di vita spirituale che risalgono alle origini del cristianesimo. Dai primi centri
monastici in Egitto, Palestina e Siria, che produssero scritti riguardanti la vita monastica, guide pratiche
allo sviluppo spirituale, racconti di avventure ascetiche, preghiere e inni, i monaci bizantini trassero
sempre grande ispirazione. Ogni generazione aggiunse i propri commenti a queste fonti, e sviluppò
nuovi testi sulla disciplina monastica e nuovi modi di organizzare le comunità. Si raggiunsero così
soluzioni diverse: dai santi uomini che vivevano in totale isolamento agli eremiti che vivevano in libere
congregazioni (lavra), fino ai gruppi che avevano scelto la vita in comune (koinos bios, da cui
koimobion, «cenobio», uno dei sinonimi di monastero). Quest’ultimo fu il tipo di organizzazione che
divenne dominante sul monte Athos durante il Medioevo.
Le comunità del monte Athos si ispirarono alle antiche tradizioni cristiane del Vicino Oriente,
ma gradualmente svilupparono un tipo differente di «montagna santa», con la propria costituzione. Fin
dagli albori, forse già all’epoca della controversia iconoclasta, fu prevista l’esistenza di comunità
autosufficienti che vivevano secondo le regole dettate dai loro fondatori. Gli imperatori bizantini
dimostrarono spesso la loro benevolenza nei confronti del monte Athos; alcuni vi divennero addirittura
monaci.
Anche dopo la caduta di Bisanzio nel 1453, il monte continuò a dare linfa e nutrimento alla vita
monastica sotto l’occupazione ottomana, assistito dagli stati ortodossi, compreso l’impero russo.
Nel 1924 l’indipendenza della montagna sacra nell’ambito del moderno stato greco venne
riconosciuta con il trattato del monte Athos.
Sebbene le prime testimonianze di vita monastica cristiana facciano riferimento a molte regole
diverse, da quella attribuita a Pacomio agli insegnamenti tratti dalla Vita di Antonio, alle risposte di san
Basilio alle domande postegli (nelle cosiddette Regole lunghe e Regole brevi), nessun testo si impose
in modo   esclusivo nei monasteri del Mediterraneo orientale. In contrasto con la regola di san
Benedetto, che ispirò un particolare ordine di monaci in Occidente, ogni monastero stabilì le proprie
norme, e i singoli asceti continuarono a perseguire la vita eremitica a modo loro. L’impressionante
tradizione degli stiliti del quinto e sesto secolo ispirò seguaci fino all’undicesimo secolo sul monte Galesio in Asia
Minore e nella Grecia continentale, ma non sull’Athos. Gruppi sparsi di eremiti potevano riunirsi la
domenica per partecipare alla liturgia e successivamente tornare alle proprie celle isolate, estendendo
così il modello della lavra siriana o palestinese. Le conquiste islamiche del settimo secolo spinsero molti
monaci a fuggire dai loro luoghi d’origine, trovando un ambiente ben più ospitale a Bisanzio, in Italia
(in particolare a Roma) e in Asia Minore (sulle montagne della Cappadocia e della Bitinia). Lavorando
sui testi che insegnavano come controllare le pulsioni e le esigenze corporali attraverso gli esercizi
spirituali, essi attirarono con il loro esempio nuovi seguaci. Per quei monaci e quelle monache che
adoravano le icone, la persecuzione iconoclasta non fu soltanto un ulteriore motivo di turbamento, ma
incoraggiò la stessa venerazione privata delle immagini, che dovevano essere tenute nascoste. Per chi
sostenne il movimento di riforma religiosa, l’appoggio dell’iconoclastia portò i suoi frutti, tra cui la
possibilità di utilizzare gli edifici da cui gli iconofili erano stati cacciati. Il periodo di persecuzione
attiva generò così una considerevole mobilità, che rafforzò l’antico uso di spostarsi continuamente da
un centro all’altro, tipico dei monaci che avevano abbracciato una vita di totale povertà e che
viaggiavano confidando nella carità cristiana. Questa rimase una delle caratteristiche del monachesimo
bizantino, che permise ai suoi membri di effettuare pellegrinaggi verso cenobi particolarmente venerati
o visitare le proprie guide spirituali. A
Bisanzio, il principio occidentale della permanenza in un unico luogo fu applicato più spesso
alle monache che ai monaci.
Nonostante si attribuisca ai monaci dell’Athos un ruolo fondamentale nel Trionfo
dell’ortodossia dell’843, non è chiaro chi essi fossero davvero. I membri della comunità di Studio e
altri gruppi ebbero un ruolo più importante nell’abbandono dell’iconoclastia   da parte di Teodora. La
vita monastica sull’Athos si sviluppò lentamente, a partire da singoli eremiti dispersi sul territorio, fino
alle comunità stabili che vivevano in edifici costruiti appositamente. Il principio cenobitico della vita in
comune emerse solo gradualmente, e fu promosso da fondatori come Eutimio il Giovane, che visitò
l’Athos per la prima volta nell’859. Undici anni più tardi lo stesso santo trasformò una chiesa diroccata
a Peristerai, nei pressi di Tessalonica, in un monastero dedicato a sant’Andrea.
Già nell’883 un’altra comunità si era stabilita a Kolobou, nei pressi della sede episcopale di
Hierissos, ma non ancora sulla penisola. Sebbene molte figure leggendarie appaiano nella storia del
monachesimo sulla Montagna Santa, il monaco Eustazio, nominato in un documento dell’894, fu
certamente una figura storica. Egli svolse la funzione di padre spirituale di una vedova, Gregoria, che
decise di vendere i propri possedimenti alla sua comunità monastica. Con l’approvazione dei figli, la
donna trattenne solo la terra promessa a un suo schiavo, che doveva essere liberato alla sua morte.
Come clausola di quest’accordo, i monaci avrebbero dovuto recitare preghiere per l’anima della donna.
La testimonianza di questa vendita rivela quindi uno dei modi principali in cui i monasteri dell’Athos
iniziarono a prosperare.
Per creare un monastero, gli eremiti dovevano cominciare con la costruzione di una chiesa,
dove potessero celebrare la liturgia.
Normalmente il fondatore svolgeva un ruolo determinante in tale attività. Successivamente, si
sarebbero aggiunte celle per i monaci, un refettorio dove potessero mangiare assieme, locali di servizio
per cucine, lavanderia, scorte di medicinali (ricavati in gran parte dalle erbe dell’orto) e magazzini. Il
fondatore regolava la vita del nuovo monastero con un documento (typikon), spesso basato su altri già
esistenti, come quello stilato per il monastero di Studio a Costantinopoli da san Teodoro alla fine
dell’ottavo secolo, che fu spesso copiato. Il typikon poteva includere citazioni tratte da testi della prima
età cristiana, in particolare dalle Regole brevi e dalle Regole lunghe di san Basilio, da raccolte di
canoni ecclesiastici e da consigli di uomini santi. Questi documenti rappresentano una
sistematizzazione della teologia cristiana del monache  simo. Ciascuno di essi specifica la routine da
seguire: l’ora in cui i monaci devono celebrare la liturgia, il lavoro nei campi, i casi in cui è permesso
prendere a prestito libri della biblioteca, così come i cibi consentiti e gli indumenti da indossare. Poiché
i documenti possiedono molti punti in comune, è facile dedurre che gli usi monastici fossero alquanto
uniformi. La menzione di un’infermeria in cui i monaci malati o anziani potevano essere curati, di una
sorta di prigione, in cui i colpevoli di gravi peccati potevano essere segregati e costretti a seguire una
dieta a base di pane e acqua, e della presenza di celle separate abitate da quei monaci che desideravano
praticare la devozione solitaria riflette le preoccupazioni e gli interessi personali di ciascun fondatore.
Poteva anche esserci un ossario per le reliquie dei monaci, che venivano trasferite dai cimiteri con la
dovuta reverenza. Questa pratica fu introdotta nel monastero di Santa Caterina sul monte Sinai, dove i
turisti oggigiorno possono ammirare i teschi e le ossa di centinaia di quelli che furono i membri della
comunità. Qualsiasi fossero le variazioni da monastero a monastero, ogni monaco professava gli stessi
voti fondamentali di castità perpetua, povertà e obbedienza al proprio abate. La cerimonia formale
d’ammissione prevedeva un simbolico taglio dei capelli, anche se successivamente i monaci ortodossi
li lasciavano crescere liberamente. Anche se si potevano sempre identificare per le loro vesti nere, non
si ebbe mai la tonsura circolare caratteristica dell’Occidente.
Poiché la penisola dell’Athos è montuosa e inadatta alla coltivazione dei cereali, i monaci
avevano bisogno di donazioni di terre nelle aree circostanti, che potessero fornire loro i necessari
rifornimenti di viveri. Di qui le strette relazioni con la popolazione della zona, che sosteneva i
monasteri con i suoi doni ricevendone in cambio guida e assistenza spirituale. Le dinamiche del
reclutamento si svilupparono a partire da questa integrazione a livello locale, che a sua volta diffuse la
fama dei nuovi monasteri attirando uomini da più lontano. Man mano che le comunità aumentavano i
loro patrimoni creavano una possibilità per le famiglie ricche e numerose di investire nella vita
spirituale: uno dei figli sarebbe stato destinato alla vita cenobitica, un altro a   quella militare, il più
giovane poteva diventare eunuco ed essere inviato con una sorella alla corte imperiale.
I benefattori secolari desideravano essere ricordati nelle preghiere per la salvezza delle loro
anime. Fin dai primi anni di storia dell’Athos, gli imperatori cercarono di stabilire un contatto con i
monaci per la stessa ragione. Nell’883 Basilio I promulgò un editto imperiale per proteggerli
dall’invadenza dei pastori della zona, che tentavano di far sconfinare le loro greggi nei terreni della
penisola. Romano I Lecapeno offrì ai monaci atoniti una pensione annuale, fissando anche i confini a
Hierissos nel 941942. Circa quattordici anni più tardi esisteva ormai il primo monastero con un proprio
nome, Xeropotamou, letteralmente «fiume secco». La sua fondazione era attribuita a Paolo
Xeropotamites, cui un laico di nome Giovanni fece una donazione nel 956.
Appena divenuto imperatore nel 963, Niceforo Foca effettuò a sua volta ingenti donazioni al
monastero di Lavra, assegnandogli una rendita annuale di 244 monete d’oro e provviste di cereali che
ne permisero il rapido sviluppo.
La storia di questo monastero, che divenne poi noto come la Grande Lavra, è narrata in due
versioni della Vita di sant’Atanasio. Questi nacque a Trebisonda sul mar Nero nel 925, e divenne
insegnante a Costantinopoli prima di abbracciare il monachesimo. Come tutti i novizi, si ispirò ai
consigli di un asceta più esperto, Michele Maleinos, che dirigeva un gruppo di eremiti sul monte
Kyminas, in Bitinia; uno dei suoi compagni in tale addestramento spirituale fu proprio il futuro sovrano
Niceforo Foca. Dalla Bitinia, Atanasio viaggiò verso l’Athos cercando un luogo isolato dal mondo. Un
viaggio così lungo, da Trebisonda all’Athos, non è inusuale nelle storie dei monaci medievali, che
spesso intrapresero pellegrinaggi verso Gerusalemme, Roma e il Sinai. Nonostante i tentativi di
Atanasio di rimanere in solitudine, la sua fama si diffuse e attirò molti seguaci, e il patrocinio imperiale
rese possibile la fondazione del monastero nel 963-964. In qualità di abate (o igumeno secondo la
terminologia greca), Atanasio ne stilò la regola e numerosi altri documenti per guidare i monaci affidati
alle sue cure. Nei trent’anni successivi il numero   di adepti crebbe così in fretta che fu necessario
costruire vari nuovi edifici: nacque così un monastero fortificato di grandi dimensioni. Atanasio morì
nel 1001 cadendo da una scala su cui era salito per ispezionare la costruzione di una nuova chiesa.
L’espansione monastica non fu limitata all’Athos: in tutte le zone dell’impero, città incluse,
cristiani ferventi e patroni laici appoggiarono nuove fondazioni. In Cappadocia, importanti scoperte
nelle miniere di travertino di Gòreme e Peristremon hanno rivelato strutture scavate nella roccia, sia
civili che ecclesiastiche, alcune delle quali decorate con affreschi di alta qualità, ma non è rimasto
alcun testo che ci informi sui costruttori, forse monaci, di queste chiese rupestri del decimoe undicesimo secolo. La
Vita di san Luca, composta dai suoi discepoli a Steiris nella Grecia centrale, descrive come egli
trasformò il suo giardino in uno «splendido paradiso», ma nascose la sua cella «in un bosco, così che
passasse inosservata ai più. Il suo obiettivo era sempre quello di sradicare gli impulsi della vanagloria
(...) e di essere più simile a un morto che a una persona viva». Similmente, il monaco Giovanni Xenos
scrisse un resoconto dei propri sforzi per costruire chiese, piantare alberi e seminare cereali, predisporre
alveari e addestrare e insediare discepoli in numerosi siti fra i monti di Creta, alcuni dei quali sono stati
identificati. Per oltre trent’anni Giovanni si spostò dall’uno all’altro di questi siti reclutando gente del
luogo per aiutarlo negli scavi e nella costruzione di edifici, e nel 1082 viaggiò fino alla capitale, per
garantire ai suoi cenobi la protezione patriarcale.
Per alcuni bizantini, il monachesimo urbano era una contraddizione in termini, poiché portava
chi si era dedicato a una vita di preghiera, contemplazione e silenzio a contatto con l’insopportabile
frastuono della città. Tuttavia, come abbiamo visto, ai monaci fu permesso di stabilirsi a Costantinopoli
fin dal quintosecolo, e vi fiorirono numerose comunità. Alcune di esse, come i monasteri di Studio, Chora,
Evergetis e Dalmatou, divennero famose e si mantennero in attività senza interruzione per secoli.
Dalmatou, il primo cenobio a essere edificato appena fuori le mura di Costantinopoli nel 382, proseguì
la propria attività fino al dodicesimo secolo,   quando fu convertito in un convento di monache. Molti altri,
come quelli di Myrokeraton, Xylinites o Koukoubiou, sono noti soltanto da isolati riferimenti nelle
fonti superstiti, e così rimangono quasi del tutto sconosciuti. Questo accade spesso anche per quanto
riguarda le istituzioni femminili, che sono molto meno documentate rispetto a quelle maschili.
Fin dai primi secoli le donne avevano condiviso la ferma volontà di dedicare le loro vite a
Cristo; già alcuni dei padri del deserto istituirono delle case a loro riservate. Le comunità femminili
furono principalmente create in ambienti urbani, sotto la protezione del vescovo. A Costantinopoli, il
patriarca Giovanni Crisostomo (390-404) appoggiò il convento fondato da Olimpia, una ricca ereditiera
che offrì in dono alla Chiesa una parte consistente della propria eredità. Nella corrispondenza con
Olimpia, Giovanni la elogiava per la sua dedizione, apprezzando l’aiuto materiale offerto dal
monachesimo. La sua fondazione rimase attiva per oltre duecento anni, e forse anche più a lungo; agli
inizi del settimo secolo, la badessa Sergia scrisse una relazione della miracolosa scoperta delle sante
reliquie di Olimpia. Tuttavia, ciò costituisce un fatto eccezionale. Dalle Vite delle sante emerge
chiaramente che, se la dedizione delle donne al monachesimo era paragonabile a quella degli uomini, i
loro conventi sia in città che in campagna potevano sopravvivere per non più di un paio di generazioni
dopo la fondazione. Durante la persecuzione iconoclasta, quando cioè la venerazione delle icone
divenne un fatto privato, le donne manifestarono la loro devozione nelle case, piuttosto che nei
conventi: ciò potrebbe aver incoraggiato un modello di pietas domestica più tardo, che permise a donne
sposate, come santa Maria la Giovane nel decimosecolo, di pervenire alla beatificazione.
Mentre i monasteri si espandevano su tutto il territorio dell’impero, l’Athos sviluppava un
proprio sistema di governo. Inizialmente, tutti coloro che erano registrati come monaci o eremiti della
Montagna Santa eleggevano un protos (primo) che li rappresentasse nelle relazioni con il mondo
circostante. Successivamente, il consiglio dei monasteri si affermò come la principale istituzione di
governo, nonostante Lavra, Vatopedi e Iviron (una comunità di monaci georgiani) rimanessero
indipendenti, e i loro abati avessero la precedenza sul protos. Karyes divenne il centro amministrativo
della Montagna Santa, dove si tenevano riunioni biennali di tutti i monaci. Mentre sia imperatori che
patriarchi tentarono di esercitare la loro influenza e di regolare le relazioni tra gruppi nella federazione
monastica dell’Athos, gli abati principali trattavano direttamente per ottenere privilegi per le loro
comunità. Essi riuscirono a ottenere una progressiva estensione dei privilegi fiscali, insieme a un
aumento del numero e delle dimensioni delle barche con cui le loro merci venivano trasportate ai
mercati.
Nel 1045 Costantino nono Monomaco emanò un nuovo privilegio per l’Athos, che commentava e
correggeva alcuni sviluppi negativi della vita monastica. Vari monaci si erano lamentati a causa
dell’ammissione di eunuchi e fanciulli, delle dimensioni delle barche dei monasteri e del loro uso a
scopi commerciali, dello sfruttamento del bestiame, dell’abbattimento di alberi per farne legna da
ardere e dell’esportazione di legname da costruzione: tutto ciò doveva essere corretto. Chiaramente
l’imperatore era stato avvertito della lotta tra varie fazioni e di atti contrari ai canoni, come
l’ordinazione di ragazzi ancora troppo giovani al diaconato e al sacerdozio. Egli sollecitò «tutti gli
anziani più devoti» a presenziare all’assemblea generale e «a partecipare alle sue deliberazioni con
timore di Dio e buona fede, liberi da ogni favoritismo e corruzione, spirito di parte, faziosità e da ogni
altra passione: e di non essere invidiosi, rissosi e vendicativi».
Alcuni di questi problemi erano sorti a causa del rapido aumento del numero dei monaci, che
aveva messo in crisi le riserve alimentari. La Montagna Santa attirava ormai adepti da tutti gli angoli
del mondo cristiano, prima come visitatori o pellegrini, poi come confratelli disposti ad abbracciare la
vita monastica. Mentre Iviron serviva come sede di una comunità di georgiani, i monaci benedettini di
Amalfi fondarono tre case sul monte Athos, e numerosi armeni, slavi e bulgari si stabilirono sulla
Montagna.
Durante il dodicesimo secolo monaci provenienti dalla Russia, dalla Bul  garia e dalla Serbia
cominciarono a rivestire un ruolo molto più importante sul monte Athos, nei loro cenobi a
Panteleemon, Zographu e Hilandar, dove si ritirarono il sovrano serbo Stefano Nemanja e suo figlio. Il
monte Athos accoglieva cristiani ortodossi provenienti da regioni anche assai distanti, mantenendo
contatti con il Sinai e altre comunità lontane. Monaci che visitavano la Montagna Santa vi
completavano il loro addestramento spirituale, per poi recarsi a fondare i propri monasteri altrove,
mentre alcuni vennero anche promossi alla guida di sedi episcopali e addirittura al patriarcato.
Benché l’espansione del monachesimo sul monte Athos fosse appoggiata dalla benevolenza
imperiale, gli abati tentarono sempre di mantenere i loro ampi possedimenti esenti dalla tassazione.
Gli imperatori non furono sempre disposti a concedere benefici fiscali, né ad approvare la
fondazione di nuovi monasteri a spese di cenobi più antichi che spesso cadevano in rovina. In una serie
di leggi emanate durante il decimo secolo (si veda il capitolo 14), essi tentarono di focalizzare la devozione
religiosa sui cenobi già esistenti. Anche se aveva appoggiato Atanasio nella fondazione del suo
monastero di Lavra, nel 964 NiceforosecondoFoca rafforzò questi provvedimenti, ma senza successo.
Patroni laici desideravano spesso fondare le proprie comunità, che ne avrebbero portato il nome e dove
sarebbero stati ricordati dopo la morte, e il prestigio dell’Athos continuò ad attirare donazioni.
Nel tardo periodo bizantino, i monaci dell’Athos furono trascinati in un’accesa disputa
teologica sull’esicasmo (da hesychia, letteralmente silenzio, quiete), che dimostrò l’importanza della
Montagna Santa nella vita religiosa dell’impero. All’inizio del tredicesimo secolo, Gregorio Sinaita, che era
stato addestrato nel Sinai, introdusse la pratica esicasta sull’Athos. Questa era basata sulla ripetizione di
una semplice preghiera, «Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me», unita a esercizi di
respirazione concepiti per concentrare l’attenzione e innalzare la percezione spirituale del monaco. La
teoria esicasta esercitava ovviamente un fascino su quegli eremiti atoniti che vivevano in completo
isolamento, seguendo le proprie regole di preghiera (chiamati idioritmici). A
essa venne data un’enfasi ancora maggiore da Gregorio Palamas (1296-1359), allora abate di
Esphigmenou, una delle comunità più antiche dell’Athos. Nei suoi scritti, Palamas sviluppò i principi
dell’esicasmo ponendo al centro del suo pensiero il momento in cui i discepoli vivevano l’esperienza
della luce non creata del Cristo trasfigurato sul monte Tabor (Matteo, 17,1-6). Egli credeva che i
monaci giunti a un livello di percezione spirituale superiore potessero sperimentare direttamente
l’energia divina e la visione della luce non creata, e diventare simili a Dio: «Coloro i quali hanno
soddisfatto Dio, e raggiunto ciò per cui furono creati, la divinizzazione (theosis), questi sono in Dio
perché divinizzati da Lui, ed Egli è in loro poiché è Lui a renderli divini. Dunque anch’essi partecipano
dell’energia divina».
Quest’affermazione fu vigorosamente contestata da Barlaam Calabro, un monaco ortodosso
originario dell’Italia meridionale, e da molti altri, che misero in ridicolo gli esicasti definendoli
«contemplatori del loro ombelico». Nel 1339 Barlaam, abate del monastero costantinopolitano di
Akataleptos, si vide affidare dall’imperatore Andronico terzo varie missioni diplomatiche in Occidente
connesse alla prospettiva di riunificazione delle Chiese.
Grazie alla sua cultura bilingue, Barlaam era a conoscenza della teologia di san Tommaso
d’Aquino (le cui opere non erano ancora state tradotte in greco), che rafforzava i suoi dubbi sul
misticismo insito nell’èsicasmo. In alcuni scritti diretti contro Gregorio Palamas, Barlaam criticò
violentemente le pratiche esicastiche, cosa che condusse alla sua condanna durante un sinodo della
Chiesa orientale nel 1341. Un anno più tardi si convertì al cattolicesimo romano e venne nominato
vescovo di Gerace, in Calabria. Anche se i suoi avversari distrussero molti dei suoi scritti, Barlaam
sembra essersi ispirato alla logica aristotelica dell’Aquinate, utilizzata per opporsi alla teologia di
stampo platonico e neoplatonico degli esicasti. Sotto questo aspetto, Bisanzio sviluppò una propria
spiritualità mistica che non ebbe paralleli in Occidente, dove i monaci diedero invece il loro contributo
allo sviluppo della filosofia e del ragionamento logico.
Durante la guerra civile del 1341-47 (si veda il capitolo 26),   l’imperatore Giovanni sesto
Cantacuzeno nominò Palamas arcivescovo di Tessalonica e appoggiò apertamente la sua elaborazione
di una teologia basata sull’esicasmo. I monaci dell’Athos si trovarono coinvolti nella disputa tra
Palamas e Barlaam e presero parte attiva ai concili del 1341, 1347 e 1351, che segnarono la vittoria del
primo e la condanna del secondo. Gli elementi mistici presenti nella più antica tradizione delle
preghiere cristiane, già rielaborati da Gregorio Sinaita e ulteriormente sviluppati da Gregorio Palamas,
vennero allora resi parte integrante e caratterizzante dell’ortodossia. In questo modo Bisanzio
accoglieva una pratica spirituale che doveva molto al neoplatonismo, respingendo al contempo
l’applicazione aristotelica della logica alla teologia che si era affermata in Occidente grazie a san
Tommaso. Queste divergenze vennero alla luce durante il concilio di Ferrara-Firenze (1438-39),
quando gli studiosi occidentali prevalsero sui teologi bizantini utilizzando argomentazioni basate sulle
tecniche di ragionamento aristoteliche; ma durante quello stesso incontro l’esposizione di antichi testi
platonici da parte di Giorgio Gemisto Pletone affascinò profondamente i filosofi latini, che non
avevano alcuna familiarità con essi.
Anche se i crociati avevano rispettato l’indipendenza dell’Athos, la sua prosperità attirò
l’attenzione interessata dei mercenari della Compagnia catalana all’inizio del quattordicesimo secolo, e più tardi
dei turchi ottomani, che ne occuparono i possedimenti sulla terraferma e costrinsero una parte dei
monaci alla fuga; alcuni si stabilirono alle Meteore (letteralmente, «a mezz’aria»), nella Grecia
centrale, dove potevano resistere meglio agli attacchi nemici ritirandosi in cima alle loro rocce.
Nonostante questo, nel corso deltredicesimo e del quattordicesimo secolo sull’Athos vennero fondate nuove comunità,
così come continuavano a prosperare forme di vita monastica meno organizzate. L’avanzata ottomana
nei Balcani segnò una svolta, caratterizzata da periodi di occupazione temporanea, fino al completo
controllo della Montagna Santa nel 1430. Anche se i monasteri vennero lasciati vivere come istituzioni
autonome in cambio del versamento di un tributo annuale, le loro condizioni spirituali e materiali
declinarono inevitabilmente.
Il destino dell’Athos durante i secoli della dominazione turca è una triste storia di vendita di
manoscritti e di dipendenza sempre più accentuata dalla benevolenza dei russi. Come guida della
comunità greco-ortodossa (millet), il patriarca di Costantinopoli acquisì un maggior potere di controllo
sui monasteri, cosa ufficialmente riconosciuta alla fine della Prima guerra mondiale, quando le clausole
del trattato di Sèvres vennero confermate a Losanna nel 1923. Ma i recenti sviluppi della situazione
internazionale hanno favorito l’Athos: in particolare, la dissoluzione dell’URSS e la cessazione delle
restrizioni sul culto religioso hanno portato a un nuovo flusso di adepti ortodossi nei suoi monasteri.
Molti giungono oggi dalla diaspora greca d’America e d’Australia, come pure dalle comunità
ortodosse dell’Asia centrale e dei Balcani. Contro ogni aspettativa, la storia della Montagna Santa viene
riscritta tramite telefoni cellulari, computer e motoscafi. Gli edifici vengono restaurati, vengono dipinte
nuove icone, e ci si sforza di conservare gli affreschi e i manoscritti medievali. Una venerabile
istituzione bizantina sta tornando a nuova vita nel Xundicesimo secolo.

Capitolo 19.
VENEZIA E LA FORCHETTA.
Lei non toccava il cibo con le mani, ma quando i suoi eunuchi lo ebbero tagliato in piccoli pezzetti, li portò delicatamente alla bocca con una piccola forchetta  d’oro a due punte.
Pier Damiani, Institutio moralis, undicesimo secolo
Da quel giorno del 1004-5, quando l’aristocratica bizantina Maria Argyropoulaina utilizzò la
piccola forchetta d’oro a Venezia, il comportamento degli occidentali a tavola non sarebbe più stato
lo  stesso. Sebbene inizialmente condannate come pretenziose, le forchette divennero oggetti di lusso,
spesso in metallo prezioso con manici d’ebano o avorio, collezionate dai sovrani e donate alle chiese. I
romani già le utilizzavano mangiando semicoricati su divani; ma sia i divani che le forchette erano stati
dimenticati nei primi secoli del Medioevo. Strumenti primitivi simili a coltelli venivano utilizzati per
infilzare la carne, ma la gente se ne cibava poi con le mani. La forchetta a noi così familiare, cui
Norbert Elias ha attribuito un ruolo «civilizzante», tornò a fare la sua comparsa in Europa grazie a
Bisanzio. Quella dorata di Maria può dunque essere considerata un simbolo dei molti aspetti
dell’influenza culturale bizantina Sull’Occidente.
Questa influenza fu particolarmente evidente in quell’insediamento all’estremità settentrionale
dell’Adriatico, fondato da profughi provenienti dall’entroterra italiano durante le invasioni longobarde
del sesto secolo, che divenne la città di Venezia (si veda il capitolo 6). Fuggendo con i propri beni sui
banchi di sabbia che   formavano le isole della laguna, i suoi abitanti divennero esperti marinai e
costruttori di navi, sfruttando le risorse locali di pesce e sale. Furono inizialmente governati dall’esarca
di Ravenna e mantennero stretti legami con Costantinopoli. Agli inizi delsettimo secolo, l’imperatore
Eraclio fornì i fondi necessari alla costruzione della chiesa della Madre di Dio a Torcello (Santa Maria
Assunta, successivamente ricostruita e abbellita con il celebre mosaico del Giudizio Universale); gli
abitanti fondarono una nuova città chiamata Civitas Nova Heracleana in onore del sovrano bizantino.
La felice combinazione della ricchezza dei luoghi e della protezione militare di Ravenna, l’istituzione
di una sede episcopale a Malamocco e l’attiva presenza culturale di Bisanzio diedero vita al nucleo di
Venezia, che comprendeva allora le varie comunità sparse su un gran numero di isole.
L’invasione longobarda dell’Italia settentrionale costituì una minaccia crescente per l’esarcato
bizantino di Ravenna, che di rado ebbe a disposizione risorse economiche e militari sufficienti alla
difesa del territorio riconquistato durante le guerre di Giustiniano. Nel 751 re Desiderio finalmente
realizzò le ambizioni longobarde e conquistò Ravenna. Bisanzio spostò allora la propria attenzione
verso il nuovo insediamento di Venezia, ma i suoi abitanti furono assai cauti nel bilanciare la propria
tradizionale amicizia verso l’impero con il loro bisogno di alleati in Occidente.
A partire dall'ottavo secolo, i veneziani coltivarono strette relazioni con i franchi, allo scopo di
conservare la propria indipendenza dalle potenze ostili, ovvero i longobardi prima e più tardi gli ungati.
L’antico titolo romano di duca di Venezia perse a poco a poco i propri connotati bizantini: il dux
divenne il doge, e un sistema di governo autonomo si formò lentamente sotto la sua autorità. I contatti
con l’Oriente furono rafforzati dal controllo bizantino di alcuni porti dalmati, e le navi veneziane
fornirono un servizio regolare per gli ambasciatori che viaggiavano tra Oriente e Occidente. Sappiamo
che i mercanti veneziani commerciavano legname per la costruzione di navi, cereali, sale e schiavi,
mentre la ricerca archeologica ha evidenziato la circolazione di vetro e di ceramica bizantina, così
come anfore per il trasporto di vino,   grano e olio. Alla fine del nono secolo, il doge Orso secondo offrì una
serie di dodici campane all’imperatore, che ricambiò donandogli tessuti di seta.
Una lucrativa tratta di schiavi legava poi Venezia al mondo musulmano, nonostante i pontefici
romani condannassero regolarmente il commercio con i non cristiani, e gli imperatori bizantini lo
proibissero ogni volta che si trovavano in aperto conflitto con l’Islam. I veneziani continuarono a
vendere schiavi (sia prigionieri cristiani che pagani catturati in guerra) nei centri del Mediterraneo
orientale, dove acquistavano spezie, gioielli e incenso. Nell’829 approfittarono della preoccupazione
diffusa tra i cristiani di Alessandria, che temevano una persecuzione musulmana, per trafugare le
reliquie di san Marco. Il santo divenne il loro patrono, e il suo leone adorna ancora oggi la bandiera
della città. Quando si costruì una nuova, maestosa chiesa adatta a ospitare reliquie tanto preziose, fu
adottato lo stile architettonico bizantino. Nel 976 questa prima chiesa di San Marco venne distrutta da
un incendio; restaurata e ampliata, venne successivamente sostituita dalla grande basilica che oggi
domina l’omonima piazza.
Architetti di Costantinopoli, ispirandosi alla chiesa dei Santi Apostoli nella capitale dell’impero,
ne iniziarono la costruzione sotto il doge Domenico Contarini a metà dell’XI secolo, creando un
edificio caratterizzato da cupole in stile bizantino e decorazioni musive, non privo tuttavia di elementi
architettonici occidentali. All’ingresso occidentale vennero collocate porte bronzee realizzate a
Costantinopoli; la Pala d’Oro, uno splendido manufatto bizantino in oro e smalto, commissionata dal
doge Ordelafo Falier nel 1105, fu posta dietro l’altare maggiore. A questi primi omaggi alla cultura
imperiale si aggiunsero, dopo il 1204, molti oggetti d’arte saccheggiati a Costantinopoli, come i quattro
cavalli bronzei dell’ippodromo, alcune colonne scolpite della chiesa di San Polyeuktos e una scultura in
porfido raffigurante i tetrarchi, oggi murata nella parete esterna della chiesa. La basilica di San Marco,
dunque, è uno splendido simbolo della grande ammirazione di Venezia per la cultura bizantina.
Anche i magistrati veneziani desideravano e ottennero cariche   e titoli onorifici da
Costantinopoli. Essi inviarono regolarmente i propri figli affinché fossero educati nella capitale,
spingendoli a sposarsi con fanciulle bizantine. Maria Argyropoulaina incarnò questi forti legami. Il suo
matrimonio con Giovanni, figlio di Pietrosecondo(doge dal 991 al 1008), fu un segno della gratitudine
bizantina per il recente aiuto navale che aveva permesso di spezzare l’assedio arabo di Bari. Esso legò
inoltre la famiglia senatoria degli Argyros e Argyropoulos (figlio di Argyros) agli Orseolo, importante
casata veneziana. Romano Argyros, parente stretto di Maria, divenne imperatore dal 1028 al 1034. Le
nozze di Maria e Giovanni furono solennemente celebrate a Costantinopoli nell’estate del 1004. Il
patriarca benedì la coppia, e gli imperatori Basilio secondo e Costantino ottavo posero le corone nuziali dorate
sulle loro teste. Quando Maria e Giovanni tornarono a Venezia, l’intera cittadinanza diede loro il
benvenuto con un sontuoso ricevimento, e la nascita del loro figlio, chiamato Basilio in onore del
sovrano bizantino, fu celebrata con pubbliche manifestazioni di gioia. Due anni più tardi tutti e tre
morirono durante un’epidemia, ma la loro unione era comunque servita a rafforzare l’importante
legame tra la repubblica e l’impero.
Costantinopoli coltivò questi contatti non solo per ragioni culturali, ma anche e soprattutto per
motivi strategici: la marina veneziana era concepita e organizzata per svolgere funzioni sia militari che
commerciali, e si dimostrò un’alleata essenziale di Bisanzio nei suoi sforzi per proteggere i propri
territori in Italia meridionale. Questi rapporti vennero ufficializzati in un documento del marzo 992,
emanato da Basiliosecondo(976-1025), che garantiva a Venezia una posizione di assoluto favore nei
commerci sotto il diretto controllo del ministro degli Esteri. Accompagnato e garantito dal sigillo d’oro
imperiale (chryso-boullos), e quindi conosciuto come «crisobollo», il documento elencava i privilegi di
cui godevano i veneziani come ricompensa per l’aiuto militare e navale: i più importanti riguardavano
la riduzione delle tasse d’ingresso e uscita da versare alle autorità del porto di Costantinopoli, un
vantaggio loro riservato, non estensibile ai mercanti o alle merci provenienti da altre città. Amalfitani,
longobardi ed   ebrei erano esplicitamente esclusi da tale provvedimento, così come i bizantini stessi.
Citando antiche usanze, nel documento imperiale si ricordava come i veneziani si fossero sempre
comportati da fedeli servitori dell’imperatore, specialmente quando si chiedeva loro di appoggiare le
forze bizantine in acque italiane, e si auspicava il perdurare di tale collaborazione.
Sebbene il doge Pietro Orseolo avesse avviato i colloqui che avrebbero portato alla firma del
nuovo crisobollo, la sua forma suggerisce che questo non fu concluso come un accordo bilaterale.
Anche se la repubblica di Venezia veniva trattata come una potenza estera indipendente, e non come
una parte subordinata dell’impero, Bisanzio dettò comunque i termini che il doge accettava. Basilio II
associava la richiesta di appoggio navale alla concessione dei privilegi commerciali, e quando Alessio I
Comneno (1081-1118) ebbe bisogno di un aiuto ancor più consistente, egli non fece che estendere
questi ultimi. Nel dodicesimo secolo, i veneziani ebbero la possibilità di occupare un intero quartiere lungo il
Corno d’Oro a Costantinopoli, e costruirono magazzini in molti porti dell’Egeo. I mercanti bizantini
continuavano a essere soggetti al pagamento della tassa del dieci per cento sugli scambi commerciali (il
kommerkion), cosa che provocò un forte risentimento contro Venezia e contribuì a un disastroso
deterioramento delle relazioni con essa. Alla fine, come vedremo, Venezia si volse contro Bisanzio, e
dopo il 1204 consolidò le proprie basi disseminate in tutto l’Oriente creando un impero coloniale sulle
rovine del territorio bizantino.
Mentre Venezia sviluppava le sue speciali relazioni con Costantinopoli, le regioni d’Italia
meridionale e la Sicilia rimanevano sotto diretto controllo imperiale, diventando temi nel corso
dell’Alto Medioevo. La Sicilia era strategicamente importante come punto di sosta sulla rotta navale tra
l’Antica e la Nuova Roma, mentre la traversata da Durazzo a Bari univa i due tratti maggiori del
percorso terrestre (la via Egnatia). L’imperatore Leone terzo
(717-741) trasferì la diocesi dell’illirico orientale, che comprendeva queste regioni, sotto
l’autorità del patriarca, rafforzandone così l’identità greca. L’impero mantenne anche alleanze con
le   popolazioni marinare delle città costiere, tra cui Napoli, Amalfi, Salerno e Ravenna. Nonostante
l’Italia settentrionale fosse passata sotto il dominio longobardo nell'ottavo secolo, e gli arabi avessero
gradualmente soggiogato la Sicilia nel nono, la Calabria e la Puglia rimasero parte dell’impero fino alla
metà dell’XI. Bisanzio perse questi territori solo allora, per mano di una banda di avventurieri
provenienti dalla Normandia, partecipanti a un vero e proprio esodo di giovani cavalieri di origine
vichinga che muovevano alla ricerca di fama e fortuna in terre lontane.
Mentre le città mercantili italiane venivano coinvolte in un’alleanza sempre più stretta con
Bisanzio per motivi commerciali, altre potenze occidentali cercavano di stringere relazioni di altro tipo
con l’impero, basate su alleanze matrimoniali. Dall’ottavo secolo in poi furono conclusi numerosi accordi
diplomatici con la promessa di spose imperiali bizantine, che le fonti occidentali chiamano
«porfirogenite», cioè figlie legittime della coppia imperiale nate, come abbiamo visto, nella sala
purpurea (la porphyra). Nel 767 Costantino quinto inviò al re franco Pipino un organo, corredato da una proposta matrimoniale; più tardi l’eunuco di corte dell’imperatrice Irene si trattenne in Occidente al
solo scopo di istruire Rotruda, la figlia di Carlo Magno, agli usi greci, ma nessuna di queste due unioni progettate fu conclusa con successo.
Solo nel 901 Leone sesto inviò la propria figlia illegittima Anna perché sposasse Luigi terzo di Provenza (887-928). Costantino settimo
Porfirogenito non solo giustificò l’evento, ma scelse anche una moglie occidentale per suo figlio (si veda il capitolo 17).
Le spose imperiali che giungevano da Costantinopoli erano prestigiose e ricche di fascino, e i
sovrani occidentali continuarono a ricercarle e, almeno in alcuni casi, finirono per ottenerle.
Teofano, nipote dell’imperatore Giovanni I Tzimisce, fu certo una delle più degne di nota. Nel
972 Giovanni la destinò al matrimonio con Ottone, omonimo figlio del sovrano tedesco Ottone I
(936-973). Nonostante NiceforosecondoFoca avesse rifiutato pochi anni prima le richieste presentate dal
vescovo Liutprando per una simile unione matrimoniale, Giovanni si trovava nella necessità di
ristabilire la pace in Italia meridionale, in modo da   poter concentrare i propri sforzi sulla frontiera
orientale, e decise quindi di riaprire i negoziati con l’imperatore. Teofano non era una principessa
imperiale nata nella porpora, ma era stata ben addestrata dalla corte bizantina per il ruolo diplomatico
che doveva svolgere in Occidente, e portò con sé una dote ingente: sete, gioielli, icone e manoscritti
viaggiarono assieme al suo seguito. Il contratto matrimoniale fu stilato in inchiostro d’oro su un lungo
rotolo di pergamena decorato in modo tale da ricordare un tessuto di seta bizantina, e la cerimonia,
svoltasi a Roma, fu commemorata su una tavoletta d’avorio raffigurante il Cristo nell’atto di incoronare
la coppia secondo il modello imperiale. Il matrimonio confermò uno dei principi centrali della politica
estera bizantina: l’uso delle parenti dell’imperatore per avere più forza nelle trattative diplomatiche.
Questo fu un elemento essenziale tanto nel decimosecolo, quando Teofano sposò Ottonesecondoe Anna, sorella
di Basilio II, fu inviata a Kiev per sposare Vladimir, quanto nel quattordicesimo, quando Teodora Cantacuzena,
figlia di Giovanni sesto, sposò il sovrano ottomano Orhan.
Grazie all’alleanza matrimoniale tra Ottonesecondoe Teofano conclusa nel 972, l’influenza bizantina
si estese dall’Italia all’Europa centrale. Il suocero della sposa donò a Teofano possedimenti nei pressi
di Nimega e Colonia, dove la principessa diede alla luce quattro figli, tre femmine e un maschio, il
futuro Ottone terzo.
Come moglie dell’imperatore d’Occidente, Teofano partecipò a molte donazioni ai monasteri
del Nord Europa, e dopo la morte dello sposo nel 983 continuò a patrocinare la costruzione di chiese a
Roma, Francoforte, Magdeburgo e Aquisgrana, alcune delle quali dedicate a santi orientali come
Nicola, Dionigi, Alessio e Demetrio. Teofano rafforzò anche il culto della Vergine e di san Pantaleone
a Colonia, facendo accogliere due delle proprie figlie negli importanti conventi di Quedlinburg e
Maastricht, dove sono oggi conservate numerose sete bizantine. Durante la minore età del figlio,
Teofano promulgò leggi in sua vece, usando per sé anche l’appellativo imperator, anziché la normale
forma femminile imperatrix. Si preoccupò che il giovane sovrano ricevesse una buona educazione in
greco, ispirandolo a promuovere   lo studio della cultura classica. Successivamente Ottone terzo apprese
la matematica grazie all’insegnamento di Gerberto d’Aurillac, uno studioso che padroneggiava le
innovazioni scientifiche del mondo arabo grazie alle traduzioni latine eseguite in Catalogna; nel 999
Ottone lo fece eleggere papa con il nome di Silvestro II. Molto prima che il figlio avesse raggiunto l’età
per sposarsi, Teofano inviò un’ambasceria a Bisanzio per trovare una moglie adatta a lui: i negoziati
portarono al fidanzamento con Zoe, nipote di Basilio II, ma il progettato matrimonio non ebbe mai
luogo per la morte prematura dell’imperatore d’Occidente, nel 1002, a soli ventidue anni d’età.
Questo ampliamento dell’influenza bizantina a nord delle Alpi era un fatto relativamente nuovo.
In Italia l’esistenza di chiese ortodosse e monasteri che seguivano la regola di san Basilio significò per
Bisanzio una discreta notorietà. I mercanti delle città di Napoli, Amalfi e Salerno, così come quelli di
Pisa e Genova a nord e di Bari sulla costa orientale, commerciavano regolarmente con Costantinopoli,
e alcuni monaci della zona di Amalfi si stabilirono sul monte Athos. La conoscenza del greco era
diffusa nel Sud e in Sicilia, dove i dialetti sono tuttora pieni di termini di derivazione ellenica. Nell’XI
secolo, quando cioè l’influenza politica bizantina viveva una fase di stallo, l’impero inaugurò una
nuova moda nella produzione dei portali in bronzo delle chiese che ebbe successo in Italia. I portali
bizantini furono importati ad Amalfi, nel Gargano, a Montecassino e a Venezia. Quando l’abate
Desiderio (1085-87) ricostruì la chiesa del monastero di San Benedetto a Montecassino, chiese ai
mosaicisti di Costantinopoli di realizzarne la nuova pavimentazione, commissionando inoltre alcuni
arredi liturgici tra cui parti di un tramezzo in bronzo e argento. Lo scriptorium del monastero produsse
manoscritti miniati ispirati a modelli bizantini, e gli artigiani vennero addestrati nell’oreficeria,
nell’incisione di avorio, pietra, legno e alabastro e nell’arte del vetro. Sotto gli imperatori ottomani e
della dinastia Hohenstaufen, che governarono sull’Italia meridionale e la Germania, i monaci
benedettini di Montecassino compirono spesso   viaggi attraverso le Alpi, contribuendo a diffondere la
conoscenza di Bisanzio presso la corte imperiale d’Occidente.
Laddove i matrimoni di Teofano e Maria Argyropoulania indicano quanto la cultura bizantina
fosse apprezzata in alcune parti d’Europa, in altre zone l’entusiasmo fu minore. Entrambe le donne
furono oggetto di violenti attacchi da parte di chierici occidentali che ne condannavano la cattiva
influenza e ne prevedevano la dannazione eterna per aver introdotto abitudini troppo raffinate in
Occidente. In una lista di persone particolarmente malvagie, il riformatore Pier Damiani (1007-72) cita
Maria come esempio da evitare. Oltre a criticarne l’uso della forchetta (vedi sopra), egli la considera
esponente di uno stile di vita molle ed artificioso poiché aveva rifiutato di lavarsi nelle acque comuni di
Venezia ordinando ai propri servitori di raccogliere acqua piovana. Maria profumava le proprie stanze
con timo e altri aromi, «un puzzo malvagio e vergognoso», che avrebbe provocato le insopportabili
punizioni che le furono inflitte durante l’epidemia del 1006.
Nel caso di Teofano, una visione narrata da Otlone di Sant’Emmeram a Regensburg attorno al
1050 la descrive nell’atto di piangere i propri peccati implorando pietà. La visione era quella di una
suora, ed era stata raccolta da Odone, che accusò Teofano di aver introdotto vestiario e abbellimenti
superflui allora sconosciuti presso le donne della corte imperiale occidentale, portandole così al
peccato. Tali usanze dissolute avevano corrotto le donne occidentali, spingendole a indossare lussuosi
capi in seta e ad adottare abitudini disdicevoli. Ecco il motivo per cui l’imperatrice apparve alle suore
in visioni notturne, implorandole di pregare per la sua anima.
Perché letterati colti come Odone o Pier Damiani si produssero in violenti attacchi contro donne
bizantine sposate con uomini occidentali almeno due generazioni prima? Tralasciando la loro evidente
avversione per le donne sofisticate, che preferivano sciacquarsi nell’acqua pulita, vivere in stanze
profumate, indossare abiti di seta e non mangiare con le mani, la ragione è da ricercarsi nella crescente
consapevolezza della differenza delle   credenze teologiche e degli usi ecclesiastici bizantini. I teologi
occidentali trasferirono la loro ostilità verso pratiche e definizioni ortodosse alle donne, che avevano
introdotto le abitudini bizantine in Occidente. Nell’attaccare le consuetudini personali di Teofano e
Maria molto tempo dopo la loro morte, i chierici trovarono un nuovo modo per ripudiare qualsiasi
influenza bizantina Sull’Occidente.
L’ostilità crebbe dunque durante la metà dell’undicesimo secolo, quando i contatti tra antica e Nuova
Roma ampliarono la consapevolezza delle differenze tra le pratiche religiose orientale e occidentale, in
particolar modo per quanto riguardava la formulazione del Credo. Allo stesso tempo, la conquista di
parti dell’Italia meridionale da parte degli avventurieri normanni guidati da Roberto il Guiscardo spinse
l’imperatore Costantino nono (1042-55) e papa Leone nono (1049-59) a cercare un modo per attutire le
divergenze. Nel 1054, su invito dell’imperatore, un’ambasceria papale lasciò Roma sotto la guida del
cardinale Umberto da Silva Candida al fine di avviare trattative. Tuttavia, anziché instaurare una solida
alleanza, le relazioni tra il cardinale e il patriarca Michele Cerulario si deteriorarono rapidamente, con
grande imbarazzo dell’imperatore. Il 16 luglio 1054 Umberto da Silva Candida e Michele Cerulario si
scomunicarono a vicenda, e ogni speranza di unità contro i normanni fu abbandonata. Tale situazione
di mutua scomunica fu rapidamente risolta, ma mai completamente dimenticata (si veda il capitolo 4).
Sebbene non sia sufficiente per giustificare la denominazione di «Grande Scisma», tale
divisione attirò l’attenzione sulle differenze di fede, l’uso del pane non lievitato (azimo), il celibato
clericale e la questione centrale del primato di Roma. Il rifiuto di Bisanzio di riconoscere la posizione
suprema del vescovo di Roma, successore di san Pietro, è chiaramente riflesso nella sua teologia.
L’ostilità occidentale nei confronti dell’Oriente poteva nascere da questioni di tipo teologico, quali la
processione dello Spirito Santo, o da dispute di genere più mondano. Oltre a esprimere una decisa
opposizione nei confronti delle sete bizantine, degli eunuchi e delle forchette, Pier Damiani accusò
Teofano di   comportamenti immorali compiuti con Giovanni Filagato, monaco greco proveniente
dalla Calabria (un tipico modo di denigrare e indebolire un avversario). Dalla critica alle donne che
indossavano diafane vesti in seta, il passo alla condanna delle lunghe vesti maschili della corte
bizantina, considerate meno virili dei calzoni occidentali, fu breve. La forchetta e altre strane abitudini
alimentari, come l’uso di aglio, cipolle e porri cotti nell’olio; l’uso ancora più singolare di affidare il
cerimoniale di corte agli eunuchi; la credenza che tutti gli uomini bizantini fossero effeminati e
preferissero astenersi dai combattimenti: tutti questi elementi furono enfatizzati da stereotipi
antibizantini fondati sulla disinformazione. La raccolta di lettere papali risalente al nono secolo (in
particolar modo quelle più tarde composte da Atanasio Bibliotecario) e la Vita di Carlo Magno di
Notker, identificavano i greci come estremamente abominevoli (nefandissimi). Molti di tali stereotipi
ebbero origine a Roma e furono trasmessi ai franchi, in contrasto con i contatti positivi mantenuti con
l’impero da Venezia e dalle altre città costiere italiane. Questi pregiudizi tuttavia esercitarono
un’influenza negativa e spropositata sugli storici moderni, fino alla ripetizione delle condanne di Pier
Damiani (successivamente ampliate da san Bonaventura, 1221-74). Ancora oggi alcuni storici citano
gli antichi stereotipi senza verificarne la validità, utilizzandoli come strumenti per suggerire che ogni
influenza bizantina - l’uso della forchetta, l’organo o l’erudizione greca - sia da condannare. Tuttavia,
dietro a ogni preoccupazione occidentale rispetto alle abitudini bizantine si cela l’influsso della
controversia teologica del 1054 esplicitata nella critica a singole donne bizantine. Possiamo solo
sperare che non occorrano mille anni prima che tali idee vengano finalmente superate.

Capitolo 20.
BASILIO SECONDO, «LO STERMINATORE DEI BULGARI».
Abbiamo osservato con i nostri stessi occhi (quando abbiamo attraversato i temi del nostro
impero nel corso delle campagne militari) l’avarizia e le ingiustizie perpetrate ogni giorno nei confronti
dei poveri (...) I potenti che desiderano ingrandire (le loro terre) e godere della piena proprietà di ciò
che hanno ingiustamente sottratto a spese dei poveri (...) saranno privati della proprietà appartenente ad
altri.
Legge di Basilio secondo, 996
Basilio secondo, che regnò quattro generazioni dopo il primo Basilio (il Macedone) è ricordato in
molte vie delle città greche come «il Bulgaroctono», lo sterminatore dei bulgari. Tuttavia, la sconfitta
dei bulgari non rappresenta il suo principale motivo di notorietà.
Durante il lunghissimo regno, durato dal 976 al 1025, fu responsabile di una grande espansione
del territorio dell’impero oltre i monti del Tauro sulla frontiera orientale, della conversione dei russi, di
importanti alleanze estere, del patrocinio delle arti e dell’istruzione e della tutela giuridica dei poveri.
In tutto ciò, fu degno nipote del celebre Costantino settimo Porfirogenito; allo stesso tempo, però, indebolì
fatalmente Bisanzio non riuscendo a garantire la continuità della dinastia Macedone.
Il suo ritratto sul frontespizio di un magnifico manoscritto dei Salmi è diventato un simbolo
emblematico della potenza bizantina. Dai cieli, Cristo fa scendere la corona che l’arcangelo Gabriele
pone sul suo capo, mentre Michele gli porge la sua lancia. Su uno   sfondo in oro puro, circondato da
sei santi in abbigliamento militare che impugnano le lance, Basilio impone il proprio dominio su
sudditi o nemici sconfitti che si inginocchiano dinanzi a lui.
Sono scomparsi il globo e lo scettro dell’autorità imperiale romana: questa è l’immagine di un
sovrano militare cristiano che esemplifica l’apprezzamento bizantino per l’imperatore-soldato nell’atto
di celebrare le proprie vittorie. È un degno tributo a Basilio, che dedicò le proprie energie alla guerra
durante l’intero corso della sua vita. Altri generali come Belisario, Costantino quinto e Niceforo Foca
furono altrettanto famosi per i loro trionfi militari, anch’essi celebrati a Costantinopoli. Basilio è
tuttavia associato soprattutto alla sconfitta dei bulgari, che ha assunto connotati leggendari.
Alla morte prematura di Romano secondo nel 963, Basilio - che aveva solo cinque anni - e i suoi
fratelli minori Costantino e Anna (nata solo due giorni prima della scomparsa del padre) restarono
orfani. A Bisanzio perdere il padre significava essere orfani, anche se la madre viveva ancora. Nel caso
dei tre giovani porfirogeniti la madre Teofano si risposò immediatamente, portando sul trono imperiale
Niceforo Foca, che aveva recentemente conquistato Creta. Basilio, come il nonno Costantino settimo,
crebbe all’ombra di altri sovrani, Niceforosecondo(963-969) e Giovanni I Tzimisce (969976) e persino sotto
la tutela del suo omonimo prozio, il primo eunuco di corte, che esercitò il potere effettivo dal 976 al
985.
Questo Basilio era figlio illegittimo di Romano I Lecapeno, e si dice che abbia fatto da padre ai
giovani principi; fece anche fallire un tentativo di colpo di stato seguito alla morte di Giovanni I nel
976. Ma alla fine il giovane imperatore dovette comunque lottare per affermare la propria supremazia
sul prozio e sui rappresentanti delle casate militari degli Skleros e dei Foca.
Nel 976 Basilio e Costantino assunsero congiuntamente il potere, ma il più anziano non aveva
alcuna intenzione di condividere davvero la sovranità. Dopo essere riuscito a esiliare il prozio nel 985,
Basilio secondo procedette all’emarginazione del fratello minore con tale efficacia che Costantino ottavo si
ritrovò relegato alle battute di caccia e ai banchetti, vivendo isolato nel lusso del suo   palazzo di
Nicea. Gli sforzi di Basilio secondo per governare autonomamente furono tuttavia minacciati nel 987 da due nuovi avversari.
Per affrontare questo pericoloso duplice attacco, Basilio concluse un’alleanza con Vladimir di
Kiev, sovrano dei russi, stabilitisi nell’attuale Ucraina: seimila mercenari russi gli avrebbero fornito
aiuto militare in cambio della promessa di una sposa di rango imperiale, sua sorella, la principessa
porfirogenita Anna. Come l’imperatore doveva certo sapere, questo era, per così dire, uno dei beni
bizantini di cui era stata esplicitamente vietata l’esportazione da Costantino settimo: ma nella disperata
situazione militare in cui si trovava, Basilio secondo fu costretto a concludere comunque tale accordo. Con
l’aiuto dei russi entrambi i ribelli furono sconfitti, e l’imperatore dovette inviare la sorella a Kiev.
Come abbiamo visto nel capitolo 16, Olga, la nonna di Vladimir che aveva visitato
Costantinopoli all’epoca di Costantino settimo, aveva reso più solide le relazioni tra i russi e Bisanzio,
anche se il figlio e il nipote erano tornati ad abbracciare la fede tradizionale pagana. I russi non erano
concordi nella loro valutazione di Bisanzio, ma Vladimir decise di allineare le sue forze con l’impero
cristiano, piuttosto che mantenere la tradizionale ostilità legata al paganesimo. Egli fu anche in grado di
insistere per ottenere in moglie una principessa porfirogenita, simbolo del fascino di Bisanzio, che
avrebbe ulteriormente legittimato e accresciuto il suo prestigio. Solo quando Vladimir si fu assicurato
tali concessioni, tutti i suoi boiari si fecero battezzare in massa immergendosi nel Dnepr. Dopo un
considerevole ritardo da parte di Basilio e forti pressioni da Vladimir, il matrimonio ebbe finalmente
luogo: Anna divenne nota da allora come la tsaritsa, ovvero la sorella dello tsar (cesare) greco, e
trascorse la sua vita nel grande palazzo in pietra fatto costruire da Vladimir, riccamente decorato con
mosaici e affreschi, per garantirle una degna residenza. L’alleanza è ricordata nella Cronaca russa
antica, compilata all’inizio del dodicesimo secolo utilizzando materiali più antichi, tutti scritti in alfabeto
cirillico, quello che fu elaborato da Costantino-Cirillo e Metodio.
Con questo cambiamento epocale i russi di Kiev adottarono la cristianità ortodossa. Vladimir
ordinò la pubblica umiliazione dei   loro idoli, che vennero banditi e, sotto l’influenza di un
metropolita e di vescovi, preti e monaci che avevano accompagnato Anna da Costantinopoli, vennero
costruiti chiese e monasteri in stile bizantino. Altri preti provenienti da Cherson fornirono assistenza
nel processo di conversione, e Vladimir mise uno di loro, Anastasio, a capo della chiesa che lui stesso
aveva dedicato alla Madre di Dio. Questa divenne nota come la chiesa della Decima, perché Vladimir
vi destinò una rendita regolare; edificata in mattoni e pietra, con una cupola, tre navate e tre absidi, era
molto più grande di qualunque altro edificio costruito in precedenza a Kiev.
All’inizio dell’undicesimo secolo Antonio, che era stato tonsurato sull’Athos, fondò presso Kiev una
delle prime comunità monastiche, il Monastero delle Grotte, e nel 1037 Iaroslav costruì la cattedrale di
Santa Sofia a Kiev, con mosaici in stile bizantino, raffiguranti un Cristo Pantocratore nella cupola e una
Vergine a piena figura nell’abside. La conversione della Russia e la diffusione della cristianità orientale
in un’area vastissima era così assicurata.
Nel frattempo, a Bisanzio, Basilio secondo era finalmente riuscito a sciogliere la rete di alleanze del
prozio e a conquistare un certo controllo sull’ambiziosa aristocrazia militare dell’impero. Basilio
assicurò a Bisanzio un governo efficiente, la pace e un enorme accumulo di risorse nel tesoro pubblico.
Durante le sue campagne militari, condotte quasi senza sosta, ebbe modo di constatare personalmente i
pericolosi effetti dell’estensione delle proprietà dei potenti latifondisti a spese dei membri più poveri
delle comunità di villaggio e tentò di sanare questa situazione emanando dei provvedimenti di legge.
Oltre che abile in battaglia, Basilio fu anche una personalità ascetica, e insistette sempre perché il
proprio padre spirituale, Fozio di Tessalonica, lo accompagnasse nelle sue spedizioni. Egli appoggiò
intellettuali come Simeone, detto il Metaphrastes (il traduttore), il cui Menologion (una grande raccolta
di vite di santi, ordinata per mesi) stabiliva quali santi dovessero essere commemorati durante l’anno
liturgico; e un gruppo anonimo di studiosi, che produssero il primo lessico bizantino, noto come la
Suda. Il Menologion costituì l’edizione ufficiale di 150 vite in dieci volumi da leggere nei giorni
indicati di   ogni mese. Quest’opera completava accuratamente il lavoro di ricerca lasciato incompiuto
da Leone sesto e Costantino settimo. In seguito vennero aggiunti pochissimi altri santi. Il Menologion di
Simone, aperto da una dedica in versi all’imperatore, presenta vite di santi uniformemente brevi, ma
accompagnate da un vasto e variegato apparato iconografico su ogni foglio. La Suda non è un
dizionario originale, ma fu comunque molto utilizzato fino al sedicesimo secolo, e copiato per le sue
spiegazioni di termini rari, proverbi, forme grammaticali e nomi di personaggi antichi, luoghi e concetti.
Basilio secondo non si sposò mai, fatto estremamente insolito per un imperatore bizantino, affidando il
futuro della dinastia Macedone al fratello ed erede Costantino ottavo. Nel 1002 acconsentì a inviare sua
nipote Zoe in sposa a Ottone terzo, ma quando la principessa giunse in Italia il giovane imperatore
sassone era già morto; nonostante i matrimoni successivi, anche Zoe non ebbe mai un figlio. Quando
Basilio aveva ormai più di sessant'anni, i membri della corte che paventavano l’avvento al trono di
Costantino tentarono una ribellione, soffocata da Basilio. Forse i successi del suo lungo regno lo
convinsero che il sistema di governo imperiale bizantino sarebbe comunque sopravvissuto. Il sistema
amministrativo organizzato da Basilio durò in effetti ben oltre il breve regno di Costantino ottavo
(1025-28), ma la sua incapacità di concludere matrimoni per le nipoti e assicurare così un’altra
generazione alla dinastia Macedone lasciò l’impero più debole.
L’espansione dell’impero sotto Basiliosecondocominciò nel 989 e poco a poco portò ampie aree del
Caucaso, dei Balcani e dell’Italia meridionale sotto il controllo bizantino. Antiochia, che era stata
sottratta agli arabi nel 969, divenne la base di un’ulteriore espansione a oriente. Grazie a una
combinazione di incessanti azioni militari e abili contatti diplomatici, vennero annesse all’impero
alcune regioni del Caucaso prima sotto il dominio di georgiani, armeni e abkhazi. Basilio utilizzò le
classi dirigenti locali per governare questi territori in nome di Bisanzio. Parallelamente, in Occidente
l’imperatore rafforzò il dominio bizantino sull’Italia meridionale, posta sotto l’autorità di un singolo
ufficiale già du  rante il regno di Giovanni Tzimisce, o forse anche prima; per contrastare i principali
nemici nella regione, gli arabi di Sicilia, Basilio si assicurò l’appoggio navale veneziano con il
crisobollo del 992.
Nelle province dell’Italia meridionale Bisanzio mantenne i propri amministratori greci, i propri
tribunali, chiese e monasteri ortodossi, convivendo fianco a fianco con i longobardi, i quali
mantenevano la loro fede cattolica, il proprio diritto tradizionale e la lingua latina. Questa coesistenza
basata sul mutuo rispetto favorì lo sviluppo della regione, incrementato dalla costruzione di canali
d’irrigazione e mulini, dall’impianto di vigneti, uliveti e gelsi - cruciali, questi ultimi, per la nascente
industria della seta.
Bisanzio mantenne inoltre relazioni amichevoli con la grande abbazia benedettina di
Montecassino e con la città di Amalfi. Dopo gli accordi del 992 si svilupparono anche contatti più
stretti tra Costantinopoli e Venezia, e vari dogi inviarono i propri figli a farsi un’istruzione nella
capitale dell’impero.
Basilio II, comunque, è strettamente legato alla regione da cui derivò in seguito il suo
soprannome, la Bulgaria. Alla fine del decimosecolo e all’inizio dell’undicesimo la Bulgaria era senza dubbio il
vicino di Bisanzio più minaccioso e pericoloso. Lo tsar Samuele regnava su una vasta area dei Balcani
(vedi mappa 4), e nel 986 favorì la rinascita del sentimento d’indipendenza dell’etnia bulgara. Dopo
aver sconfitto il giovane imperatore, procedette a sud verso la Grecia e il Peloponneso, saccheggiando
città e distruggendo fortificazioni. Conquistò la città di Larissa nella Grecia centrale e si fece poi
incoronare «imperatore dei bulgari». Le sue imprese sono ricordate ancor oggi in molte città bulgare,
dove numerose strade portano il suo nome. Per contrastare le ambizioni di Samuele, Basilio riorganizzò
l’amministrazione della regione sotto il comando di un doux (duca) residente a Tessalonica, guidando
poi personalmente ogni anno campagne militari dal 991 al 995. Nel 997 il suo generale Niceforo
Ouranos sconfisse Samuele sul fiume Sperchios, ma Basilio dovette tornare nella regione nel
1000-1002 e ancora nel 1005 per pacificare i bulgari. Nel 1014, una vittoria bizantina al passo di
Kleidion, a nord di Tessalonica, fu vanificata   da una disfatta subita dal doux della regione, fatto che
dimostra il sostanziale equilibrio delle forze in campo. Soltanto quattro anni più tardi, dopo la morte del
successore di Samuele, Giovanni Vladislav, a Durazzo, e la cattura e l’accecamento dei prigionieri, i
bulgari compresero che continuare le ostilità si sarebbe rivelato inutile.
Quando venne informato di questa svolta decisiva, Basilio lasciò Costantinopoli per assicurarsi
della piena sottomissione dei bulgari. Mentre procedeva da Adrianopoli verso occidente, i loro capi gli
si fecero incontro e ne riconobbero la suprema autorità.
Presso Strumica Basilio ricevette poi una lettera di Maria, la vedova di Giovanni Vladislav, che
prometteva l’omaggio di tre dei propri figli maschi e delle sei figlie, così come quello di numerosi
giovani membri della famiglia reale. Basilio proseguì allora verso Ocrida, dove il palazzo di Samuele
venne completamente saccheggiato: tra il bottino, una grande quantità di argento, corone tempestate di
gioielli e abiti ricamati in oro, assieme a una scorta di monete che fu subito distribuita alle truppe. Nella
capitale dei suoi nemici Basilio accolse Maria e la sua numerosa famiglia; in seguito la donna fu
insignita del titolo di zoste patrikia, un onore eccezionale. Da Ocrida Basilio tornò al lago Presba e a
Kastoria.
Dappertutto i capi bulgari accorrevano per fare atto di sottomissione; ricevuti titoli imperiali e
onori, vennero inviati a Costantinopoli. L’imperatore e l’esercito marciarono quindi via Larissa fino al
fiume Sperchios, dove Basilio osservò stupito le ossa dei bulgari uccisi quasi vent’anni prima: il
viaggio proseguì poi attraverso le Termopili, dove ammirò le fortificazioni che difendevano il passo, e
ancora fino ad Atene. Nella chiesa della Madre di Dio, all’interno del Partenone, rese grazie per la sua
vittoria, offrendo ricchi e splendidi doni. Dopo questa visita Basilio tornò nella capitale; qui celebrò il
suo trionfo, durante il quale furono portati solennemente in processione di fronte al popolo il bottino
del palazzo di Samuele a Ocrida e i membri della famiglia reale bulgara. Finalmente l’imperatore fece
il suo ingresso nella Grande Chiesa e ringraziò Dio per la vittoria.
Il prolungato periodo di ostilità deve certamente aver provo  cato molte perdite da entrambe le
parti. Per assicurare migliori relazioni in futuro, Basilio spinse i nobili bulgari a sposare fanciulle
bizantine e a trovare mariti bizantini per le donne delle loro famiglie. Permise inoltre ai vecchi nemici
di continuare a pagare le tasse in natura anziché in moneta e di mantenere altre tradizioni locali.
Quindi, dopo aver sconfitto e massacrato i bulgari, Basilio stabilì dei metodi per tenerli sotto controllo;
durante la sua lunga marcia verso Atene e da lì a Costantinopoli, la simbologia del dominio fu
abilmente associata alla concessione di onori. Alla morte di Basilio nel 1025, Michele Psello riconobbe
come l’impero fosse ricco e potente come mai prima d’allora, senza tuttavia identificare Basilio come
lo «sterminatore dei bulgari». L’epiteto non fu quindi coniato mentre egli era ancora in vita. Nel 1090,
nella sua cronaca, Giovanni Scilitze diede un particolare risalto alle grandi vittorie di Basiliosecondosui
bulgari per un motivo specifico: in quel periodo, Alessio I Comneno aveva un pressante bisogno di
mobilitare le famiglie aristocratiche bizantine e coinvolgerle nella sua campagna contro i peceneghi
nella stessa regione. Ancora una volta, tuttavia, il termine non fu utilizzato. Il soprannome
«Bulgaroctono» comparve all’epoca di IsaccosecondoAngelo (1185-95), anch’egli attaccato dalla Bulgaria;
solo alla fine del dodicesimo secolo lo storico Niceta Coniata identificava esplicitamente Basilio come il
massacratore dei bulgari, ricordando le lunghe campagne e le vittorie dell’imperatore.
Tra gli aspetti più sorprendenti di questa storia vi è il leggendario racconto secondo il quale,
dopo la battaglia di Kleidion, nel 1014, Basilio avrebbe ordinato che tutti i quindicimila prigionieri
bulgari venissero accecati, tranne uno ogni cento che avrebbe dovuto conservare un occhio per
ricondurre gli altri in patria, di fronte al loro sovrano; alla vista di un così terribile spettacolo, lo zar
Samuele sarebbe stato stroncato da un attacco di cuore. Ci sono numerose ragioni per dubitare di tale
racconto. Molti altri scontri di dimensioni maggiori avevano già avuto luogo, per esempio sul fiume
Sperchios nel 997; è invece improbabile che la guarnigione imperiale di Kleidion fosse stata attaccata
da migliaia di uomini, e certo molti sia tra i difensori che tra i bulgari   erano caduti sul campo ben
prima che i bizantini avessero la meglio. Sebbene le cifre fomite dagli storici dell’epoca siano
notoriamente esagerate, è però vero che l’accecamento era una pratica diffusa a danno dei prigionieri di
guerra, oltre che uno dei metodi tradizionali utilizzati a Bisanzio per punire i ribelli e gli oppositori
politici - comunque meglio che essere impalati. Sappiamo che Basilio fece tagliare la mano destra ai
beduini catturati nel 995, e fece accecare alcuni prigionieri georgiani nel 1021-22, ma tutto sommato
non fu eccezionalmente brutale. Eccezionali invece furono i suoi successi nel punire e sconfiggere i
nemici dell’impero, cristiani o musulmani che fossero.
La morte dello tsar Samuele nel 1014, tuttavia, fornì uno spunto attorno a cui costruire la storia
dell’accecamento di massa. In realtà il conflitto proseguì per altri quattro anni, fino alla morte del suo
successore, Giovanni Vladislav, che pose finalmente fine alle guerre bulgare nel 1018. Il soprannome
dell’imperatore ha avuto l’effetto di oscurare non solo le sue altre eccezionali imprese militari, ma
persino la conversione dei russi e il patrocinio della cultura enciclopedica bizantina, offerto da Basilio
sull’esempio del nonno. Il suo stile di vita ascetico, la fondazione della chiesa di San Giovanni
all’Hebdomon e la costruzione di un palazzo imperiale attiguo alla piazza d’armi all’esterno delle mura
di Costantinopoli, dove volle essere sepolto, testimoniano la sua devozione. I versi incisi sulla sua
tomba ricordano in prima persona le sue vittorie: «Dal giorno in cui il Re dei Cieli mi ha chiamato a
diventare imperatore, il grande sovrano del mondo, nessuno ha mai visto la mia lancia restare in ozio.
Sono stato all’erta durante tutto il corso della mia vita, proteggendo i figli della Nuova Roma,
battendomi valorosamente sia in Occidente che negli avamposti d’Oriente (...) Uomo, tu che ora osservi
qui la mia tomba, rendimi merito per le mie campagne con le tue preghiere».
Allo stesso modo, Basilio scelse di farsi rappresentare nel manoscritto dei Salmi indossando le
proprie armi. Il sovrano si richiamava così a un’immagine senza tempo del potere imperiale.
Le figure prostrate ai suoi piedi potrebbero essere bulgari, ma anche cortigiani bizantini.
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FINE Parte 2.